IL romagnolo che divenne re

Luigi Filippo  romagnolo

Il 17 aprile 1773, a Modigliana, in provincia di Forlì, vedeva la luce una bambina nata da una misteriosa coppia di nobili francesi e contemporaneamente a una coppia del luogo, i Chiappini, nasceva un maschio. Dopo alcuni giorni la coppia di nobili partiva portando con sé non la figlia ma il maschietto romagnolo. La coppia romagnola di fronte a probabili elargizioni aveva ceduto il bambino in cambio della bimba. La coppia francese era formata da Luigi Filippo, pretendente al trono di Francia, e da sua moglie Luisa Borbone Orleans. Luigi Filippo, dopo essere stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria francese nel 1771,  aveva aderito alla Rivoluzione francese cambiando il suo nome in “Philippe Egalité” e, eletto deputato, aveva votato a favore della condanna a morte del cugino Luigi XVI, il che non lo aveva salvato dall’essere a sua volta ghigliottinato nel 1793. Luigi Filippo essendo privo di una discendenza maschile colse l’occasione per presentarsi in patria con un legittimo erede maschio, il quale fu registrato come nato e battezzato a Parigi. La famiglia Chiappini, mise a profitto i soldi ricevuti, riuscendo a ritagliarsi un buon posto nella società. La loro figlia, Maria Stella, andò sposa a un nobile inglese e poi ad un barone e visse nel lusso. Alla morte del padre un notaio le consegnò un plico che la informava dello scambio di neonati. Maria Stella si mise alla ricerca dei genitori, scoprì la verità, andò a Parigi infamando il maschietto romagnolo, che nel frattempo, nel 1830, era diventato re di Francia col nome di Luigi Filippo. Il nostro Luigi Filippo fu  stimato dalla borghesia per il fare dimesso e le riforme liberali, mentre i suoi avversari lo bersagliarono per la sua incoerenza e debolezza, ritraendolo sovente con la faccia a pera. Nel 1848 fu costretto ad abdicare, chiudendo poi la sua vita nel 1850 in Inghilterra. Questa assurda storia ne ingloba altre ancora più strane, come ad esempio che Carlo Alberto di Savoia avesse sostituito il figlio morto in un incendio, con il figlio di un macellaio, il sospetto che Chambord, chiamato il “figlio del miracolo” fosse un bastardo, l’arciduca Johann Salvator e il suo fantomatico gemello, per arrivare a Giuseppina di Beauharnais e a Napoleone Bonaparte e i loro presunti legami con il sangue reale dei Merovingi, i primi re dei Franchi, i re taumaturghi, ovvero guaritori, con il solo tocco delle mani. Per accettare un minimo di queste bizzarrie, occorre capire lo scontro, allora in atto in Francia, ma anche altrove, fra gli orleanisti e i legittimisti. Gli orleanisti, continuatori della Rivoluzione del 1789, auspicavano una monarchia costituzionale, non più di diritto divino, mentre i legittimisti rivendicavano la legittimità del potere dinastico spettante per grazia di Dio ed erano molto legati alla Chiesa. I legittimisti, nel 1830, rifiutarono di giurare fedeltà al re “romagnolo” Luigi Filippo, per rimanere fedeli alla linea primogenita dei Borbone, e sostennero, senza successo, la candidatura al trono del pretendente Enrico di Chambord, con il nome di Enrico V. Scrive Georges Lefebvre: “Dietro la rivoluzione dinastica vi fu una rivoluzione politica; la nazione scelse il suo re e gli impose una costituzione votata dai suoi rappresentanti… la minaccia di un ritorno all’ancien regime fu eliminata e la nuova società creata dalla Grande Rivoluzione fu messa al sicuro. La rivoluzione del 1830 è così l’ultimo atto della Rivoluzione cominciata nel 1789”. E tutto questo cosa c’entra con Rennes le Chateau? L’abate di Rennes avrebbe avuto la donazione di 3.000 franchi da Maria Teresa d’Asburgo Este, vedova del conte di Chambord, “detronizzato” dal “nostro” Luigi Filippo, e  successive elargizioni da parte del nipote di Maria Teresa, quell’enigmatico e misterioso arciduca Johann Salvator di Asburgo. Non basta, l’abate Bérenger Saunière, oltre ad aver avuto relazioni con alcuni membri degli Asburgo, potrebbe aver conosciuto un altro inquietante e famoso personaggio dell’epoca Karl-Wilhelm Naundorff , che affermava essere il Delfino di Francia, sopravvissuto alla morte dei suoi genitori, Maria Antonietta e Luigi XVI.

immagine: Luigi Filippo “romagnolo”

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/02/2012

ROMAGNA-RENNES… la terra cava a Sarsina

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A Rennes le Chateau si possono distinguere due gruppi di ricercatori, uno che indaga sui misteri di Berenger Sauniere, l’altro che è interessato alle potenti correnti energetiche di questi luoghi, poi vi sono quelli che non escludono nulla. Ho conosciuto un cacciatore di UFO (ONVI li chiamano i francesi), e le foto che mi ha inviato le ho trovare straordinarie e non manomesse, anche se da foto “aliene”, sono prima apparse come allegato nella mail, poi si sono volatizzate e sono scomparse nel mondo della rete. Nelle foto si vedeva un oggetto a forma di grande sigaro uscire da dietro una roccia, in altre si notava un “classico disco” volante.    Vicino a Rennes vi è il Bugarach, il monte sacro che sarebbe l’entrata di Agartha, la città sotterranea del mito della terra cava, poi come al solito… ci sarebbero dei tesori, oppure ci sarebbe la“reliquia” dei tempi biblici: l’Arca dell’Alleanza, e ancora sarebbe la base sotterranea degli alieni, oppure che in una sua grotta ci sarebbero i resti di Gesù, che qui avrebbe vissuto scampando dal Supplizio. Questa montagna sacra, nata in un’epoca lontanissima da una forza tellurica straordinaria, i geologi dicono 135 milioni di anni fa, avrebbe forti onde magnetiche, talmente potenti da impedire il volo di aerei e ostacolare le comunicazioni con i telefoni cellulari. Questo monte, già sacro ai Catari, che in Linguadoca avevano la loro roccaforte, nel corso degli anni è stato oggetto di attenzioni e di studi di ogni genere. Su questa montagna avrebbero, infatti, effettuato scavi e ricerche i nazisti di Hitler (influenzati dal mito della Thule e ispirati da Otto Rahn) e la NASA che, alcuni anni fa, avrebbe condotto rilevazioni e saggi nel terreno. Tra la gente del posto, poi, si parla con insistenza della presenza in zona di militari e di appartenenti ai servizi segreti. E quando alcune fonti, soprattutto americane, lo individuarono come la località che avrebbe preservato dalla distruzione prevista dai Maya per il 21 dicembre 2012, fu invaso da centinaia di persone, alzando notevolmente il prezzo delle case, addirittura la polizia francese bloccò per qualche giorno l’accesso al luogo. Come ben sappiamo il 21/12/2012 è stato una grande bufala, se inteso come catastrofe ambientale, se visto in termini “altri” e cioè come svolta spirituale epocale, la verità la sapranno solo i nostri posteri. Il Bugarah sarebbe quindi una specie di entrata per la terra cava, queste entrate si troverebbero nei Poli, ma anche nei punti di incontro delle Ley Line, per la New Age sono linee di energia che contornano la terra e che si focalizzano nei luoghi sacri, già dal tempo antico. Sarsina o la zona di Galeata potrebbero essere una di queste entrate. Al Museo archeologico di Sarsina, esistono dei reperti mosaicati che raffigurano la terra cava, in zona vi è la presenza delle marmitte dei giganti e Sarsina è il luogo sacro di San Vicinio che forse era un druido. Si narra che i druidi provenissero da Atlantide, discendenti degli iperborei e questi dei giganti, che erano gli iniziali abitanti della terra cava. A Galeata ci furono degli scavi effettuati da archeologi tedeschi nel 1942, che erano seguiti anche dai sevizi segreti e Sant’Ellero, il Santo di questi luoghi, era pure lui un sacerdote/druido. Inoltre, la regione a noi confinante e affine: le Marche, ospita il cosiddetto “triangolo dell’Adriatico”, dove corrono le stesse favole di alieni, di resti sacri, di magnetismo e di energia, ed è a Loreto, e in nessun altro posto, che i Templari “decisero”, dopo vari spostamenti, doveva stare la Casa di Maria. La leggenda narra che la Santa Casa fu trasportata dagli angeli: le pietre della Casa, fra le quali furono trovate cinque croci di stoffa rossa, sarebbe arrivata a Loreto, per iniziativa della nobile famiglia Angeli, che regnava ai tempi sull’Epiro. Guarda caso a Rennes le Chateau sarebbe esistito un gruppo segreto chiamato Società degli Angeli, che accoglieva adepti del mondo letterario e artistico di cui facevano parte Nicola Poussin, Victor Hugo, George Sand, Anatole France, Julius Verne e altri, il cui motto di riconoscimento era…Et in Arcadia Ego e qui siamo in un nuovo segreto.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/02/2017

I MISTERI DI RENNES LE CHATEAU IN ROMAGNA

 

crocediferro Reda

Appena tornata da Rennes le Chateau, dopo un viaggio di 2500 chilometri in quattro giorni, con la febbre e un blocco autostradale di tre ore, invitata gentilmente da Pierluigi Pini e Annamaria Mandelli, ricercatori di lungo corso sui misteri di Rennes, al centenario della morte di Berenger Sauniere, vi aggiorno sugli ultimi “folli” legami fra Rennes e la Romagna. Il piccolo paese di Rennes è uno dei misteri più chiacchierati del XX secolo, su cui ormai è stato detto e scritto di tutto. Dopo il famoso romanzo di Dan Brown: “Il codice da Vinci”, si può dire che vi sono ben poche certezze in tutta questa storia: Berenger Sauniere, un parroco che nel 1885 viene trasferito alla decadente chiesa di Rennes le Chateau, un piccolo paese della Linguadoca, nel sud della Francia, ai confini con la Spagna; l’antica chiesa dedicata a Maria Maddalena era in condizioni pietose, il prete raccolse qualche offerta e poi iniziò i primi lavori di restauro; durante i lavori di rimozione dell’altare venne rinvenuto qualcosa all’interno di uno dei pilastri, si parla di una fiala di vetro con dentro delle pergamene, da due a quattro, non si sa. Appena Sauniere trovò “quella cosa che non si sa”, divenne molto ricco, tanto che non solo riportò a nuovo tutta la chiesa, ma fece costruire un giardino, una biblioteca, una serra, una torre, una villa e altro. Iniziò pure a ricevere personaggi nobili ed illustri offrendo loro lauti banchetti (esistono le fatture). Tra questi personaggi ve ne era uno, chiamato dai paesani “lo straniero”, forse l’arciduca Johann Salvator di Asburgo in incognito. (Johann Salvator il 30 gennaio 1889 rimase fortemente sconvolto dalla tragedia di Mayerling, nella quale perse la vita, in circostanze misteriose, suo cugino l’arciduca Rodolfo, fu scosso a tal punto che dopo pochi mesi decise ufficialmente di rinunciare ai suoi titoli, al suo rango e ai suoi privilegi, scomparendo pure lui in modo oscuro). La provenienza di queste ricchezze è in fin dei conti il vero, unico, mistero da scoprire. Tutto il resto, dal tesoro merovingio, al Priorato di Sion, dalle pergamene cifrate ai quadri di Poussin, dalla Maddalena al corpo mortale del Cristo, dal “Serpente Rosso” (uno scritto del 1967 pubblicato il mattino del 17 gennaio, data con particolari riferimenti occulti, la notte successiva i tre autori morirono misteriosamente),alla misteriosa pietra che ipotizzava origini extraterrestri per la stirpe merovingia, fino ad arrivare a uno strano anello fatato che ricorda tanto quello dei Nibelunghi o al Cavaliere del cigno, che è una delle leggende medievali commissionate dal principe Ludwig di Baviera, deposto come pazzo e poi morto pure lui in circostanze poco chiare. Tutto questo, anche se è talmente strano, che può dar da pensare, è soltanto frutto di ipotesi, speculazioni basate su fonti incerte, spesso dei falsi e su notizie riportate di autore in autore come leggende metropolitane. Chiarito ciò passiamo ai nuovi collegamenti che legano questo paese alla Romagna. Il nome di Rennes le Chateau proviene probabilmente dal gallico “Reda”, che significa un “carro a quattro ruote”. Ebbene nella pianura romagnola, a pochi chilometri da Faenza esiste la frazione di Reda, una tradizione locale vorrebbe che Reda sia derivata dal nome Rheda-ae, che significava presso i Romani “carretta”. La pieve di Reda è intitolata a San Martino, il Santo francese per eccellenza, antesignano dei Templari, con affinità con antichi riti celti e patrono dei sovrani di Francia. Inoltre qui a Reda, in Romagna, si favoleggiava di un tesoro, di una quercia famosa in tutta la zona di Faenza, chiamata la  cvérza ‘ d Maiôla.  Ad essa era legata anche la leggenda che il Passatore vi avesse seppellito una pentola piena di monete d’oro, certo che quando la quercia è stata abbattuta non si è trovato nulla. Il famoso presunto tesoro di Rennes sarebbe quello portato a Roma da Tito dal Tempio degli Ebrei, poi razziato da Alarico durante il sacco di Roma del 410, nascosto a Carcassonne, dove tutt’ora esiste  la montagna di Alarico, mentre fonti scritte lo danno come regalo di nozze da parte di Ataulfo a Galla Placidia, la quale se lo portò a Ravenna quando vi ritornò.

 immagine: croce di ferro a Reda

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”

LORENZO MONACO E GLI UFO

Natività Lorenzo Monaco

Anni fa visitando le Gallerie dell’Accademia a Firenze, ero entrata solo per vedere i Prigioni, ovvero le statue  eseguite per la tomba di Giulio II, e il David di Michelangelo, rimasi a bocca aperta nel vedere il tripudio di colori e bellezza delle tavole pittoriche che andavano dallo stile giottesco al primo Rinascimento, molte in Gotico  Internazionale, stile decorativo, chiamato anche fiorito o cortese. Il pittore Gherardo Starnina, tramite un viaggio a Valencia nel 1380, si aggiornò alle novità internazionali, quando tornò a Firenze influenzò alcuni pittori tra cui Pietro di Giovanni, conosciuto ai più come Lorenzo Monaco (1370/1425). Quest’ultimo, sia pittore che miniatore, prese i voti divenendo frate camaldolese. Lorenzo fa parte di quel gruppo di religiosi che si dedicarono all’arte, insieme al Beato Angelico, Fra’ Bartolomeo e Filippo Lippi, acquistandone fama. Lorenzo nacque, probabilmente a Siena, ma fu fiorentino per cultura, suo maestro fu Agnolo Gaddi. Elaborò uno stile elegante, sontuoso di ori e ricco di colori brillanti, con figure allungate e raffinate, le vesti con sofisticati e irrealistici panneggi. Fu l’ultimo esponente importante dello stile giottesco, prima della rivoluzione rinascimentale di Masaccio e del Beato Angelico, frate camaldolese pure quest’ultimo, e suo allievo, che oscurerà un poco il prestigio del maestro. Le opere di Lorenzo Monaco, sono tra le immagini più belle dell’arte medievale europea, trattano temi cristiani tradizionali e le forme tardo/gotiche sono eleganti e soffuse di ardente devozione religiosa. I primi quadri e miniature, del 1390, tendono al giottesco, nella maturità è evidente lo stile Internazionale, mentre nelle opere finali, si può riconoscere un iniziale Rinascimento. Al MAR di Ravenna si conserva una tavola di Lorenzo Monaco: “Crocifissione di Cristo con San Lorenzo” (1400/1415). Gran parte delle opere della collezione del Museo ravennate proviene dal Monastero dei Camaldolesi, oggi Biblioteca Classense, tramite le soppressioni napoleoniche, forse è per questo che l’importante tavola si trova a Ravenna, in fin dei conti Lorenzo Monaco era un frate camaldolese. Al MAR è custodita pure l’immagine del fondatore dei camaldolesi: San Romualdo, dipinta dal Guercino, dove il Santo tutto vestito di bianco, è inginocchiato e prega a braccia aperte, con gli occhi rovesciati in alto, alle sue spalle un angelo picchia con un bastone un diavolo che lo sta tentando, sullo sfondo uno scorcio di cielo con nubi. Nella tavola di Lorenzo Monaco, Cristo ha il corpo sinuoso e sofferente mentre la Maddalena col manto rosso e i lunghi capelli ondulati e biondi, gli bacia i piedi martoriati, a sinistra le pie donne, di cui una veste un mantello giallo acceso, sorreggono la Madre affranta. A destra San Lorenzo in blu e arancio col vessillo crociato, simbolo di martirio e San Giovanni in una veste riccamente panneggiata, di colore arancio cangiante; sullo sfondo improbabili rocce e angioletti, il tutto dà luogo ad un dolore sommesso e contemplativo, cui la bellezza del creato lenisce la pena. Un aneddoto curioso e bizzarro per un’opera di Lorenzo Monaco, qualche anno fa, in una trasmissione televisiva, in un ennesimo programma sulla ricerca, della presenza di Ufo e di alieni nell’arte, venne proposta, come prova, anche la Natività di Lorenzo Monaco (1409), conservata al Metropolitan Museum di New York. Sopra la Madonna compare una nube circondata da raggi dorati, ammesso che sia un poco strana stilisticamente, come pure è bizzarro il volto di San Giuseppe che guarda in alto in maniera davvero insolita, in una posizione che non può esistere, mi sembra veramente un po’ poco per dimostrare la presenza di un’astronave in questa Natività. Eppure gli ufologi ribadiscono che vi è la scena dell’annuncio ai pastori, descritta nel Vangelo di Luca, ma in quel racconto della natività non si parla di nubi luminose, da dove deriva allora questo particolare? La risposta è molto semplice, della nube luminosa si parla nei Vangeli apocrifi e gli artisti prendevano spunto molto spesso da questi Vangeli, basti pensare che la stessa presenza del bue e dell’asino non è narrata nei Vangeli canonici.

immagine: Natività di Lorenzo Monaco

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 09/01/2017

OMO SELVATICO IL NOSTRO YETI

santuario carbognano

Le leggende sull’omo salvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini almeno fino al Medioevo. L’omo salvatico vi compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma a volte anche superiore all’uomo civilizzato, di solito presenta il corpo ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti. Alle origini del mito possiamo identificare Pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune caratteristiche positive ad altre negative, possiamo ritrovarvi qualcosa degli antichi druidi, i sacerdoti dei Celti, delle divinità dei boschi Silvano e Fauno e qualcosa anche degli eremiti. L’Alta Valtiberina è una valle che comincia in Romagna e si dispiega tra Toscana ed Umbria, qui in questa valle precisamente a Monterchi si preserva la storia dell’omo salvatico. Quest’ultimo, conosciuto anche col nome di Agnolaccio, era un essere mostruoso a metà tra l’uomo e il gigante, e ai tempi del Granduca (XVIII secolo) abitava il fitto bosco tra i castagni secolari, dell’Appennino. Viveva in uno spoglio rifugio e, poco distante dalla sua casa, si trova ancora oggi la grossa vasca di pietra dove uccideva gli animali di cui si cibava. La Tina, questo il nome della grande vasca, sorge in un una piccola radura dove sono rimasti anche i resti della chiesetta da cui prese il nome il poggio stesso. La Tina appare come un grande blocco monolitico scavato in due buche profonde, una delle quali ha un foro e un gradino. Qui l’Agnolaccio sgozzava i polli, gli agnelli e addirittura i vitelli che rubava ai contadini. Tutti temevano l’Agnolaccio: contadini, bambini e donne. Secondo la leggenda durante la Festa paesana della Polenta, attratto dalle risa e dall’allegria della gente, rubati dei vestiti e sistematosi alla meglio, sarebbe corso nella piazza del paese per passare qualche ora in allegria insieme a tutta la gente, ma tutti scapparono impauriti. A uccidere l’Agnolaccio, liberando i contadini dal peso delle sue ruberie, sarebbe stato un certo Marco, un abile cacciatore, che ricevette in dono da un frate di passaggio una pallottola d’oro benedetta. Con questa, Marco uccise l’omo salvatico e come ricompensa il Granduca concesse a lui e alla sua discendenza, per sette generazioni, la patente di caccia. La leggenda di Monterchi, probabilmente attesta la presenza di antichi culti pagani, che il cristianesimo (il frate che offre la pallottola benedetta) ha fatto molta fatica ad estirpare, culti che forse perdurarono sino alla fine del Medioevo. Anche da noi in Romagna certamente esisteva questo mito, vediamo dove trovarne traccia. A Carbognano la campagna nei dintorni di Rimini un tempo era adibita ad agricoltura e pastorizia. Qui abitava, al tempo dei romani, la famiglia Carbonia, che dà il nome al luogo, famiglia piuttosto importante che fece costruire, sul luogo ove oggi c’è il Santuario della Madonna, un tempio dedicato al culto del dio Pan, che veniva invocato, dai sacerdoti Luperci   perché proteggesse i raccolti e le greggi. Luperco era un antico dio latino, identificato con il lupo sacro a Marte, poi considerato epiteto di Fauno, e infine assimilato al dio Pan. Il Lupercale, era la sacra grotta dove i gemelli Romolo e remo erano stati allattati dalla lupa. Nel 1822 scavando nel piazzale del Santuario è venuta alla luce una lapide scritta in latino, su cui era inciso il nome di uno dei sacerdoti, che veniva addirittura da Roma, ciò attesta l’importanza del luogo. Affini ai Luperci erano i sacerdoti Arvali, un antico collegio sacerdotale romano dedito alla dea Dia e al dio Silvano associato a Marte. Il loro tempio si trovava sempre in un luogo nei boschi, erano quasi antesignani degli eremiti. Questo dio Silvano/Marte, ha molte analogie con l’omo salvatico, infatti se ne sta nei boschi, protegge orti, confini e bestiame, è un po’ misogino, un po’ ridotto male, con la barba ed irsuto, spaventa i contadini, ma non era considerato cattivo. Ma chi era Dia? La dea Dia degli Arvali è una divinità proto celtica, protettrice dei campi, che significa buona dea, divenne poi dea Bona, la Vergine di Bonora a Montefiore Conca probabilmente mutua il nome da questa dea.   

immagine: Santuario di Carbognano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 12/12/2016

GLI ARCHETIPI DEL TEMPO

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Nelle aree montuose più impervie, sembra a volte che siano sopravvissute, in età cristiana, reminiscenze magico-religiose pre o proto-storiche, reminiscenze superstiziose mai completamente dimenticate. Senza entrare nel dettaglio si può sottolineare, il paganesimo di questi luoghi, da certi toponimi, come nella zona attorno a Rimini, il caso delle Grotte di Onferno, un tempo Inferno, oppure certe feste, come la Notte delle Streghe a San Giovanni in Marignano, dove sembra abitasse un tempo, Artemisia la strega buona. Questi luoghi erano ritenuti infestati di streghe, inganni e superstizioni fin dal Medioevo. Si può notare, come nel folklore, siano rimasti riti legati alle streghe, alle lamie, ai capri, questi ultimi nella festa di San Martino. Ve ne sono anche che ricordano “l’omo salvatico” e tutti questi personaggi hanno alcuni tratti che si collegano con il tempo atmosferico e con gli astri. L’omo salvatico è una sorta di benigno Yeti, profondo conoscitore e maestro della pastorizia e della lavorazione dei relativi prodotti. Ha un particolarissimo rapporto con le condizioni meteorologiche: esegue sempre il suo lavoro con il sole, la pioggia e la neve, ma fugge terrorizzato quando tira vento, per lui vero e proprio maltempo. Le lamie erano spesso spettri meridiani, ossia comparivano alle due estreme ore della giornata, mezzogiorno e mezzanotte. L’ariete è l’animale /totem della preistoria. Esso fa parte di quella gamma di animali cornuti addomesticati, che erano la ricchezza dei pastori neolitici, assieme al bue o al toro. Questi ultimi affascinano ancora l’immaginario popolare della Romagna, c’è un detto che dice, “I a bu i bu” ( hanno bevuto i buoi) al singolare bo al plurale bu (sembra un linguaggio neolitico), “I bu”, è pure il titolo di una raccolta di poesie di Tonino Guerra. Ma torniamo alla simbologia, in un ambito diverso ritroviamo la medesima rappresentazione, Abramo, fermato da Dio, sacrificò un ariete al posto di Isacco, è forse testimonianza del passaggio dal sacrificio umano a quello animale. Sembra esserci una certa differenza tra l’ariete ed il capro: il primo è emblema di bontà e perfezione, mentre il secondo di lussuria e malignità, fino a figurare il diavolo nel sabba delle streghe. Povere capre sono così simpatiche, puzzano un po’ è vero, ma non mi sembra che per questo possano essere viste come malvagie, mentre gli ovini debbano essere sempre visti come buoni, la differenza non cambia però, perché vengono uccisi e mangiati entrambi. Il capro è anche animale “tragico”. Tragedia significa letteralmente “canto del capro”, pare che derivi dai canti che accompagnavano il sacrificio di questo animale a Dioniso e dalle relative processioni. Infine il corno o le corna sono simbolo di potenza, dotati di corna erano i seguenti dei: il celtico Cernunnos con corna di cervo, gli egizi Hator ed Amon (quest’ultimo con testa d’ariete), la semitica Astarte (Isthar, Iside, Tanit, ecc.).Nei giorni del Carnevale, a Roma si celebravano i Lupercalia, riti di carattere purificatorio con forti tratti pastorali, sotto il patrocinio del dio Fauno, al quale veniva sacrificata una capra per propiziare la fecondità delle greggi. Il culto di Fauno venne in seguito sostituito da quello di un dio, di umile origine, Silvano che in certe raffigurazioni è immagine di Cristo. A queste rappresentazioni si collega l’omo Salvatico la cui leggenda perdura sino al Medioevo. Chiamato anche Green Man solitamente è associato alla Regina di Maggio, legato quindi anche ai riti celtici del 1° Maggio. Dal capro siamo arrivati a questo leggendario Robin Hood o uomo selvatico, il cui agire viene dalla natura, un archetipo che appare nella coscienza umana quando serve. L’omo salvatico non deve essere soggiogato, deve essere solo addolcito dalla sua regina di Maggio. Il Green Man romagnolo, racconta la leggenda, si chiamava Agnolaccio che è il dispregiativo di Agnolo, termine medievale per Angelo, che induce a un accostamento con l’Angelo per eccellenza, ossia San Michele Arcangelo. Sarà un caso che accanto ai Santuari di San Michele sovente vi sia accanto un Santuario dedicato alla Madonna Nera?

 immagine: Green Man

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 28/11/2016

 

 

 

 

PASSEGGIATE IN PINACOTECA

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La collezione Moderna e Contemporanea della Pinacoteca del Mar si è rinnovata, le opere di ’800 e ’900 di artisti quali Vittorio Guacimanni, Domenico Baccarini, il fascinoso “nudo di donna” di Klimt, le opere di Schifano, Boetti e Cattelan sono in un nuovo e luminoso percorso. Accanto a queste opere la collezione antica merita sicuramente una visita. Da vedere, la Madonna con il  Bambino e Santi, con le storie di Cristo del XIV sec. del Maestro del Coro Scrovegni, il piccolo  “tempietto” con l’Ultima  Cena e l’Orazione nell’Orto di Giorgio Klontzas, e gli artisti come Marco Palmezzano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo Montagna, Lorenzo Monaco, Taddeo di Bartolo, Antonio Vivarini, Paris Bordon ed altri. Baldassare Carrari è ben presente con le iniziali opere ancora un po’ gotiche e dal segno secco e grave come, “La cattura di Cristo”, con un intrico di lance, spade e braghe a righe rosse e bianche per arrivare a quelle più tarde dove i tratti si addolciscono. Notevole la grande tela affollatissima di personaggi di Giorgio Vasari. Mistica la “Madonna che adora il Bambino”, di ambito forse francese, dalle belle mani giunte, gli occhi socchiusi, vestita di velluto e broccato verde e rosso, dipinto che piacque tanto al critico d’arte Federico Zeri. Poi i corpi nudi di varie opere che riprendono le fattezze di San Sebastiano infilzato da frecce, che trafiggono questo Santo che è un po’ “il bel corpo” per eccellenza nella storia della pittura. La grande tela del Guercino, fa la sua figura, con San Romualdo e un angelo che bacchetta il diavolo che sta tentando il Santo. Bella la tela piena di movimento di Cecco Bravo con Apollo e Dafne dai colori contrastanti e stridenti, uniti in una composizione a croce di Sant’Andrea. “La  Sacra Famiglia”, di pittore emiliano con un Bambinone talmente grande che pare di due anni, “Allegoria dell’Abbondanza”, del Maestro di Flora è molto originale con una figura di donna vista da tergo, e bambini che le si avviluppano tutto attorno. E poi naturalmente la star della Pinacoteca, la statua di Guidarello Guidarelli, guerriero e cavaliere morto per una camicia. Nella Pinacoteca c’è questo e molto altro ma io voglio scrivervi di un olio che non avevo mai notato nelle mie precedenti visite. Un dipinto, dalla simbologia strana, rappresenta la “Creazione dell’uomo”, di un pittore veneto del XVII secolo. Ebbene raffigura Dio che scende dall’alto con veemenza portando la scintilla ad Adamo, con accanto una capra, una scimmia, un coniglio e un cane, davvero una simbologia strana, come se Dio avesse voluto dare all’uomo le caratteristiche di questi animali. In origine, la capra era considerata l’essenza stessa della virilità, il simbolo della potenza sessuale maschile. Gli ebrei la usarono come “capro espiatorio”, cioè come mezzo per liberare il popolo dai propri peccati. Per i greci la “tragedia”, significava “canto dei capri”, poiché veniva eseguito da attori mascherati da caproni. I romani celebrarono il caprone nel dio Fauno, protettore delle campagne e delle greggi. Col tempo, e sotto l’influenza della Chiesa cattolica, il caprone è passato a rappresentare il demonio. Il coniglio e la lepre rappresentano entrambi la sessualità ardente; sono simboli lunari, sono emblema indiscusso di fertilità. Il coniglio in genere reca buona sorte, una zampa di coniglio o di lepre veniva considerata un amuleto. La natura della scimmia, è il voler imitare tutto ciò che vede fare, è l’animale più simile a noi e per il cristianesimo è simbolo di sfrenatezza sessuale. Alla figura del cane vengono associate numerose qualità che vanno dalla più totale lealtà, alla più profonda amicizia e caratteristiche come la dolcezza, la sicurezza, l’innocenza e l’altruismo, ma soprattutto il saper dimenticare e perdonare. Nell’antico Egitto, Anubi aveva la testa di un cane (o di uno sciacallo) era il custode del regno dei morti. Si può quindi ipotizzare che l’anonimo pittore veneto riconoscesse nell’uomo, per prima cosa una gran fertilità, poi un po’ di demonio, quindi l’espiazione dei peccati e un po’ di fortuna, e ancora le virtù come l’amicizia, la lealtà e l’altruismo e la capacità di saper perdonare e dimenticare, per poi infine morire.  

immagine: Nudo Gustav Klimt

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/11/2016

MARCOLINO PER LA PACE

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Marcolino Amanni (1317/1397) entrò giovanissimo nell’Ordine Domenicano a Forlì, visse in semplicità avendo cura dei poveri e dei bambini. Portava sempre con sé un’immagine della Madonna opera del pittore Vitale da Bologna. Attraverso questa piccola icona il Beato Marcolino avrebbe parlato con la Madonna e la Madonna con lui. Marcolino vestì l’abito a soli dieci anni, non brillò né sulla cattedra, né sul pulpito. La sua azione fu silenziosa e nascosta, la sua predica fu con gli esempi di vita quotidiana. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Forlì. La Pinacoteca Civica di Forlì, intitolata a Melozzo degli Ambrogi, ha sede presso i Musei di San Domenico, il complesso è formato da cinque edifici: Palazzo Pasquali, Chiesa di San Giacomo Apostolo, Convento dei Domenicani, Convento degli Agostiniani e Sala Santa Caterina. Qui sono conservate opere strettamente legate a Marcolino: la sua tavoletta con l’immagine della Madonna, il sarcofago rinascimentale e chissà un giorno anche la pala del Guercino. La Madonna della Pace, appartenuta al Santo, è opera pittorica di Vitale da Bologna databile alla meta del Trecento. Vitale da Bologna, il cui vero nome era Vitale degli Equi, è stato probabilmente il più importante pittore bolognese del Trecento, si formò osservando la pittura del grande Giotto, ma fu influenzato anche dalla pittura gotica francese e dalla miniatura. Infatti nella Madonna di Marcolino si ravvisa la bellezza tipica del gotico fiorito, ravvisabile dallo sfondo decorato e dalla dolcezza degli occhi allungati della Vergine. La Madonna della Pace è legata alla “Tabula Pacis” una tavoletta dipinta con un’immagine sacra che un tempo veniva mostrata ai fedeli per il bacio della Pace (oggi si augura la Pace con una stretta di mano). L’icona  dopo un accurato restauro è stata collocata accanto all’arca marmorea del beato Marcolino. La tavola raggiunge così il sarcofago del Santo, nel luogo dove un tempo viveva e pregava. L’arca di raffinata fattura rinascimentale è dello scultore fiorentino Antonio Rossellino 1427/1479,  il cui vero nome era Antonio Gamberelli, ma fu soprannominato Rossellino per il colore dei suoi capelli. Il sarcofago marmoreo simula un edificio formato da pietre, risulta intercalato da pilastrini  decorati con linee, negli archi le immagini dei frati domenicani, fra cui Marcolino, sono ritratte realisticamente. Il coperchio presenta due angeli svolazzanti con cartiglio ed in cima vi è l’Annunciazione: l’arcangelo Gabriele dalle vesti in movimento e la Madonna che quasi nasconde il capo timorosa. Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, a causa di una menomazione all’occhio destro subita in età infantile, fu un pittore ferrarese ritenuto uno degli artisti più rappresentativi del barocco. Nella pala d’altare di Forlì è raffigurato il Santo davanti alla Madonna con Bambino in compagnia di un angelo, colori sontuosi e movimento sono le peculiarità del dipinto che raffigura l’apparizione della Vergine che Marcolino pare avesse di notte stando in estasi. La grande tela fu rubata al tempo delle spoliazioni napoleoniche, fu considerata perduta fino a quando fortunosamente fu recuperata, oggi è a Brera. La fama di Marcolino era diffusa fra la popolazione, i suoi confratelli lo consideravano un “buono a niente”, (un po’ come il nostro detto che dice, è tanto buono che è un… quajòn). Ma il popolo che lo vedeva correre a sedare le numerose risse imponendo ai contendenti di baciare la tavoletta, lo amava. Straordinario è il fervore con la quale i forlivesi seguivano il Beato Marcolino e ancora più straordinario sono le pregevoli opere d’arte, ben tre capolavori unici, che lo riguardano a testimonianza che la bontà è il pregio più bello. I confratelli deridevano la semplicità del Santo, consideravano i suoi miracoli e le sue profezie un caso, ma il popolo lo santificava e alla sua morte, fu tale la gente accorsa, che i frati lo seppellirono di notte, ma la mattina dopo, le persone accorse incuranti dei frati lo disseppellirono. Si parla di 1200 pellegrini in un solo giorno. Avvennero molti miracoli, il suo corpo emanava profumo e per molto tempo fu viva la devozione. 

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 07/11/2016

C’E’ BISOGNO DI VERI EROI

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“La Benemerita e Fedelissima Arma dei Carabinieri d’Italia, il cui motto è: ‘Nei secoli fedele’, è indubbiamente ispirata alla fedeltà. La loro Patrona è la Madonna ‘Virgo Fidelis’, raffigurata  con il Bambino Gesù che poggia sulle sue ginocchia e regge il mondo: segno della grande fede di Maria, in forza della quale meritò di divenire Madre di Dio e madre dell’umanità, o con  queste parole: ‘Esto fidelis usque ad mortem’, ovvero ‘Sii fedele fino alla morte’ (Ap 2, 10). La Fede è una luce che ti permette di credere a ciò che è invisibile, ti dà la sicurezza che qualcosa d’Altro esista, è una ricchezza senza fine. Molta parte della scienza nega lo spirituale, si sofferma solo sul reale, ma in fin dei conti che differenza di sostanza c’è, fra qualcosa che esiste solo nel presente, nell’attimo e poi ti lascia un ricordo labile che il più delle volte dimentichi, con qualcosa d’altro che non esiste nel presente, che non vedi, ma che non svanirà mai dalla tua mente?”. Mentre stavo scrivendo queste righe, per il mio nuovo romanzo, mi ha telefonata Medardo Resta, l’artista della scrittura gotica, invitandomi all’ intitolazione, a Ulderico Barengo, medaglia d’Argento al Valor Militare, della sede di Ravenna dell’Associazione Nazionale Carabinieri, svoltasi qualche settimana fa. La cerimonia, è iniziata con la deposizione di una corona d’alloro al monumento ai Caduti, è proseguita con lo scoprimento della targa alla presenza delle Autorità, quindi il convivio e poi la giornata si è conclusa con il concerto della Fanfara dei Carabinieri di Firenze. Il ravennate Ulderico Barengo passò dalla Fanteria all’Arma nel 1917.  Nel 1919 era tra gli ufficiali inviati in Albania, come istruttore, per strutturarne la Gendarmeria. Di questo lavoro svolto dall’Arma, dal 1915/20, rimase una traccia indelebile di professionalità, riscontrata quando, dal 1928, ripresero i rapporti tra Italia ed Albania, poi quando lo Stato balcanico divenne brevemente parte del Regno d’Italia;  ma rimase una valida conoscenza anche per gli ultimi interventi in Albania, nell’ultimo decennio del XX secolo. Barengo nel 1940 diventerà Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, nel 1943 morirà dilaniato da una bomba d’aereo, assieme al suo Comandante Generale, Azolino Hazon, mentre accorrevano al quartiere romano di San Lorenzo per organizzare i soccorsi a favore della popolazione vittima di un bombardamento. Barengo è considerato lo “storico” per eccellenza dell’Arma, pubblicò in 20 anni, numerose opere storiche, con particolare riguardo al Risorgimento. Nel 1933, Barengo in una conferenza al Circolo Ufficiali  Allievi di Roma parlando dell’Arma ricordò che i Carabinieri erano sorti a Torino; rammentò che erano soldati scelti, dovevano avere spiccate qualità fisiche e indubbia moralità. Gli aspiranti carabinieri, la data della loro fondazione è il 1814, in un’epoca di analfabetismo, dovevano saper leggere e scrivere correttamente. Avevano privilegi di ordine morale e altri di natura economica, ad esempio un semplice Carabiniere guadagnava più di un Furiere Maggiore (grado assimilabile al Sergente); ogni Carabiniere aveva diritto ad avere un letto tutto per sé mentre nelle altre Armi un letto doveva servire per due militari. All’inaugurazione del  Monumento al Carabiniere, del 1933, che si trova nei giardini reali di Torino, opera dello scultore Edoardo Rubino,   Barengo ha così commentato: “Con una concezione profondamente umana il sommo artista non ha voluto fare di lui un eroe da leggenda, raffigurarlo in atteggiamento di combattente, di salvatore, di vittima. E’ un Carabiniere in piedi, in atteggiamento tranquillo, con lo sguardo diretto lontano. In posizione di riposo, ma vigilante riposo. E’ il Carabiniere che possiamo vedere dovunque; è il soldato cui è stato detto: quando tutti dormiranno tu veglierai, perché essi possano riposare tranquilli; quando tutti si divertiranno, tu vigilerai… e vedrai cadere il camerata senza farne vendetta. La strada che i Carabinieri percorrono è seminata di tombe; ma il sacrificio non è mai sterile e il sangue versato, come nella canzone del Poeta, fa rifiorire le rose”.

  articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 31/10/2016

IL REGISTA E IL POETA

Mastorna detto Fernet

A Ravenna, ai Chiostri Francescani, si è svolto, l’evento “Fellini e Dante, l’aldilà della visione”, dagli Atti del Convegno tenutosi alla Biblioteca Classense, con Paolo Fabbri, Università di Urbino, Edoardo Ripari, Università di Bologna e con la presenza di Mario Guaraldi, editore del “Libro dei Sogni di Federico Fellini”, in versione  ebook. Si è affrontato per la prima volta, l’influenza poetica dantesca sulla filmografia felliniana. Fellini ebbe molte proposte dagli americani per un “filmone” sulla Divina Commedia, non le accettò mai, però, creò il personaggio di Giuseppe Mastorna, detto Fernet, un clown che suona il violoncello, il cui viaggio ultraterreno è di chiara ispirazione dantesca. Il Maestro, dopo aver raccontato la provincia romagnola, Roma e il mondo del cinema decide di… partire per l’Aldilà, ma il film non si realizzò mai.   Definito da Vincenzo Mollica come “il film non realizzato più famoso della storia del cinema”, non si sarebbe concretizzato, perché il Maestro era molto scaramantico, consultò l’I Ching, ( un testo cinese molto antico, a cui si pongono domande per un orientamento) ed ebbe un risultato negativo. La scaramanzia di Fellini è probabile fosse rivolta all’ipotesi che nulla accade per caso, perciò fosse bene muoversi col vento e a non andare incontro a situazioni, che nate sotto una cattiva stella, potevano finire male. Nel Mastorna, il Maestro parte dal presupposto che l’Aldilà  sia un “casino” come l’Aldiqua, provando a immaginare cosa sarebbe accaduto a un individuo che, dopo un disastro aereo, si trovasse nell’altro mondo. Privo di punti di riferimento, senza un’identità, sempre più disperato, Giuseppe Mastorna ha un solo chiodo fisso in testa, quello di partire. Le pagine del Mastorna, intessute tra la Commedia di Dante, Il Fu Mattia Pascal (Pirandello), Il processo (Kafka) e l’Ulisse (Joice), ci lasciano dentro un profondo senso di liberazione dalla morte e una gran voglia di vivere. Per Mastorna, Fellini si è valso anche della collaborazione di Dino Buzzati, il loro incontro avvenne a Milano nel ‘65, in un ristorante famoso per il pesce, ma la serata terminò con un’intossicazione alimentare per Fellini, non per Buzzati; altro “segno” per il Maestro, che il “caso” non era in armonia col “tutto”.  Il Mastorna, proviene oltre che dai sogni di Fellini, da un racconto breve di Buzzati, “Lo strano caso di Domenico Molo” che narra di un fanciullo, che compie un sacrilegio mancando a un giuramento, per il senso di colpa, si ammala e sogna di andare nell’Aldilà, per esservi giudicato. Buzzati, intrappolato nel personaggio di Giovanni Drogo, il protagonista del “Deserto dei Tartari”, ma con altre ambizioni artistiche, anche se in molti non lo sanno, Dino Buzzati fu un disegnatore eccezionale, capisce che questo Mastorna non si realizzerà mai e decide di scrivere e disegnare il “Poema a Fumetti”, che suscitò lo sconcerto per il mutamento della  scrittura, dell’immagine e per la presenza massiccia del nudo, una decisione che dispiacerà molto al regista. Il Poema a Fumetti, si ispira al mito di Orfeo e Euridice, dove Orfeo col canto e la musica vince la morte. È la vita anche la morte, è ciò a cui si ispira pure Fellini, tramite un altro suo importante collaboratore, Pier Paolo Pasolini. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo l’uscita del film. Nel 1992 dalla collaborazione con Milo Manara esce il fumetto di Mastorna, nel 1993 il Maestro muore. Grazie a questa interessante conferenza, e ai relatori della stessa, mi sono riconciliata con Fellini, che disdegnavo per le sue donnone dai seni enormi che il Maestro contrapponeva all’innocenza di donne salvifiche come Gelsomina, mi è parso di capire che forse Fellini ricercava in un’unica donna, sia la carne che lo spirito, alla mia domanda, Paolo Fabbri uno dei relatori, semiologo, anche lui un Maestro, per “ricca semplicità”, mi ha risposto con una storiella. Un uomo che voleva sposarsi chiese al sensale di trovargli una donna, ricchissima, intelligentissima e bellissima, il sensale gli rispose… con quello che tu vuoi, io faccio tre matrimoni!

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 10 /10/2016