PASSEGGIATE IN PINACOTECA

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La collezione Moderna e Contemporanea della Pinacoteca del Mar si è rinnovata, le opere di ’800 e ’900 di artisti quali Vittorio Guacimanni, Domenico Baccarini, il fascinoso “nudo di donna” di Klimt, le opere di Schifano, Boetti e Cattelan sono in un nuovo e luminoso percorso. Accanto a queste opere la collezione antica merita sicuramente una visita. Da vedere, la Madonna con il  Bambino e Santi, con le storie di Cristo del XIV sec. del Maestro del Coro Scrovegni, il piccolo  “tempietto” con l’Ultima  Cena e l’Orazione nell’Orto di Giorgio Klontzas, e gli artisti come Marco Palmezzano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo Montagna, Lorenzo Monaco, Taddeo di Bartolo, Antonio Vivarini, Paris Bordon ed altri. Baldassare Carrari è ben presente con le iniziali opere ancora un po’ gotiche e dal segno secco e grave come, “La cattura di Cristo”, con un intrico di lance, spade e braghe a righe rosse e bianche per arrivare a quelle più tarde dove i tratti si addolciscono. Notevole la grande tela affollatissima di personaggi di Giorgio Vasari. Mistica la “Madonna che adora il Bambino”, di ambito forse francese, dalle belle mani giunte, gli occhi socchiusi, vestita di velluto e broccato verde e rosso, dipinto che piacque tanto al critico d’arte Federico Zeri. Poi i corpi nudi di varie opere che riprendono le fattezze di San Sebastiano infilzato da frecce, che trafiggono questo Santo che è un po’ “il bel corpo” per eccellenza nella storia della pittura. La grande tela del Guercino, fa la sua figura, con San Romualdo e un angelo che bacchetta il diavolo che sta tentando il Santo. Bella la tela piena di movimento di Cecco Bravo con Apollo e Dafne dai colori contrastanti e stridenti, uniti in una composizione a croce di Sant’Andrea. “La  Sacra Famiglia”, di pittore emiliano con un Bambinone talmente grande che pare di due anni, “Allegoria dell’Abbondanza”, del Maestro di Flora è molto originale con una figura di donna vista da tergo, e bambini che le si avviluppano tutto attorno. E poi naturalmente la star della Pinacoteca, la statua di Guidarello Guidarelli, guerriero e cavaliere morto per una camicia. Nella Pinacoteca c’è questo e molto altro ma io voglio scrivervi di un olio che non avevo mai notato nelle mie precedenti visite. Un dipinto, dalla simbologia strana, rappresenta la “Creazione dell’uomo”, di un pittore veneto del XVII secolo. Ebbene raffigura Dio che scende dall’alto con veemenza portando la scintilla ad Adamo, con accanto una capra, una scimmia, un coniglio e un cane, davvero una simbologia strana, come se Dio avesse voluto dare all’uomo le caratteristiche di questi animali. In origine, la capra era considerata l’essenza stessa della virilità, il simbolo della potenza sessuale maschile. Gli ebrei la usarono come “capro espiatorio”, cioè come mezzo per liberare il popolo dai propri peccati. Per i greci la “tragedia”, significava “canto dei capri”, poiché veniva eseguito da attori mascherati da caproni. I romani celebrarono il caprone nel dio Fauno, protettore delle campagne e delle greggi. Col tempo, e sotto l’influenza della Chiesa cattolica, il caprone è passato a rappresentare il demonio. Il coniglio e la lepre rappresentano entrambi la sessualità ardente; sono simboli lunari, sono emblema indiscusso di fertilità. Il coniglio in genere reca buona sorte, una zampa di coniglio o di lepre veniva considerata un amuleto. La natura della scimmia, è il voler imitare tutto ciò che vede fare, è l’animale più simile a noi e per il cristianesimo è simbolo di sfrenatezza sessuale. Alla figura del cane vengono associate numerose qualità che vanno dalla più totale lealtà, alla più profonda amicizia e caratteristiche come la dolcezza, la sicurezza, l’innocenza e l’altruismo, ma soprattutto il saper dimenticare e perdonare. Nell’antico Egitto, Anubi aveva la testa di un cane (o di uno sciacallo) era il custode del regno dei morti. Si può quindi ipotizzare che l’anonimo pittore veneto riconoscesse nell’uomo, per prima cosa una gran fertilità, poi un po’ di demonio, quindi l’espiazione dei peccati e un po’ di fortuna, e ancora le virtù come l’amicizia, la lealtà e l’altruismo e la capacità di saper perdonare e dimenticare, per poi infine morire.  

immagine: Nudo Gustav Klimt

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/11/2016

IL MUSEO DEI BOTTONI

museo bottoniStanza dei bottoni, è un modo di dire che indica un luogo dove si prendono le decisioni importanti. Questa metafora si è diffusa con i primi voli spaziali, con le riprese televisive che ne mostravano i grandi apparati per la raccolta dati e gli operatori che premevano pulsanti in forma di grandi bottoni luminosi. Il primo a parlare di stanza dei bottoni, fu nel 1962, Pietro Nenni, il famoso leader socialista che usò questo termine, perché gli americani (era in corso la guerra fredda e la gara fra USA e URSS per la conquista dello spazio) avevano effettuato i loro voli spaziali con Alan Shepard e John Glenn e le relative riprese televisive avevano avuto un enorme impatto sulla popolazione. Ebbene, qualche anno dopo, per la prima volta un Presidente americano, Nixon, nel 1972, andò a Mosca e nel 1975 nello spazio vi fu l’unione fra i satelliti americano e russo. Era finita la guerra fredda ed era iniziata la distensione. Uno stilista volle ricordare l’evento con un bottone con la simbologia delle due potenze mondiali di allora. Il bottone fu poi comperato ad un mercatino da Giorgio Gallavotti.“Qual’è il suo bottone preferito?”. A questa domanda, che i visitatori del suo Museo, pongono a Gallavotti, egli risponde: “Questo bottone è il mio preferito su tutti, perché la pace nel mondo, fra tutti i popoli, è la cosa più importante a cui tutti doppiamo aspirare e lottare per ottenerla”, mostrandovi un bottone metallico con le scritte USA e CCCP, e le forme dei grattacieli di New York e delle cupole del Cremlino. Giorgio Gallavotti vive a Santarcangelo di Romagna, con molta pazienza ha raccolto e cucito su pannelli miriadi di bottoni, a tal punto da creare il Museo del Bottone. Questo piccolo Museo, ordinatissimo e ricchissimo di bottoni, di ogni forma, foggia e colore, stupisce e lascia a bocca spalancata perché si può leggere la storia anche attraverso i bottoni, le simbologie con cui sono decorati, molto spesso effigiano un fatto realmente accaduto. Così si può trovare un bottone con due cornette telefoniche contrapposte, segnalano l’evento, del 1919, la possibilità di chiamare senza passare dal centralino, oppure il bottone con il garofano smaltato a colori che ricorda il Congresso del PSI del 1987 a Rimini. Il museo è esposto cronologicamente, è diviso in tre settori, all’interno dei quali vengono rappresentati i bottoni, i materiali per costruirli e le motivazioni per le quali venivano scelti. Inoltre vi è una appendice in cui si possono scoprire informazioni e aneddoti sul bottone e naturalmente non manca la storia dei bottoni. Nel primo settore ci sono i bottoni in voga dalla fine dell’ 800 alla fine del ’900, si parte dai modelli estrosi della Belle Epoque, poii bottoni in legno degli anni ’30 e ’40, i grandi bottoni degli anni ’50, per arrivare ai bottoni gioiello, pietre e strass degli anni ’90. Nel secondo settore si indagano i materiali, che sono molteplici, dalla materia prima al bottone finito; madreperla, corno di vari animali, legno, avorio, corozo (chiamato avorio naturale ma, in realtà è un frutto tropicale), argento, tartaruga, galatite, noce di cocco, vetro, rafia, smalti ecc… Nel terzo settore trovano posto i bottoni più curiosi sono del ’700 e dell’ 800, tra cui spicca il bottone dedicato al figlio di Napoleone, qui si trovano anche i famosi netzuché giapponesi, questi ultimi sono in avorio e sono piccole sculture forate da due buchi per i quali passa un cordoncino, servivano per fissare alla cintura del kimono, che non ha tasche, dei piccoli contenitori. Alla fine del percorso, tanti curiosi aneddoti e modi di dire sul bottone, ad esempio si apprende che un tempo le classi sociali si distinguevano anche dal numero dei bottoni. Il Museo dei bottoni può anche spaventare all’inizio, perché gli occhi,vagano qua e là catturati da una fantasmagoria di immagini e di colori, sono talmente tanti che non si riesce a decidere quale sia il più curioso o il più bello, sono piccole straordinarie opere d’arte, anche se li chiamano semplicemente bottoni. Alla fine, sono riuscita a scegliere il mio preferito, un bottone in stagno degli anni ’60 con l’immagine del mio ballo ballo prediletto: il rock and roll.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/06/2016

IL MISTERO DEL CAPPUCCIO

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In un giorno infrasettimanale assolato, mi sono recata a visitare la Mostra su Piero della Francesca, ai Musei di San Domenico a Forlì, aperta sino al 26 giugno, sperando di trovare poca gente e gustarmi così le opere per benino; invece c’erano tanti visitatori e tante scolaresche, ma il disappunto è sfumato osservando compiaciuta, il comportamento corretto e ordinato degli scolari, attenti e curiosi, accompagnati da insegnati o guide veramente preparate. I ragazzi si sedevano sul pavimento silenziosi, ascoltavano e poi ponevano domande. Davanti alla Madonna della Misericordia, star della mostra, una bambina ha posto una domanda alla sua insegnante… chi è l’incappucciato? Già chi è l’incappucciato in quest’opera di Piero della Francesca?Il capolavoro assoluto, la grande tavola lignea della Madonna della Misericordia, dipinta intorno al 1450 e inserita, nei Musei Civici di San Sansepolcro, dove si conserva, in un grande polittico, ha fondo in oro, su cui campeggia la maestosa figura della Vergine vestita di rosso e dal grande manto blu che apre per dare riparo ai fedeli, gerarchicamente più piccoli, i quali sono disposti a semicerchi, quattro per parte (uomini a sinistra e donne a destra). Tra di essi si vede un confratello incappucciato, accanto all’autoritratto di Piero. L’inquietante figura nascosta sotto il nero cappuccio è uno dei confratelli anonimi che si dedicavano ad una delle opere di carità più difficili da svolgere: assistere i prigionieri nelle ultime ore di vita e accompagnarli fino al patibolo, prendendosi poi cura dei poveri resti.“Visitare i carcerati e seppellire i morti”, nel Medioevo, vi era la compassione verso i più disprezzati, i rei colpevoli, di cui la società si liberava uccidendoli, vi era il rispetto dovuto ad ogni corpo, perché destinato alla resurrezione. Sono gli stessi incappucciati che nelle processioni sacre e rappresentazioni del Venerdì Santo, accompagnavano Cristo lungo la Via Crucis e poi al sepolcro. Ancora oggi, in Spagna, uno dei momenti più importanti dell’anno per gli abitanti di Sivigliasono le processioni che si tengono durante la Settimana Santa, dove i penitenti sono incappucciati e spesso scalzi. Ma anche da noi in Romagna, a Pennabilli, si svolge da secoli una processione notturna, il Venerdì Santo, che parte dalla Chiesa della Misericordia, aperta soltanto in questa occasione, arrivando al monastero delle Suore Agostiniane, in un’atmosfera suggestiva, assieme ai fedeli in corteo, fra preghiere e canti popolari, fra fuochi e fiaccole, partecipano alla processione oltre cento figuranti in costumi d’epoca, tra cui gli incappucciati. Questa pietas risale a un episodio della vita di Caterina da Siena (1347/1380), compatrona d’Italia e d’Europa. La Santa, visita più volte, in carcere, un giovane perugino, condannato a morte con l’accusa di spionaggio, il ragazzo è disperato, ma Caterina riesce a confortarlo. Il giorno dell’esecuzione il giovane “sereno e forte” va al suo destino, la Santa gli resta vicino fin sul patibolo, gli fa il segno della croce, riceve la testa mozzata nelle sue mani, la ripara sotto il mantello. Il gesto fa scandalo, un malvivente riceve le attenzioni di una religiosa importante, come Caterina, che divide il suo tempo fra la meditazione e il fervido attivismo per riportare il Papa da Avignone a Roma. Il coraggio di Caterina, ci dice che la morte azzera tutto,e che a ogni corpo si deve rispetto. La Santa evoca il mito greco di un’altra donna coraggiosa:Antigone. Quest’ultima chiede il corpo del fratello Polinice, accusato di tradimento, al tiranno Creonte, il quale aveva decretato: “Nessuno osi seppellire il corpo di Polinice, chi trasgredirà sarà ucciso”. Ma Antigone ubbidisce solo alla sua coscienza, all’affetto che la lega al fratello, e all’idea che per ogni essere umano ci sia una dignitosa sepoltura: “Non sono queste leggi di oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero e come”. Ricordiamocelo, un’azione non è giusta solo perché sono in tanti ad approvarla, senza riferimento alla legge morale naturale, si può arrivare a una sterile procedura, in fin dei conti, la legge morale naturale, altro non è che la nostra coscienza.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/06/2016

 

TERRA DEL SOLE COSI’ MEDICEA

Simone_SassoCosimo de’ Medici, primo Granduca di Toscana, figlio di Giovanni dalle Bande Nere, quest’ultimo figlio di Caterina Sforza, aveva “il pallino” per il tema della città ideale, cioè il concetto di un centro edificato con criteri scientifici e matematici, uniti a un ideale filosofico e a una forte carica utopica; tale idea, di una città in cui l’uomo possa vivere al meglio, un microcosmo rispecchiante la perfezione e l’armonia del macrocosmo, ha percorso l’intera storia dell’umanità, fino ai giorni nostri, si pensi al Modulor inventato dall’architetto svizzero-francese Le Corbusier nel 1948, scala di proporzioni basate sulle misure dell’uomo, come linee guida di un’architettura armonica. Cosimo realizzò la sua aspirazione in ben due luoghi: Terra del Sole o Eliopoli, a pochi chilometri da Forlì e la Città del Sole nel Montefeltro, a Sasso Simone, chiamate così perché nel Rinascimento il sole era un simbolo propiziatorio e di razionalità. Terra del Sole è un centro storico rinascimentale, una “città fortezza”, un rettangolo con le mura, con al centro un abitato civile e militare, fu progettata e costruita dai migliori architetti del tempo e ancora oggi attraversandola si rimane stupiti per l’armonia e per il luogo inondato dal sole. Sasso Simone, durante la seconda metà del Cinquecento, venne scelto da Cosimo per diventare il luogo sul quale far sorgere la sua città utopica e inespugnabile. Il Sasso in epoca antica fu senz’altro luogo di culti pagani dediti alle divinità dei boschi, successivamente si insediarono i longobardi e poi, intorno all’anno Mille, i monaci Benedettini, ma, a causa dell’asprezza del territorio e la difficoltà di salire sulla cima, il luogo fu abbandonato. Si favoleggiava che dall’alto dei Sassi, accanto al Simone, vi è un altro monte chiamato Simoncello, si potessero vedere alcuni territori della Dalmazia, oltre l’Adriatico. Si legge nelle cronache dell’epoca: Il Sasso è luogo della massima importanza perché è elevatissimo e inespugnabile, e perché sta sui confini del piviere di Sestino, del duca d’Urbino, dei conti Giovanni e Ugo di Carpegna, del conte Carlo di Piagnano, della Chiesa e di Rimini e perché chi vi edificasse un castello, come un leone fortissimo potrebbe annientare tutti gli altri castelli e luoghi circostanti senza timore di attacchi. In caso di timor di guerra è possibile specialmente di notte far segnali a Montauto di Perugia, al monte di Assisi, a Recanati, a Sassoferrato e a molte altre terre della Chiesa: in una notte si arriva di rocca in rocca a trasmettere il segnale fino a Roma e di lassù è anche possibile vedere molti luoghi della Dalmazia. Il nomedi Sasso Simone è di origine incerta, si pensa sia dovuto alla memoria di un eremita venuto dall’Oriente che qui si stabilì, altri ipotizzano alle invocazioni, dei sacerdoti romani, ai Semoni, che erano Dei, speciali custodi delle campagne. Questo Sasso è un enorme masso che viene dal mar Tirreno, in fondo al quale si trovava prima che le mutazioni della crosta terrestre lo facessero emergere per poi farlo scivolare sino all’Adriatico. Fu proprio sulla vetta di questo masso forestiero cheCosimo dette l’ordine di iniziare i lavori per costruire la sua città perfetta. Il lavoro fu arduo, il monte ha le pareti verticali su tutti i lati, al punto che il sentiero per arrivare in cima fu ricavato con mazza e scalpello dalla roccia viva, ed è tuttora l’unico modo per arrivare sulla sommità del monte; occorsero dieci anni di sudore e di impegno e quando fu finita, solo pochi abitanti vi si trasferirono, perché troppo disagiate le condizioni di vita. Alla fine del 1500, le difficoltà nella coltivazione della terra, di raggiungimento e approvvigionamento, la natura selvaggia e il gelo e le intemperie, resero la sopravvivenza così difficile che la città venne abbandonata, nel 1674 la città era già totalmente diroccata, tanto che ne fu decretato lo smantellamento per il recupero dei materiali superstiti. Nonostante ciò ancora oggi è possibile ammirare qualche resto fra la vegetazione del Parco Naturale Simone e Simoncello, pochi ruderi rimasti, come sentinelle, testimoni del sogno sempre rincorso e mai realizzato della città ideale.

immagine: Sasso Simone

articolo già pubblicato sul quotidiano “La  Voce di Romagna” il giorno 23/05/2016

Le intricate vicende delle ossa dantesche

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Se ci mettiamo a discettare sul caso, ci ritroviamo in un gomitolo aggrovigliato. C’è chi nega l’esistenza del caso asserendo che tutto avviene tramite regole che ancora non riusciamo a capire perché le ignoriamo, diversamente c’è chi crede all’esistenza del caso accanto alla necessità, dove il caso innova e la necessità conserva. Io a volte propendo per la prima ipotesi, altre per la seconda. Fu comunque un caso che Dante morisse a Ravenna nel 1321, ma fu una necessità, una determinazione, se le sue ossa rimasero in terra  ravennate. Nel 1519 i fiorentini ottennero il permesso di prelevare le ossa di Dante per portarle a Firenze, ma giunti a Ravenna trovarono l’urna vuota. I francescani, praticando un buco nel muro avevano trafugato le ossa per nasconderle nel convento. La cassetta con le ossa, fu ritrovata nel 1865. A Dante non è stato eretto un grandioso monumento, le sue ossa riposano in un tempietto dell’architetto ravennate Camillo Morigia. E’una costruzione neoclassica, quadrangolare con cupola, dai colori chiari, molto semplice ma allo stesso tempo “tosta” in quanto si impone in una lunga visuale, per chi arriva da Piazza Garibaldi. L’area è molto suggestiva, chiamata zona del silenzio, con la Chiesa di San Francesco,il Quadrarco di Braccioforte, la biblioteca, il Museo dantesco, nonostante gli sforzi è anche zona di degrado, uno schiaffo in faccia al Poeta, anche se oggi è molto migliorata. Il tempietto racchiude al suo interno una bellissima opera d’arte. Nel 1483 Bernardo Bembo, capitano e podestà di Ravenna, durante il dominio veneto, incaricò Pietro Lombardo di abbellire il sepolcro col ritratto che ancora si conserva dentro. Pietro Lombardo (1435/1515)  lavorò a Padova e Venezia dove creò una fiorente bottega, lavorò in tutto il Veneto. Specializzato nella scultura funeraria, realizzò grandi monumenti, quello per il doge Mocenigo fu la sintesi della sua scultura,  egli fu l’espressione in scultura, di ciò che era la supremazia veneziana del tempo. Nella lastra Dante, è in un ambiente che simula uno studio col soffitto a cassettoni, con tanti libri, c’è un leggio e un volume aperto e un altro cui Dante poggia la mano. Ha la tunica ben panneggiata, il copricapo con cuffietta, è cinto dal lauro e ha una mano appoggiata al mento, un po’ malinconico e pensieroso. Il tutto evoca un grande intelletto, e una persona dabbene, serena e pacata.

immagine: Dante bassorilievo di Pietro Lombardo

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno26/10/2015

Un Portico tra Beatrice e la Madonna del Sangue

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Portico di Romagna unitamente a S. Benedetto in Alpe ha ottenuto la bandiera arancione, ovvero il marchio di qualità per i piccoli centri italiani di eccellenza, si trova lungo la strada che porta al Muraglione.        Portico è un piccolo centro medievale  intatto, fra i vari palazzi che ricordano l’architettura toscana vi è  Palazzo Portinari che appartenne secondo la tradizione al padre della Beatrice di Dante, questo paese quindi vanta l’amore platonico più famoso nel mondo. Il Santuario della Madonna del Sangue  si trova nella zona alta del paese, quella nobile, all’interno si conserva un dipinto su legno attribuibile al pittore Lorenzo di Credi (1465-1537) autore anche della “Dama dei Gelsomini” custodita a Forlì. La Madonna del Sangue è dolcissima e triste, offre una melagrana al suo Bimbo, simbolo di fecondità ma anche di morte. Secondo il mito greco l’albero del melograno sarebbe nato dal sangue di Dioniso. Un’altra leggenda racconta che Proserpina fu rapita da Ade, dio degli inferi, la madre Demetra, dea della natura, addolorata tenne la terra avvolta nell’inverno finché Zeus non obbligò Ade di liberare Proserpina. Sulla terra scoppiò la primavera, perché madre e figlia si riabbracciarono, ma quest’ultima essendosi cibata di chicchi di melagrana  fu costretta a tornare nel regno della morte per una parte dell’anno. Questa simbologia pagana  si allaccia anche al culto cristiano in quanto Cristo muore ma ritorna. La tavola di Portico è splendida, un’opera d’arte con le stelle, meriterebbe più attenzione. Il Bimbo paffuto coi piedi su un cuscino porpora, simbolo di regalità e anche di morte, solo temporanea perché sul cuscino ci si dorme,  è di una tale bellezza che  avrei voluto abbracciarlo e baciarlo, ho ricordato le parole di  Santa Teresa di Gesù Bambino (Santa Teresa di Lisieux  1873/1897)la Santa carmelitana scalza, dell’ordine monastico la cui leggenda dice che fu istituito direttamente dalla Vergine Maria. Santa Teresa morì a 24 anni dicendo:  “Mio Dio… ti amo!”. La zona più in basso del paese, a ridosso del fiume Montone , è quello con le case appartenute ai popolani ed agli artigiani  qui lo sguardo è affascinato dal  bellissimo Ponte della Maestà (non si conosce la data di costruzione,  alcuni documenti riportano il 1328) che porta alla mulattiera della  “Castellina”,  ancora esistente, che va verso la vallata di Premilcuore.

immagine: Portico

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/10/2014

La Mototagliatella di Predappio, una festa colorata

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In maggio si svolge a Predappio la “Mototagliatella”un raduno che porta nella piccola città del Duce migliaia di moto, arrivano turisti dalle zone limitrofe ma anche dal Veneto e dall’Emilia, una festa multicolore, a base di buone tagliatelle e moto fantastiche, qualche moto è decorata e con tanta fantasia e creatività: uno spettacolo. Donne cibo e motori, infatti oltre alle moto e alle tagliatelle c’è l’elezione di Miss “Majetta Bagneda”, secondo me di quest’ultimo evento potevano farne a meno ma siccome il ricavato della festa, tolte le spese, va tutto in beneficenza, tanto di cappello. Quest’anno era il ventennale e siccome il tempo era brutto e non si poteva andare al mare, sono andata a Predappio anch’io. Mussolini il paese natale lo ha praticamente ricostruito con opere assai pregevoli, ad esempio la Casa del fascio in stile razionale, dalle linee nette e eleganti con la torre littoria, che ha la campana come i campanili delle chiese, evocatrice delle torri comunali del Medioevo, o l’oratorio, l’asilo e  la piccola chiesa dedicati a Santa Rosa da Lima in onore alla madre del Duce che si chiamava Rosa, all’interno è presente forse l’unica “Madonna del fascio”esistente, un pannello ceramico formato da 380 piastrelle dipinte in stile azulejos (mosaici simbolo del Barocco portoghese) realizzato nel 1927. Non volevo parlarvi di ciò, ma della villa che s’incontra venendo da Forlì a Predappio: la Tenuta Pandolfa. Oggi è una dimora  prestigiosa utilizzata per eventi importanti, un tempo, ma ancora oggi, la voce del popolo chiamava la Pandolfa la Casa degli Spiriti e dalle cento finestre, forse a causa di una bimba perita misteriosamente, il cui pianto si ode assieme al rumore di catene e al suono di un treno in arrivo. Mentre il motivo delle cento finestre sarebbe inerente al fatto che le finestre esterne sono 100 mentre all’interno ve ne sono solo 99. Come mai? E’ stata murata una stanza? E’ qui il fantasma della bambina che prega e piange? Niente di tutto ciò una delle 100 finestre esterne è semplicemente “cieca”, quindi non esiste è solo abbozzata. Il poeta Giosuè Carducci, spesso ospite alla villa, ne  ammirava l’imponenza al punto di affermare che fosse “costruita per l’eternità”. Si narra che il piccolo Benito accompagnasse la mamma Rosa, che soleva andare ai cancelli per vedere il Poeta, forse la leggendaria superstizione di Mussolini è nata qui.   

 immagine: moto al Mototagliatella

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 19 maggio 2019