CATTELAN IL FORLIVESE

Multiplo cattelan

E poi un sabato pomeriggio vai alla Galleria d’Arte M.A.F. ( Mondial Art Free, diretta da Marco Morgagni, coadiuvato da sua moglie Yoko) a Forlì, in Corso Mazzini 21, e vi trovi Rosanna Ricci, che ti incanta e ti racconta che a Forlì c’è il Palazzo del Diavolo, ohibò! E non è finita, in quel palazzo vi ha abitato per cinque anni, nientepopodimeno che Maurizio Cattelan! Quel Cattelan tanto famoso, tanto pagato, che oggi vive fra Milano e New York creando ironiche sculture, performance e “scherzi”, il tutto studiato per creare sconcerto nel pubblico, ha iniziato la sua carriera a Forlì.  Se non fosse diventato così famoso sarebbe rimasto lo “scemo del villaggio” o il “pazzo della contrada”, come accade ad altri artisti, anonimi sconosciuti, ritenuti ridicoli, pazzerelli, e in qualche caso costretti a passare qualche giorno al Servizio Psichiatrico. Maurizio Cattelan è la rivincita, la compensazione di tutti loro, è il Marcel Duchamp degli anni Duemila. Cattelan arriva in Romagna perché si innamora di una ragazza di Forlì; qui con la sua immancabile bicicletta, gironzola su e giù, lavora qui e là, facendo anche il becchino. La prima mostra è all’Oratorio di San Sebastiano, a Forlì, espone la sua camera da letto. Le idee dell’artista sono di natura goliardica, molti lo esaltano, altri lo denigrano. Eppure l’arte è anche gioco e divertimento, non so perché oggi la cultura oscilli tra una superba seriosità piena di sé e una satira cattiva, corrosiva, mi piacerebbe che l’arte fosse “eutrapelica”, parola desueta che significa gioia e buonumore, e che è l’arte difficile del far ridere e deridere con lievità. Vediamo un po’ gli “scherzi” di Maurizio. Negli anni in cui viveva a Forlì, tra il 1980/’90, furono rubate in città alcune targhe, quelle che identificano medici, avvocati e altro; queste targhe, con l’aggiunta della scritta: “Non si accettano testimoni di Geova”, vennero trovate al Guggenheim Museum di New York, facevano parte di un’opera di Cattelan. Sempre a Forlì, l’artista denunciò ai carabinieri la scomparsa di una sua opera, corredata da indizi e particolari, l’opera non fu mai trovata anche perché era intitolata: “Invisibile”. Alla Biennale di Venezia del ’93, mette in scena “Lavorare è un brutto mestiere”,   vendendo il suo spazio espositivo a un’agenzia di pubblicità . Ai Caraibi organizzò la “Sesta Biennale” che consisteva in due settimane di villeggiatura gratuita per gli artisti invitati, che non dovevano esporre nulla. Nel 1999 presentò come opera vivente il suo gallerista milanese, appendendolo a una parete con del nastro adesivo grigio, al termine della performance, il gallerista fu ricoverato al pronto soccorso privo di sensi. Destò molto scalpore una sua scultura, che ritraeva Hitler in ginocchio mentre pregava e un’altra opera che esponeva tre bambini-manichini impiccati a un albero di Porta Ticinese a Milano. L.O.V.E. (Libertà, Odio, Vendetta, Eternità), è una grande scultura, posta in Piazza degli Affari di fronte alla sede della Borsa di Milano, con tutte le dita mozzate, eccetto il dito medio, creando così un gesto osceno. Il giorno in cui l’Università di Trento gli ha conferito la Laurea Honoris Causa, Cattelan ha preparato un’installazione che consisteva in un asino imbalsamato dal titolo “Un asino tra i dottori”. La sua opera più nota: “La Nona Ora”,   scultura che raffigura Papa Giovanni Paolo II schiacciato a terra da un grosso meteorite e circondato da vetri infranti, è stata venduta per la cifra record di 886 mila dollari. L’ultima opera è di questi giorni, un water d’oro che i visitatori devono usare; “America”, questo il titolo, è ispirata alla disuguaglianza economica. Questo water lussuoso mi ricorda Luigi XIV, il re Sole, che aveva un artistico trono-gabinetto, seduto sul quale riceveva visite, defecando sempre alla stessa ora, così da permettere ai sudditi, che accorrevano numerosi, di godere della vista e del “profumo“ delle sue feci, che erano considerate come “oro colato”. Allora chi è Cattelan un furbacchione o un genio? Forse è solo un uomo che ridicolizza sempre dippiù i mali della nostra società, la quale invece di ravvedersi fa la stessa cosa dei sudditi del re Sole.  

 immagine: Multiplo Cattelan

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 26/09/2016

 

 

 

 

ERBE PALUSTRI E MULTIUSO

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Ricordo, forse quarant’anni fa, in fondo non sono tanti anni, ma il mondo di allora sembra tanto lontano, quasi che non fosse mai esistito, eppure ricordo le mondine che abitavano al mio paese, che al mattino presto partivano tutte infagottate e cariche dei loro attrezzi, in bicicletta, in fila, cantando con lazzi e gorgheggi di ritornelli, andavano alla “Torraccia”, una torre tutt’ora esistente, nella zona di Classe, qui vi era un’antica valle di acqua dolce, dove c’erano le risaie. Le donne avevano circa 30 chilometri da percorrere in bici, andata e ritorno, e un lavoro molto duro da fare, ma ritornavano alla sera, cantando, sentivo la loro “musica da lontano” e uscivo di casa per vederle e loro mi salutavano sorridendo e mi parevano tanto allegre, un’allegria che oggi non c’è più. Avevano fazzolettoni legati al collo, con sopra dei grandi cappelli in paviera (erba palustre), poi delle grandi sporte, una per manubrio, sempre in paviera e due fiaschi, uno per l’acqua e uno per il vino, (essì perché un goccio di vino non poteva mancare), avvolti per intero dal vimini,   così le bottiglie, se cadevano, non si sarebbero rotte e il vino e l’acqua restavano freschi. L’Ecomuseo delle Erbe Palustri è un istituto culturale, senza fini di lucro, che si trova a Villanova di Bagnacavallo, ho avuto modo di visitarlo, durante la Sagra delle Erbe Palustri, che si tiene ogni anno il secondo fine settimana di settembre. Il Museo è molto ricco, le raccolte acquisite superano i 2.500 reperti, è allestito in modo esaustivo e con la dose giusta di tecnologia, ma con un “qualcosa in più”, vi ho ritrovato l’allegria delle “mie” mondine. Il percorso inizia dal giardino con i pittoreschi capanni, continua con la sala didattica con la proiezione di un filmato introduttivo. “Padusa” era chiamato il territorio della Bassa Romagna, un tempo caratterizzato da stagni, zone acquitrinose, piallasse. Attorno al 1300, lungo l’argine sinistro del fiume Lamone, nacque “Villanova delle Capanne”, forse una quindicina di casupole abitate per lo più da fuorilegge. La zona era ricca di erbe palustri che gli abitanti utilizzarono prima per costruire le capanne, poi    per avviare un fiorente artigianato, costruendo graticci, stuoie, sporte, scarpe, sedie, gabbie per uccelli e altri impagliati, ma anche con le realizzazioni di soffitti a volta, attività che si è svolta a Villanova fino al secondo dopoguerra. Al piano superiore del Museo si possono ammirare centinaia di reperti e manufatti, mentre il piano ammezzato ospita 3 sezioni, tra cui una dedicata ai “giochi di una volta”, realizzati con materiali di recupero. La fine del percorso riporta il visitatore davanti al bookshop iniziale, dove si possono acquistare pubblicazioni e prodotti tipici del territorio. Una sorpresa divertente è stata la cena nell’area di ristoro, coi sapori nostri tradizionali, in occasione della Sagra, era stata allestita la “Locanda dell’allegra mutanda” con un’esposizione di braghe romagnole del Novecento, appese al soffitto. Numerose le mostre   per l’evento, tra cui segnalo: la presenza di Medardo Resta con la sua arte della scrittura gotica, “Sogni fra i rottami” con le sculture di Renato Mancini; “Dall’erba palustre alla spatola” del pittore Mauro Petrini e “La voce dell’anima” di Eleonora Ronconi; queste ultime sculture in fil di ferro e lamiera colorata di Eleonora mi hanno ricordato, per purezza, grazia, gioiosità la “Santa Allegrezza”, un canto natalizio molfettese di autore ignoto, che inneggia all’allegria nel cuore per la nascita di Gesù. Eleonora, alla mia domanda del perché non andasse a cena mi ha risposto: “Quando sono con le mie opere non ho né fame né sete, mi sento sazia, non ho bisogno di altro”. Legato all’Ecomuseo è anche il progetto “Lamone Bene Comune”, che si propone di  coinvolgere tutti i siti bagnati da questo fiume. Molti  sono i risultati ottenuti, tra cui la stesura del Manifesto delle Terre del Lamone e della Mappa delle Tipicità, la pubblicazione annuale della guida Lòng e’ fion (lungo il fiume), la Pedalêda cun la magnêda longa, i Lòm a Mêrz e tanto altro. Non mi resta che fare i complimenti alla Direttrice del Museo: Maria Rosa Bagnari.

immagine: Locanda dell’allegra mutanda

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 19/09/2016

 

 

 

 

LE PREVISIONI DI BENDANDI

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La crosta terrestre è formata da grandi placche che convergono, divergono oppure si spostano parallelamente tra loro, sono in costante movimento, enormi sforzi che si accumulano nelle masse rocciose su entrambi i lati della frattura. Quando gli sforzi raggiungono un livello critico, si scaricano sotto forma di un improvviso movimento a scatti. L’energia che viene rilasciata si propaga sotto forma di onde, causando i terremoti. Si possono prevedere i terremoti? No non si può, è possibile solo prevenire con costruzioni antisismiche. Fin dall’800 sono stati studiati diversi modi per poter prevenire un terremoto, senza ottenere nulla. Ci sono però studi, non riconosciuti, che cercano di individuare il sisma con altri metodi. Uno di questi metodi riguarda il Radon, un gas radioattivo emesso naturalmente dal terreno, sono stati osservati in molte zone soggette a terremoti pochi mesi o giorni prima, irregolarità della concentrazione di Radon, quindi lo si è preso come un presagio potenziale per un terremoto. Gianpaolo Giuliani, un ex tecnico dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario, affermò di essere riuscito a prevedere il terremoto in Abruzzo con i suoi studi sul Radon, fu sconfessato da altri scienziati. Un grosso punto interrogativo è il faentino Raffaele Bendandi. Bendandi nacque a Faenza, in una povera famiglia, fin da giovanissimo lavorò dapprima come orologiaio e poi come intagliatore di legno. Si dedicò anima e cuore, allo studio dei terremoti: nel 1920 entrò a far parte della Società Sismologica Italiana, formulando una propria teoria, detta “sismogenica”. Bendandi affermava che i terremoti erano “prevedibili esattamente”: “L’origine dei terremoti, secondo le mie teorie, è prettamente cosmica. Il terremoto avviene, secondo i dati da me raccolti e controllati, quando, nel giro mensile di una rivoluzione lunare, l’azione del nostro satellite va a sommarsi a quella di altri pianeti”. Riteneva che la crosta terrestre, così come le maree, fosse soggetta agli effetti di attrazione gravitazionale della Luna. Non poteva la crosta terrestre comportarsi nello stesso modo del mare? Egli non apparteneva al mondo accademico, e numerosi furono gli scontri con la scienza ufficiale. Nel 1926 la Società Sismologica Italiana, diffidò Bendandi dal pubblicare altre previsioni sui terremoti in Italia, pena l’esilio. La nomina a Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, attribuitagli da Mussolini, gli fu revocata. Bendandi, però, ormai conosciuto oltre oceano, continuò a pubblicare le sue previsioni sui giornali americani. La sua ricerca, intanto, lo portò a scoprire un ciclo undecennale del Sole e l’esistenza di un altro pianeta che chiamò Faenza, mai oggettivamente trovato. In merito alle macchie solari, valutò i disturbi che queste potevano avere sulla mente umana, in grado di spiegare atteggiamenti improvvisi di violenza o pazzia. Nel 1929 Bologna fu colpita da uno sciame sismico che si protrasse per mesi. Bendandi tentò di avvisare il prefetto della città, ma rimase inascoltato. Nel 1963 Bendandi previde un terremoto a Faenza, senza essere ascoltato; Stefano Servadei, deputato e politico forlivese, sollevò la questione in parlamento per riabilitare la figura di Bendandi, ritenendolo un ricercatore e scienziato a tutti gli effetti, anche se privo di un titolo di studio. È del maggio 1976 l’ultima e inascoltata sua previsione, il terremoto del Friuli. Bendandi ne fece davvero tante di previsioni, non tutte verificatesi, però. Previsioni vaghe, collocate in uno spazio troppo ampio, avrebbero creato solo inutili allarmismi, ciò non vuol dire che qualcosa di vero non esistesse. Lo studioso appassionato non è detto che valga meno di uno studioso titolato, Bendandi fu nominato da Giovanni Gronchi Cavaliere Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana. Morì nel 1979 nella sua casa-osservatorio di Faenza. Solo anni dopo, grazie all’associazione “La Bendandiana”, di cui è presidente la Dottoressa Paola Lagorio, si iniziò a riordinare e a ricercare sull’abbondante materiale lasciato da Bendandi. La sua città lo ricorda con l’intitolazione di una scuola.

 

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Vove di Romagna” il giorno 12/09/2016

LE SPOGLIE DI SAN GIULIANO

 

Borgo San GiulianoDal centro storico di Rimini si giunge al ponte di Tiberio, lo si passa e si entra nel Borgo San Giuliano. E’ un piacere passeggiare fra le sue stradine e piazzette, immaginandosi le povere case di una volta, la vita dei pescatori e dei marinai; oggi tutto è perfettamente ristrutturato: muri color pastello spesso decorati da grandi murales e vasi di fiori sui balconi. Si dice che il Borgo fosse il luogo preferito di Federico Fellini e Giulietta Masina, di cui vi è un bel murales, di certo qui si percepisce l’orgoglio di essere “del borgo”. La Chiesa di San Giuliano Martire, si trova qui, è un importante edificio che contiene tesori. La Chiesa è stata edificata nel XI secolo, e restaurata nel Cinquecento, periodo al quale risale la facciata rinascimentale che la caratterizza per linee eleganti e pulite. All’interno troviamo il sarcofago romano che conteneva le spoglie di San Giuliano, un polittico del XV secolo realizzato da Bittino da Faenza con le storie del Santo e una tela col suo martirio, capolavoro di Paolo Veronese. Nel 1910 fu eseguita una ricognizione al sarcofago,fu datato al periodo imperiale romano, si notò che appariva consunto e abraso in molte parti: i fedeli avevano infatti l’abitudine di grattarne la superficie per ottenere una polvere che credevano miracolosa. La tradizione vuole che il sarcofago sia approdato sulla spiaggia di Rimini, dalla Dalmazia.Bittino da Faenza(1357/1427) fu un pittore italiano minore, attivo soprattutto in Emilia Romagna, il suo stile è gotico, ma risulta assai piacevole nella sua minuziosità. Nella chiesa di San Giuliano lascia un polittico con le scene della vita di Giuliano, martirizzato appena diciottenne. Vi compare la figura della madre, che gli è d’incoraggiamento, sia durante l’interrogatorio, sia nell’esecuzione del martirio. Il giovane Giuliano dopo essere stato condannato dal Tribunale, venne messo dentro un sacco chiuso contenente sabbia e serpenti e gettato in mare, dove morì annegato, si suppone forse nel 249. Il suo corpo fu restituito dal mare sulla costa dell’isola di Marmara (Turchia), e qui deposto in un sarcofago; ma poi attorno al 961, il sarcofago precipitò in mare e galleggiando nell’Adriatico, guidato da angeli, approdò a Rimini, in località Sacramora (sacra dimora). Qui dove sostò l’arca di Giuliano sgorgò poi una fonte di acqua pura. Si cercò di trasportarlo in cattedrale ma gli sforzi risultarono vani, per cui furono indette molte preghiere, infine con l’aiuto di due bovini, e con tutto il popolo riminese si riuscì a trasportarlo nel vicino monastero dei Santi Pietro e Paolo, oggi Chiesa di San Giuliano. Il giovane martire è molto venerato dalla città di Rimini, di cui è patrono dal 1225. Paolo Veronese (1528/1588) nato e formatosi a Verona, per lo più operò a Venezia. Il suo stile è decorativo, con influssi manieristici del Parmigianino e di Giulio Romano, la sua pittura risulta libera e sinuosa col colore sempre intenso e ricco. Il suo soggetto preferito sono state le Cene, tele monumentali che dovevano rappresentare cene religiose in realtà banchetti sontuosi. Con il Convito in casa Levi (Gallerie dell’Accademia, Venezia), lo sfarzo scenografico e l’esaltazione del lusso gli valsero un processo del Santo Uffizio in quanto la tela era stata commissionata dai frati domenicani come “Ultima cena”. Il suo capolavoro è la Sala del Collegio a Palazzo Ducale di Venezia. Dal XVI secolo ci furono molti pittori veneti che operarono lungo tutta l’area adriatica dalla Romagna alle Marche. La pala di Veronese del San Giuliano accentua una forte pietà terrena, in contrapposizione a una grande gloria divina. La parte superiore del quadro presenta la figura della Madonna attorniata dai Santi di cui uno ha uno spettacolare manto rosso; in basso è raffigurata la scena del martirio, Giuliano è biancheggiante nella sua nudità, indifeso e tenero coi capelli biondi e ricci, immagine luminosa fra lo scuro degli armigeri e di altri personaggi, vicino a lui la figura addolorata della madre. La divisione fra la parte celeste e quella terrena è data da uno splendido scorcio di nubi fra il cielo blu e in lontananza il verde di colline e pianure.

 

immagine: Borgo San Giuliano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 05/09/2016

 

 

QUEL FRATE ERA UN HIPPY

cattura di fra Dolcino e MargheritaBenvenuto da Imola,(1330/1388) è stato un letterato imolese, a lui è intitolato il liceo classicodi Imola. Fu uno dei primi commentatori della Divina Commedia, assieme al Boccaccio, che conobbe a Firenze. Autore del Romuleon, riassunto di storia romana, e di un commento alle Bucoliche e alle Georgiche, è noto per il suo commento alla Commedia dantesca, apprezzato per originalità e profondità. Esiliato da Imola andò a Bologna dove rimase dieci anni, successivamente si trasferì a Ferrara, ospitato da Niccolò d’Este, alla cui corte restò fino alla morte. Nel Canto XVIII dell’Inferno, dove sono puniti i seminatori di discordia, Dante riceve da Maometto una profezia: di ammonire fra Dolcino a procurarsi molti viveri, se non vorrà che la neve lo costringa ad arrendersi ai Novaresi che lo assedieranno.(Si intravede in Dante una certa simpatia per il frate eretico) Benvenuto da Imola, nel commento, ci dice che Dolcino nacque a Romagnano Sesia, poi andò a Vercelli, vivendo nella chiesa di Sant’Agnese dove studiò la grammatica. Era molto intelligente e abile negli studi, di bassa statura, sempre sorridente e di temperamento gentile. Un giorno un prete si lamentava che gli erano stati rubati dei soldi, alla fine accusò Dolcino e lo voleva torturare per farlo confessare. Gli altri sacerdoti rifiutarono e lo sollevarono dal sospetto di furto, ma Dolcino era terrorizzato e fuggì lontano nella città di Trento, dove incontrò e si unì alla setta degli apostolici. Per capire fra Dolcino e gli apostolici bisogna retrocedere a qualche anno prima al 1260, data dell’Apocalisse secondo l’abate calabrese Gioacchino da Fiore, lo Spirito Santo sarebbe sceso dal cielo per imporre un nuovo ordine mondiale basato finalmente sulla giustizia. Gioacchino ebbe un’influenza significativa sulle varie correnti religiose del secolo successivo, in particolare sui movimenti di origine francescana, fiorivano gruppi votati alla povertà che volevano il ritorno della Chiesa alle sue origini diseredate e di comunione dei beni. Tutto ciò mentre la Santa Sede era impegnata quasi solo a difendere il suo potere temporale. Il movimento degli apostolici, chiamato così perché volevano imitare gli Apostoli, vivevano di elemosina con le barbe lunghe e incolte, fu fondato da un ventenne di Parma, Gherardo Segalelli, che vide respinta la sua richiesta di farsi francescano ed allora lui diede vita a un ordine monastico nuovo. Gli apostolici furono scomunicati nel 1286 da Onorio IV ed entrò in campo l’inquisizione, nel 1300 Gherardo fu bruciato vivo. Fine degli apostolici? Niente affatto a Segalelli subentrò Dolcino, dal Piemonte, prese i contatti con i superstiti emiliano/romagnoli e con loro si ritirò in Trentino dove l’inquisizione era più blanda. Dolcino fondò un’attività monastica simile ad una comunità hippy degli anni ’70, tutti liberi e uguali, poverissimi, capelloni, contestatori, pacifici e buoni, con mogli e figli. La compagna di Dolcino si chiamava Margherita e Benvenuto da Imola la descrive come persona di gran carattere e di immensa bellezza. Nel 1303 Dolcino decise di spostare la sua “Chiesa” in Piemonte, ma nel lungo tragitto, forse la mancanza dell’obolo dell’elemosina e del cibo, gli apostolici si tramutano da allegri fraticelli in briganti. Gli apostolici dovevano aver subito delle dure traversie, si ridussero infatti ad uno stadio di denutrizione tale, che mangiavano i topi. Inizialmente i montanari erano con loro, ma poi quando i frati presero a saccheggiare e a incendiare le case, le simpatie scemarono. Fu così che la propaganda della Chiesa ebbe buon gioco, i vescovi di Milano e Vercelli armarono un esercito intorno al monte Rubello, rifugio degli apostolici. La guerriglia durò un anno finché nel 1307 i soldati riuscirono a fare strage dei frati eretici, buttarono i loro cadaveri in un fiume che da allora si chiamò Carnasco. Margherita e Dolcino furono presi vivi, prima fu bruciata lei, mentre fra Dolcino fu costretto a guardare, poi toccò a lui. Dolcino è un mito controverso, odiato dalla Chiesa, il Risorgimento ne fece un eroe, fu un simbolo per i socialisti piemontesi, che nel 1907 eressero in sua memoria un obelisco, distrutto dai fascisti e poi ricostruito nel 1972.

immagine: cattura di fra Dolcino e Margherita

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 22/08/2016

LA CATTEDRA DI MASSIMIANO

busta08_ 003A Ravenna al Museo Arcivescovile, è custodita la cattedra d’avorio, una straordinaria opera d’arte del VI secolo appartenuta quasi certamente all’arcivescovo Massimiano. Osservandola frontalmente, si nota il monogramma di Cristo fra girali, pavoni e cervi. Nel piano inferiore, al centro della teoria degli evangelisti, è la figura di Giovanni Battista vestito di una lunga tunica, regge nella mano sinistra un clipeo sul quale è raffigurato l’Agnello, simbolo di Cristo. Nell’iconografia della cattedra la figura del Battista è la chiave di unione tra Antico e Nuovo Testamento. L’Antico Testamento è riassunto, lungo i fianchi della seduta, con le vicende di Giuseppe, rifiutato e venduto dai suoi fratelli, farà poi fortuna col faraone. Il fronte dello schienale presenta, nelle cinque formelle pervenute, il vangelo dell’infanzia di Gesù. Alcune scene appartengono ai vangeli apocrifi. Apre il ciclo iconografico l’annunciazione a cui fa seguito la prova di Maria delle acque amare. Questa raffigurazione è rara e singolare, il Sommo Sacerdote faceva bere all’imputata l’acqua sacra invocando una maledizione che rendeva sterili e deformi, serviva a provare l’infedeltà delle donne adultere, si metteva quindi in dubbio la verginità della Madonna. Il protovangelo di Giacomo racconta l’episodio, sottolineando l’ammirazione di tutto il popolo verso Maria e Giuseppe, che non ricevettero alcun danno dalla prova. Nella stessa formella, Giuseppe sorregge con tenerezza la Vergine nel viaggio verso Betlemme. Nel secondo registro è la natività nella quale si nota la levatrice dalla mano inaridita, altro brano assai inusuale. Vicenda quasi sconosciuta, narrata nei vangeli apocrifi. Alla nascita di Gesù, la levatrice non era convinta della verginità di Maria e voleva accertarsene con le mani, queste ultime le si paralizzarono all’istante. La Madonna impietosita toccò le mani della donna col corpo di Gesù, che subitamente guarirono. In alto, al centro, racchiuso in un clipeo è il Cristo benedicente che regge nella sinistra uno scettro. Posteriormente la cattedra raffigura scene della vita di Gesù, tra cui la moltiplicazione dei pani e dei pesci, le nozze di Cana, la samaritana al pozzo ed altre. La cattedra, anche se ha perso parte delle formelle istoriate, rimane un esemplare unico e eccezionale di scultura paleocristiana in avorio. Massimiano (Istra di Pola, 498/Ravenna 556) è stato il primo arcivescovo di Ravenna, egli godeva della fiducia di Giustiniano, fu per questo che fu inviso ai ravennati, perché lo percepivano come un rappresentante del potere imperiale in città. Massimiano, si conquistò poi velocemente la fiducia dei cittadini di Ravenna facendo eseguire molti lavori pubblici, sia civili, sia religiosi, tra cui i mosaici nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe e i mosaici con i ritratti di corte di Teodora e di Giustiniano in San Vitale. Nel corteo di Giustiniano si fece ritrarre accanto all’imperatore, con il nome scritto a chiare lettere, mentre tiene tra le mani una croce gemmata. Al tempo la Chiesa di Ravenna era molto importante, Giustiniano le aveva assegnato il ruolo di perno dell’unificazione spirituale d’Italia assieme alla Chiesa di Roma. Massimiano, raccontano le cronache ravennati, fu uno dei massimi difensori del prestigio di Ravenna. A questo proposito, c’è una storia che racconta l’impegno di Massimiano per portare le spoglie di Sant’Andrea a Ravenna. Il Santo era venerato a Costantinopoli, Massimiano ne chiese il corpo, ma l’imperatore rispose che la salma di Sant’Andrea e quella del fratello San Pietro dovevano restare nelle due città sorelle, Roma e Costantinopoli. Massimiano ricorse all’astuzia per impossessasi del corpo del Santo, ma le cose andarono male e dovette accontentarsi della barba di Sant’Andrea, tagliata di nascosto durante una veglia notturna. Commenta mestamente Andrea Agnello, storico e presbiterio di Ravenna, del nono secolo, autore del Liber pontificalis ecclesiae ravennatisse il corpo del Santo, fosse stato sepolto nella nostra città i vescovi di Roma non sarebbero mai riusciti a sottomettere quelli di Ravenna. Ho una domanda che mi gira nella testa… la barba del Santo dove sarà nascosta?

immagine: Cattedra di Massimiano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 15/08/2016

Psichedelia a Verucchio

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Verucchio è un borgo poco lontano da Rimini, dal fascino intatto, una bellezza paesaggistica della Valle del  Marecchia. Fu culla dei Malatesta e della civiltà Villanoviana. Ricchi reperti, di questa civiltà, forse etrusca, sono stati riportati alla luce dalle necropoli scavate attorno al paese, oggi esposti nel Museo Civico Archeologico. Nel mese di luglio, in questo borgo appollaiato su un masso, si svolge il Verucchio Festival, quest’anno giunto alla XXXII edizione, il cui intento è quello di proporre nuove alchimie musicali e sperimentazioni artistiche, con la direzione artistica di Ludovico Einaudi. Sabato 16 luglio, sul sagrato della Chiesa della Collegiata, si è esibita la band dei Kula Shaker, che si chiama così in onore del santone Kulashekhara, uno dei dodici Alvar (poeti e mistici hindu). Il gruppo musicale inglese, influenzato dal rock psichedelico degli anni 60/70 e dalla musica tradizionale indiana, vent’anni dopo l’uscita del loro ultimo disco “K”, si ripropone con una nuova carica e pieno di energia. Il leader del gruppo, cantante e chitarrista, è  Crispian Mills, un quarantenne che più che un Peter Pan sembra la sua fata e amica Campanellino. Crispian è esile, coi biondi capelli a caschetto, ha l’energia di un folletto e sul palco diventa “magico”, per il suo stile vocale ricorda vagamente Bob Dylan; oltre alla chitarra, suona anche l’armonica, l’ukulele (strumento a corde hawaiano) e il sarod (strumento a corde indiano). In una fredda, per il periodo, sera d’estate, due ore di intenso concerto corroborato da un’ottima regia delle luci. Sul palco fra fiumi d’incenso e saette di luci è apparsa la band, su un palcoscenico allestito come sospeso fra i monti da una parte e l’imponente Collegiata dall’altra, riscaldando la temperatura e creando un’aura emotiva veramente “altra”, senza bisogno di alcol o stupefacenti. Una mistura di rock psichedelico, di musica tradizionale indiana, la giusta dose di pop e con una spruzzata di pepe “orgasmico”… certa musica è infatti capace di dare vita ad un vero e proprio orgasmo della pelle, poiché rizza i peli sulle braccia, provoca brividi lungo la colonna vertebrale e sudorazione improvvisa. Questa eccitazione veniva creata dall’iniziale musica soft, quasi estenuante, per poi salire all’improvviso in un suono talmente fragoroso da rimbombarti nella cassa toracica, col risultato di sentirti pienamente viva e gioiosa. Il rock psichedelico si sviluppò negli Stati Uniti e nel Regno Unito fra gli anni 60/70, si ispirava alle esperienze di alterazione della coscienza derivanti dall’uso di sostanze psichedeliche come cannabis, funghi allucinogeni, mescalina, e soprattutto LSD. Diversi gruppi e artisti ne fanno parte, fra cui troviamo i Doors, in parte i Pink Floyd, ma anche i Beatles con “Lucy in the Sky with Diamonds”. Nelle esibizioni dal vivo venivano spesso utilizzate particolari illuminazioni di scena o altri elementi coreografici inusuali. Il rock psichedelico fu in ogni caso una musica volta alla sperimentazione e che cercava, con varie modalità specifiche, l’insolito e lo “stupefacente”. Il Movimento psichedelico non fu solo musicale, si ritrova nelle arti visive, nel fumetto, nella moda, nel cinema, fu portatore di idee ed ideali in vari ambiti, anche se furono idee spesso confuse e velleitarie. La generazione psichedelica fu, in altre parole, una generazione proiettata verso la ricerca attiva di un “qualcosa” che permettesse una consapevolezza piena, un Movimento rivoluzionario affiancato a quello dei Figli dei Fiori e alle grandi rivolte (prima studentesche e poi operaie) in Europa e negli Stati Uniti. Molti personaggi si entusiasmarono all’idea che si potesse giungere ad un controllo volontario degli stati di coscienza: l’uso degli allucinogeni veniva esaltato, sappiamo poi come andò a finire… una generazione bruciata. In questi ultimi anni si riscontra, nella società, un ritorno agli anni ’70, al netto del vivere pericolosamente ma riprendendo certe idee di amore universale, legate ad un vivere sano in armonia con la natura, Crispian ha ringraziato il folto pubblico, per poi rivolgersi verso la Chiesa, ringraziando San Francesco… il rock stia diventando angelico?

immagine: Crispian Mills

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/07/2016

     

La fontana degli scout

Qui Quo QuaLo spazio posto di fronte al Museo d’Arte di Ravenna, è un ameno giardino intitolato a Benigno Zaccagnini, vi sorgeva un tempo il Monastero di Porto, che fu demolito nel 1885, per consentire la costruzione della caserma ‘Garibaldi’, quest’ultima, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu smantellata completamente verso la fine degli anni Cinquanta, per consentire l’attuale riassetto della zona. Il giardino è molto bello, con lunghe fila di fiori accostati in armonie di colori, in mezzo al prato raso, certo ci sono dei vasi di mosaico, messi lì un po’ senza pensarci, ma prima o poi si spera che vengano sistemati con cura, magari in due fila che accompagnino l’entrata al Museo. Nel parco vi è una bella fontana, realizzata nel 1974, dall’architetto Mario Natali, ravennate e scout, morì giovanissimo all’età di 33 anni. La fontana è composta da due vasche quadrate che opportunamente sfalsate creano un particolare effetto di cascatella, si inserisce armoniosa nel giardino e reca un’iscrizione dedicata al mondo degli scout. Matteo Renzi è forse lo scout più conosciuto d’Italia, ma ve ne sono altri di famosi, Pier Ferdinando Casini, Pupi Avati, Renzo Piano, Enrico Brizzi, Ignazio Visco, Carlo Verdone, Elio di Elio e le storie Tese, solo per citarne alcuni. L’esperienza educativa degli scout è una formazione a valori che non sono relativi, ben lungi dal relativismo, sono verità formatesi lungo i secoli della storia umana. Uno dei miei più grandi rimpianti è il non essere stata una Giovane Marmotta, lettrice e fan di Walt Disney, di Paperino, di Qui, Quo e Qua, i paperi boyscout, Qui (colore rosso) è il più coraggioso, Qua (colore verde) il più impulsivo, mentre Quo (colore azzurro) è il più intelligente e il primo a innamorarsi di Paperella, la nipote dell’eterna fidanzata di Paperino. I tre paperi hanno una struttura massonica, hanno a capo un Gran Mogol (normalmente chiamato G.M., come il Gran Maestro della massoneria). Inoltre i boys scout sono stati fondati da Baden Powell, pare anch’egli massone. Anche Walt Disney era un massone, quel tipo di massoneria di un tempo che esortava ad essere curiosi e aperti verso chi è diverso e da ciò che è diverso da sé, verso il buono e il bello. Vi scrivo le leggi dello scout: 1) Pongono il loro onore nel meritare fiducia; 2) Sono leali; 3) Si rendono utili e aiutano gli altri; 4) Sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout; 5) Sono cortesi; 6) Amano e rispettano la natura; 7) Sanno obbedire; 8) Sorridono e cantano anche nelle difficoltà; 9) Sono laboriosi ed economi; 10) Sono puri di pensieri parole e azioni. Pochi sanno che, l’Asci, il movimento cattolico scout italiano, ha origini anche romagnole, fu infatti il conte Mario di Carpegna (1856-1924) che ebbe questa idea. L’Asci nasce nel 1916 e si diffonde rapidamente diventando ben presto una realtà consolidata in tutte le regioni italiane, con l’avvento del fascismo è costretta a sciogliersi, nell’immediato dopoguerra l’Asci riprende vita, gli iscritti aumentano e nel 1974 c’è la fusione delle unità maschili e femminili, nasce l’Agesci. Oggi sono ancora una realtà e un faro per l’educazione dei giovani e dei giovanissimi. Mario di Carpegna, lo si può ritenere uno dei “profeti” dello scautismo cattolico italiano, che gode di buona fama proprio a motivo della precisione metodologica con cui porta avanti il suo programma. Il conte di Carpegna è stato certamente un educatore di grande spessore, fondò con entusiasmo l’impresa degli scout a sessant’anni. A Carpegna (Pesaro, non è Romagna, ma quasi), nel parco delle Querce, c’è il monumento al conte Mario di Carpegna, opera dell’artista Umberto Corsucci di Montefiore Conca. Carpegna è un vero gioiello della ‘piccola Italia’, fra l’altro c’è il palazzo abitato dai principi eponimi (la loro casata è una delle più antiche d’Italia); la biblioteca è piena di incredibili documenti, da Carlo Magno a Napoleone… e il conte fondatore dell’Asci a sessant’anni era certamente un saggio dal cuore bambino. Termino con un sogno, mi piacerebbe che la Fontana degli Scout, fosse arricchita da sculture, come la celebre Fontana Stravinsky che si trova vicino al Centro Pompidou di Parigi.

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 18/07/2016

Romagnolo ironico e tragico

Nevio-SpadoniDante Alighieri (1265/1321),fu il primo che pose il problema di una lingua nazionale “volgare”, cioè non “latina”, il testo in cui parla di questo argomento è De Vulgari Eloquentia (Sulla retorica in volgare), scritto in esilio, in latino, rivolto ai letterati di professione. Doveva essere in quattro libri, ma terminò al secondo libro, probabilmente a causa della composizione della Commedia. Dante si chiede qual è il volgare più colto e illustre d’Italia? Dopo aver distinto 14 gruppi di dialetti, ci dice che sicuro non è il romano, che è il più turpe, essendo i romani, per i costumi, sopra a tutte le genti corrottissimi (guarda caso lo si dice anche oggi). Senza dar troppe spiegazioni, Dante liquida subito anche i milanesi, i bergamaschi e gli istriani, nonché tutte le parlate montanine e rusticane, e anche i sardi che non sono italici, in quanto privi di un loro proprio volgare e imitatori di grammatica. Sul dialetto siciliano, Dante scrive che è importantissimo perché qui è nata la rima poetica (la canzone, il sonetto, la tenzone). Tuttavia, dice Dante, se questo volgare fu illustre al tempo di Federico II di Svevia e di Manfredi, a partire da Carlo d’Angiò s’è imbarbarito; senza poi considerare, prosegue Dante, che qui si parla di volgare scritto, quello degli intellettuali di corte, che quello degli isolani è sempre stato barbaro. I pugliesi, quando parlano, sono barbari, seppure nello scritto abbiano tradizioni illustri. Fra i toscani vi sono stati eccellenti letterati in volgare, tra cui Dante stesso; tuttavia la loro parlata non è certo illustre, anzi è turpiloquium, e infroniti (dissennati) sono coloro che, solo perché parlanti, lo ritengono il dialetto migliore. La parlata dei genovesi, dominata dalla zeta, è anche peggio. Giudizio negativo è per tutti i dialetti veneti, mentre, fa l’elogio del bolognese: una leggiadra loquela, lo definisce, poiché si è formato come sintesi dei volgari delle città confinanti: Ferrara, Modena, Imola ecc. Tuttavia il bolognese non è aulico né illustre, tant’è che nessuno lo usa per poetare. E sul volgare romagnolo cosa scrive Dante? Il romagnolo conterebbe aspetti troppo femminili e altri talmente rudi da far pensare che le donne siano in realtà degli uomini. Dante è sempre pungente e sempre c’azzecca, come non pensare all’azdòra romagnola, robusta, abituata alla fatica e decisa nel carattere? Oggi il dialetto romagnolo non è scomparso del tutto, grazie a Libero Ercolani autore del Vocabolario Romagnolo/Italiano, all’Istituto Friedrich Schürr,che salvaguardia e valorizza il nostro dialetto e all’opera tenace di alcuni poeti romagnoli che continuano a farci vivere la nostra terra con i loro versi. Le cose migliori scritte in romagnolo per il teatro sono state scritte da poeti, quali Raffaello Baldini o Nevio Spadoni, quest’ultimo dà vita a un mondo intriso da una vena di melanconica follia, ci sono cose, la follia è una di queste, che dette in dialetto risultano di più facile comprensione, più intime ma allo steso tempo dicibili. Alle rappresentazioni di Nevio Spadoni, il pubblico ride, io non ci riesco, quasi piango, i suoi personaggi sono ricchi di umanità e malmenati da una vita dura e cruda. Purtroppo, questa vena poetica, a volte non si ritrova in tutte le commedie in dialetto, a volte gli autori mettono in fila quattro o cinque personaggi tipici e un mucchio di battute standard, creando un riso vuoto che non lascia nulla, neanche una piccola emozione. Ma ci sono anche compagnie teatrali dedite con passione a portare in scena una Romagna che non c’è più, una Terra di ben salde radici, di un pensare rude, ma leale e onesto e che pure sa ridere di se stesso, qualità che oggi mancano. Fra le tante compagnie dialettali cito quella di Bagnacavallo che quest’anno compie settant’anni, affonda le proprie radici nel lontano 1940, anno in cui Guido Fiorentini, grande appassionato di teatro, diede vita alla filodrammatica bagnacavallese. Nel 1946 sempre Fiorentini assieme ad altri fondò la Rumagnola Cdt (Compagnia dilettantistica teatrale). Arrivarono presto i primi successi con i testi di Missiroli e Maioli, autori della ricerca, dell’ironia e dell’emozione.

immagine: Nevio  Spadoni

articolo già pubblicato  sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 11/07/2016

 

 

 

 

 

 

IL MUSEO DEI BOTTONI

museo bottoniStanza dei bottoni, è un modo di dire che indica un luogo dove si prendono le decisioni importanti. Questa metafora si è diffusa con i primi voli spaziali, con le riprese televisive che ne mostravano i grandi apparati per la raccolta dati e gli operatori che premevano pulsanti in forma di grandi bottoni luminosi. Il primo a parlare di stanza dei bottoni, fu nel 1962, Pietro Nenni, il famoso leader socialista che usò questo termine, perché gli americani (era in corso la guerra fredda e la gara fra USA e URSS per la conquista dello spazio) avevano effettuato i loro voli spaziali con Alan Shepard e John Glenn e le relative riprese televisive avevano avuto un enorme impatto sulla popolazione. Ebbene, qualche anno dopo, per la prima volta un Presidente americano, Nixon, nel 1972, andò a Mosca e nel 1975 nello spazio vi fu l’unione fra i satelliti americano e russo. Era finita la guerra fredda ed era iniziata la distensione. Uno stilista volle ricordare l’evento con un bottone con la simbologia delle due potenze mondiali di allora. Il bottone fu poi comperato ad un mercatino da Giorgio Gallavotti.“Qual’è il suo bottone preferito?”. A questa domanda, che i visitatori del suo Museo, pongono a Gallavotti, egli risponde: “Questo bottone è il mio preferito su tutti, perché la pace nel mondo, fra tutti i popoli, è la cosa più importante a cui tutti doppiamo aspirare e lottare per ottenerla”, mostrandovi un bottone metallico con le scritte USA e CCCP, e le forme dei grattacieli di New York e delle cupole del Cremlino. Giorgio Gallavotti vive a Santarcangelo di Romagna, con molta pazienza ha raccolto e cucito su pannelli miriadi di bottoni, a tal punto da creare il Museo del Bottone. Questo piccolo Museo, ordinatissimo e ricchissimo di bottoni, di ogni forma, foggia e colore, stupisce e lascia a bocca spalancata perché si può leggere la storia anche attraverso i bottoni, le simbologie con cui sono decorati, molto spesso effigiano un fatto realmente accaduto. Così si può trovare un bottone con due cornette telefoniche contrapposte, segnalano l’evento, del 1919, la possibilità di chiamare senza passare dal centralino, oppure il bottone con il garofano smaltato a colori che ricorda il Congresso del PSI del 1987 a Rimini. Il museo è esposto cronologicamente, è diviso in tre settori, all’interno dei quali vengono rappresentati i bottoni, i materiali per costruirli e le motivazioni per le quali venivano scelti. Inoltre vi è una appendice in cui si possono scoprire informazioni e aneddoti sul bottone e naturalmente non manca la storia dei bottoni. Nel primo settore ci sono i bottoni in voga dalla fine dell’ 800 alla fine del ’900, si parte dai modelli estrosi della Belle Epoque, poii bottoni in legno degli anni ’30 e ’40, i grandi bottoni degli anni ’50, per arrivare ai bottoni gioiello, pietre e strass degli anni ’90. Nel secondo settore si indagano i materiali, che sono molteplici, dalla materia prima al bottone finito; madreperla, corno di vari animali, legno, avorio, corozo (chiamato avorio naturale ma, in realtà è un frutto tropicale), argento, tartaruga, galatite, noce di cocco, vetro, rafia, smalti ecc… Nel terzo settore trovano posto i bottoni più curiosi sono del ’700 e dell’ 800, tra cui spicca il bottone dedicato al figlio di Napoleone, qui si trovano anche i famosi netzuché giapponesi, questi ultimi sono in avorio e sono piccole sculture forate da due buchi per i quali passa un cordoncino, servivano per fissare alla cintura del kimono, che non ha tasche, dei piccoli contenitori. Alla fine del percorso, tanti curiosi aneddoti e modi di dire sul bottone, ad esempio si apprende che un tempo le classi sociali si distinguevano anche dal numero dei bottoni. Il Museo dei bottoni può anche spaventare all’inizio, perché gli occhi,vagano qua e là catturati da una fantasmagoria di immagini e di colori, sono talmente tanti che non si riesce a decidere quale sia il più curioso o il più bello, sono piccole straordinarie opere d’arte, anche se li chiamano semplicemente bottoni. Alla fine, sono riuscita a scegliere il mio preferito, un bottone in stagno degli anni ’60 con l’immagine del mio ballo ballo prediletto: il rock and roll.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/06/2016