Ma perché Sigismondo si è raffigurato come Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri?

Ma perché Sigismondo si è raffigurato come Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri?

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

All’interno del Tempio Malatestiano di Rimininella Cappella della Madonna dell’Acqua, dietro una balaustra su cui stanno ammiccanti angioletti, un po’ robusti e ignudi, vi è l’arca con le ossa degli antenati e discendenti di Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468). Si trova in una nicchia interna, coperta da un sontuoso panneggio blu zaffiro e oro, contornata da racemi e dal misterioso simbolo della S intrecciata alla I. Qualche studioso le ritiene le iniziali di Sigismondo e di Isotta, la donna da lui tanto amata, ma siccome questa sigla è sparsa in ogni parte del Tempio, probabilmente a che fare con una simbologia più profonda, forse sintetizza il senso della vita del Malatesta.

L’arca, capolavoro di Agostino di Duccio (1418/1481), scultore fiorentino che si ispirò a Donatello, sul fronte presenta due raffinati bassorilievi raffiguranti: “Minerva tra una schiera di eroi” e “Il Trionfo di Scipione l’Africano”, che simboleggiano i due attributi fondamentali dell’immortalità: la Saggezza e la Gloria. Sul pilastro sinistro sorretto da due elefantini neri troviamo le immagini delle Sibille, veggenti nell’antichità, profetesse nel Rinascimento. Le Sibille appaiono in pose pensose con espressioni severe o drammatiche o malinconiche, chi conosce il futuro non potrà mai essere sereno.

Duccio probabilmente rilavorò il sarcofago, pare sia un manufatto antico e che sia giunto da Milano, come dono di nozze di Francesco Sforza per la figlia Polissena, seconda moglie di Sigismondo. Quando Polissena morì il Malatesta sposò Isotta che era sua amante da lungo tempo. Nel rilievo di Minerva, le figure non sono molto corpose eppure Duccio riesce a dare una profondità incredibile. In un edificio colonnato la dea compare mentre riceve l’omaggio da uomini di scienza, condottieri e filosofi, fra cui forse anche Sigismondo armato di tutto punto. Anche qui c’è sorretto da due angioletti il monogramma col “SI”.

Nel rilievo di Scipione il condottiero si presenta trionfante su un carro trainato da cavalli focosi. Le fattezze più che di Scipione sembrano quelle del Signore di Rimini.In alto in lontananza, come se si intravedesse nella foschia, un paesaggio turrito. Scipione è coronato con l’alloro, ha il bastone del comando e la palma della vittoria in mano, accanto a lui la figura della Fama che suona la tromba. La Fama di solito è raffigurata al femminile, in questo rilievo a me sembra maschile, così mi sorge un pensiero. Dalla bocca della Fama nascono voci che si diffondono velocemente, non facendo distinzione tra vero e falso.

Le donne hanno fama di essere chiacchierone, che Sigismondo si sia detto meglio una figura maschile, più discreta, per la Fama? Proprio la Fama, tra l’altro, rovinò Scipione, il generale che sconfisse i cartaginesi e abile uomo politico. Scipione tornò dall’Africa circondato da grande prestigio e popolarità. Gli venne dato il nome di Africano, per ricordare per sempre la sua impresa; venne nominato “primo tra i senatori”, ciò non poteva che suscitare invidie e rancori. L’Africano venne accusato di appropriazione indebita sulle indennità di guerra.

Ma perché Sigismondo si è raffigurato in Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri? I bestiari medievali riconoscono all’elefante, forza, intelligenza prudenza, riservatezza e molte altre qualità, compresa la capacità di perdonare le offese e dimenticarle. Il trionfo di Scipione ha grande fama durante il Rinascimento tramite il poema “Africa” del Petrarca. Ma i Malatesta vantavano già la presunta discendenza da Scipione l’Africano e questi la vantava da Giove che si era trasformato in serpente. (Come la leggendaria nascita di Alessandro Magno).

Sigismondo utilizzò il simbolo dell’elefante nella maniera più ampia e varia, è presente in molti luoghi del Tempio Malatestiano. I cimieri degli elmi dei della casa Malatesta raffiguravano un elefante nero con una regale corona d’oro. Resta da capire perché gli elefanti raffigurati siano indiani e non africani. Che sia per la scritta presente sul portone della Biblioteca Malatestiana di Cesena: “L’elefante indiano non teme le zanzare?”. Ovvero attenti alle chiacchiere che mettete in giro!

Paola Tassinari

War is Over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità: la mostra presso il MAR di Ravenna

War is Over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità: la mostra presso il MAR di Ravenna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

War is over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità è la mostra allestita, dal 6 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019 presso il MAR di Ravenna. Curata da Angela Tecce e Maurizio Tarantino, l’esposizione segue due tracce: le opere d’arte e le citazioni di scrittori, poeti e filosofi. Si articola in tre temi: Vecchi e nuovi mitiTeatri di guerra, Frontiere e confini/ Esercizi di libertà, quest’ultimo rivolto all’arte vista come profezia di un futuro possibile. L’esposizione si collega idealmente al centenario della prima guerra mondiale, suggerendo più spunti sui disastrosi conflitti, tra cui il più deleterio e subdolo: quello di creare fascinosi miti.

Il tutto si avvale di installazioni di Studio Azzurro, famoso gruppo di artisti che gioca con i media attuali a tutto tondo (operando come le botteghe di un tempo, quando ogni artista di fama proveniva da una bottega e poi creava la sua), con artisti del calibro di Picasso, Rubens, Abramovic (con un inquietante quadro in cui una donna a seno nudo, il volto coperto dai capelli e un teschio biancheggiante tra le mani evoca la calda ed erotica carne e la fredda e tecnica morte), Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Nitsch (con le colate di sangue, che quasi non posso guardare, mi evocano le sue performance coi corpi di animali mutilati e crocifissi, sangue alle pareti, carcasse squartate davanti al pubblico, qui c’è solo  buio e disperazione) Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol, Pascali ( molto più sottile e speranzoso di Nitsch, trasforma una bomba a mano in uno scrigno dove introduce bigliettini coi suoi pensieri, un pensiero positivo che ricorda Pollyanna e il suo segreto), Marinetti, Pistoletto e tanti altri tra cui una lastra in marmo che evoca il monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR.

Mostra d’arte e di parole, a fianco delle opere, ci sono citazioni che ti raspano l’anima come carta vetrata, che di per se stesse pongono già una domanda: è nata prima l’immagine o la parola? Se la risposta può sembrare scontata, pensando alle grotte di Lascaux, non è scontata la vittoria dell’immagine sulla parola. Se raschiamo la crosta del mito viene fuori uno slogan che ripetiamo sovente… un’immagine vale più di mille parole. Una teoria che qualcuno attribuisce a Confucio o a Buddha (veramente il Buddha ha detto qualcosa di assai diverso “Migliore di un discorso di mille parole prive di senso, è una sola frase sensata udita, con la quale l’uomo si calma”), in realtà ha più o meno cento anni: risale cioè agli anni in cui si è cominciato a parlare di pubblicità e di giornalismo.

E’ apparsa la prima volta su un articolo di un quotidiano nel 1911, ripresa nel 1921, da un pubblicitario tale Fred Barnab (guarda caso il nome rievoca Fred e l’amico Barney del cartone animato I Flintstones), che l’attribuì ad un antico proverbio cinese… l’agenzia fallì nel 1941 e nel frattempo Barnard confessò che il detto non era né antico né cinese: “l’abbiamo pensata perché la gente prendesse la frase seriamente”. E’ possibile che un’immagine sia capace di raggiungere la nostra coscienza con più forza di molte spiegazioni? Claudio Strinati, storico dell’arte non ha dubbi: il primato va all’immagine.

La nostra epoca è figlia dell’immagine, televisione, cinema, smartphone e altro (n.d.r. non c’è da stare tranquilli perché sono state proprio le immagini il veicolo principe di tutti i totalitarismi del tragico Novecento) potremmo forse considerare le stesse parole come una particolare forma di immagine? (n.d.r. nella mente si crea l’immagine e poi la si descrive, ciò indica l’immagine come nata per prima, determina però la scrittura come un’evoluzione e perciò superiore alla visione). All’opposto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, da tradizione ebraica sostiene che una parola vale più di mille immagini. Una tradizione fortemente iconoclasta, presente anche nell’Islam, incentrata sulla predominanza della parola e della sua forza creatrice: Dio parlò e creò il tutto: la parola quindi è infinita, l’immagine finita e univoca.

Meglio mille parole o mille immagini? Direi, a parer mio, che la verità sta nella strada mediana, quindi 500 parole e 500 immagini, come gli artisti che nelle loro opere inseriscono simboli e messaggi archetipici o gli scrittori, poeti e filosofi che descrivono visivamente con le loro parole riuscendo a creare nella mente del lettore un’immedesimazione filmica… quindi il trionfo del cinema, parola e immagine. Infatti, a War is over, assai notevole è la sala tappezzata con manifesti di film di guerra.

Da non perdere il video con gli spezzoni dei film, geniale la trovata di uno di questi da cui si passa da una specie di bomba/testimone, che vola nel tempo, che si trasforma poi nell’osso scagliato verso il cielo di 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Kubrick , una metafora di offesa e conquista che si trasforma in messaggio positivo. Molte le citazioni che chiamerei propositive, (ad esempio War is peace / freedom is slavery/ ignorance is strength La guerra è pace/ la libertà è schiavitù /L’ignoranza è forza, terribile, profonda e soprattutto veritiera frase di Orwel in 1984), altrettanto le opere d’arte, tra cui un eccelso Rubens che raffigura un suntuoso alabardiere accanto a un simpatico e fumettaro Yoda, il mago Merlino di Guerre Stellari, che dialogano con una frase di San Paolo.

Il biliardino di Pistoletto, una partita fra africani ed europei, con la scritta Love is difference, il grande artista sa parlare con ogni cosa, in questo caso il calciobalilla (bellissimo gioco da bar, soppiantato dalle slot machine ideato in epoca fascista nei centri per la riabilitazione psicomotoria dei reduci di guerra. Balilla è un nome usato spesso da Mussolini nella sua propaganda, era anche una radiolina, un’utilitaria oltre ad essere il bambino fascista dai 6 ai 12, probabilmente il nome nasce per la similitudine tra i piccoli balilla fascisti e le piccole sagome dei giocatori.

Il termine probabilmente fu ispirato alla figura di Giovan Battista Perasso, detto  Balilla, patriota genovese del Settecento, ma foneticamente balilla ricorda Alalà che nella mitologia greca era la personificazione del grido di battaglia, figlia di Polemos il demone di tutte le guerre. Il termine fu ripreso da Gabriele D’Annunzio per coniare il celebre esortativo  Eia, Eia! Alalà!, quale grido di esultanza degli aviatori italiani che parteciparono all’incursione aerea su Pola del 9 agosto 1917, durante la prima guerra mondiale. Se Alalà!  era l’urlo di guerra greco, Eia! era il grido con cui, secondo una tradizione, Alessandro Magno era solito incitare il suo cavallo Bucefalo).

Il calciobalilla di Pistoletto segnava la vittoria degli africani col risultato di 4 a 0, non so se volutamente da Pistoletto o meno; siccome l’arte di oggi è interattiva mi sono permessa di cambiare il risultato con un 4 a 4, cioè alla pari, perché l’Occidente e l’Europa e gli altri Paesi alla pari devono stare, basta rimorsi, si è pianto abbastanza, si lavori affiancati che anche l’Africa ha i suoi orrori e i suoi dittatori e le sue colpe e sulle decisioni importanti l’emozione fa brutti scherzi.

Avrei voluto parlarvi di tante altre opere, ma poi avrei avuto bisogno di pagine e pagine. Mi limito perciò a introdurvi nella Mostra, che inizia con tali parole: “Polemos è padre di tutte le cose, di tutto re” (Eraclito), ma Eraclito era pessimista, meglio forse Democrito? In uno dei suoi Dialoghi, Luciano immagina che Giove e Mercurio si improvvisino venditori di filosofi. Giove e Mercurio lodano per la loro saggezza due opposti filosofi l’uno che continuamente ride, l’altro che invece piange (simbologia presente sia nella mitologia celtica, il re che piange e il re che ride, che nella Chiesa cattolica, Giovanni che ride e Giovanni che piange). Il filosofo che ride è Democrito: se tutto è un caso allora perché angustiarsi.

Quello che piange è Eraclito, il filosofo del divenire che avverte la tragicità di un mondo in cui il senso trapassa nel non senso. Sembrano contrapposti, in realtà non lo sono, se uniti non possono che dire… accetta con animo tranquillo e distaccato il caso/caos naturale, ma rattristati per il caos dell’uomo che non è un caso, la morte è naturale ma quando diventa un assassinio è atrocità ed è pianto per tutti. (Orari: Da martedì a domenica dalle 9 alle 18. Chiuso il lunedì. Biglietti: Intero 10 euro, ridotto 8 euro).

Paola Tassinari

Dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

 

La Romagna ha origini lontane, molto lontane. Sicuramente tutti saprete che i primi abitanti furono gli etruschi e gli umbri poi arrivarono i celti che diedero un’impronta molto forte al nostro carattere e poi i romani che colonizzarono la nostra fertile terra, non completamente come si crede in quanto i romani rispettavano dei vinti usi e costumi e anche la religione. I Romani non hanno mai lottato per affermare i loro Dei, anzi per loro le divinità altrui erano da sedurre. Ad esempio, nei casi di assedio si invitavano, tramite appositi riti, gli Dei preposti alla tutela della città ad abbandonarla, in cambio Roma, avrebbe edificato sui suoi colli un tempio e costituito uno specifico corpo sacerdotale.

Nei pressi di Castrocaro e Terra del Sole, a una decina di chilometri da Forlì si trova la rocca di Monte Poggiolo. La costruzione è a pianta quadrilatera irregolare, agli angoli ha quattro torrioni cilindrici. Data la sua importanza strategica (…”dalla rocca si controllava la pianura della Romagna papale da Faenza fino a Ravenna, e l’Adriatico, di modo che non è possibile far passare fra queste mura e la Terra del Sole di giorno alcun corpo considerabile senza esserne avvisati”… O. Warren, Raccolta di piante delle principali città e fortezze del Granducato di Toscana) la rocca fu contesa nei secoli dalle varie signorie di Forlì, Faenza e Castrocaro.

Alla fine del 1500, la rocca perse la sua importanza in seguito alla costruzione della fortezza di Terra del Sole, attrezzata di artiglieria. Successivamente la rocca fu acquistata da privati, oggi presenta un progressivo degrado, ahimè, senza possibilità di intervento statale per la tutela del patrimonio storico e artistico, ahimè, anche se alla base della Rocca di Monte Poggiolo, località Ca’ Belvedere, è stato ritrovato nel 1983 quello che a tutt’oggi si ritiene essere il più antico sito preistorico europeo.

Un milione di anni fa circa, quando il mare arrivava all’Appennino, sulle spiagge di Monte Poggiolo vi giungeva l’uomo per la prima volta. I dati geologici e paleontologici confermano che i ritrovamenti di Monte Poggiolo appartengono al più antico ciclo del Paleolitico inferiore fino ad ora rinvenuto in Italia e in Europa. L’uomo di Monte Poggiolo probabilmente apparteneva all’Homo erectus; aveva sembianze simili a noi, sapeva lavorare la pietra, scheggiava la selce per costruirsi punte acuminate con cui cacciare e utilizzava raschiatoi per pulire le pelli, aveva padronanza del fuoco, sapeva cucinare e forse anche navigare e presumibilmente aveva un gergo fatto di gesti e di espressioni facciali.

Nel sito archeologico di Poggiolo è stata rinvenuta una gran quantità di materiale formato da gruppi di selce lavorata, ma non sono stati trovati né resti umani né animali. Da dove veniva? Sin dai tempi antichi si pensava che i primi abitanti d’Italia fossero i siculi e che questi avessero abitato la Romagna prima di venire scacciati dagli umbri. E i Siculi da dove provenivano? Era l’Africa collegata alla Sicilia? Ad avvalorare questa tesi, nel 1983 il dott. Gerlando Bianchini, nei pressi di Agrigento, trovò in una roccia calcarea di diciotto milioni di anni; alcuni resti fossili di una specie di austrolopiteco, ovvero un ominide vissuto circa 4.000.000 di anni fa. I pochi resti dentali rinvenuti, portarono Bianchini ad individuarne le caratteristiche nell’austrolopiteco gracilis, un essere bipede dall’altezza di circa un metro e venti, che nonostante avesse la scatola cranica più ridotta di quella dell’uomo attuale e avesse ancora la fronte sfuggente e il mento retratto come le scimmie, doveva manifestare una certa capacità intellettiva nell’usare i mezzi di difesa, come le pietre e i bastoni (Gilberto Giorgetti). La Provincia di Romagna esiste o s’ha ancora da fare? E’ sicuramente importante accelerare il percorso di costituzione della Provincia unica, sic, non sarà una regione, ma sicuramente può rappresentare con più forza i nostri interessi… dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Paola Tassinari 

Le nonne, il loro matterello e la spoja lorda conquistano la Gran Bretagna

Le nonne, il loro matterello e la spoja lorda conquistano la Gran Bretagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 17 Set 2018, 15:49

L’Emilia-Romagna vanta una grande tradizione culinaria: l’arte della pasta fatta in casa: le mitiche sfogline che tirano la pasta all’uovo con olio di gomito, munite di matterello e tagliere creando veli e tessuti color dell’oro, ottenendo poi tortelli, tagliatelle, cappelletti, spoja lorda e altro. Le sfogline sono un patrimonio culturale da proteggere e preservare.

Anni fa, ai tempi della nonna, della mamma e della suocera, in Romagna andava di moda un detto: “Puoi essere bella o quanto vuoi, ma se non sai fare la sfoglia non vai da nessuna parte”, e ai tempi fare la sfoglina era un po’ più difficile, in quanto c’era la miseria e spesso si tirava la sfoglia matta cioè con l’acqua al posto delle uova. La preparazione della sfoglia rappresentava il vanto delle giovani spose. Era la valutazione con la quale il marito e la suocera ne misuravano le qualità.

A tal punto che nelle famiglie patriarcali, dove convivevano in tanti, l’azdora era solita dare la quantità giusta di uova, ovvero un uovo per etto di farina, alle figlie, mentre dimezzava la quantità per le nuore, (la  farina con meno uova e l’aggiunta di acqua diventa meno elastica e tirando la sfoglia si creano i classici buchi… orrore degli orrori per una sfoglina fare i buchi nella sfoglia) per far fare bella figura alle figlie, soprattutto se non le piaceva tanto la nuora. Detto questo intendo parlarvi di una pasta un po’ meno conosciuta ma che a colpi ad sciaddur (il matterello) sta facendosi largo: la spoja lorda anche detta mnëstra imbutida (minestra imbottita).

E’ una pasta fresca tirata a mano, tipica dei giorni festivi, l’azdora la preparava quando aveva poco tempo a disposizione. Oppure se avanzava del ripieno dei cappelletti. La spoja lorda veniva lordata/sporcata per metà sfoglia con un “battuto” a base di formaggio morbido, parmigiano e uova. L’altra metà si ripiegava sopra e poi con la speronella (la rotella tagliapasta) si tagliava in orizzontale e in verticale. Ottenendo tanti quadretti che poi venivano tuffati nel brodo di gallina o di altra carne.

Venerdì scorso 14 settembre, a Lugo, si è svolta la finale del concorso gastronomico “Basta ch’u s’megna”, che ha riunito per la prima volta tutte le Pro Loco della Bassa Romagna. La sfida finale si è svolta tra Lugo, Cotignola, Alfonsine e Sant’Agata sul Santerno, la vittoria è andata alla Pro Loco di Lugo che ha vinto con la spoja lorda alla pancetta e radicchio, in genere come detto sopra, la morte di questa pasta è il brodo. Ma la Pro Loco di Lugo ha scelto di condirla con sugo di pancetta, cipolla e radicchio per renderla un poco estiva. Il brodo d’estate non è propriamente adatto e la spoja lorda ha così battuto cappelletti, ravioli e tagliolini.

Si dice che la spoja lorda abbia avuto origine nei pressi di Brisighella. Vero o non vero, Brisighella, l’ameno borgo dei tre colli, che si trova a pochi chilometri da Faenza, dedica a questa pasta, nel mese di aprile, una festa in cui la spoja lorda si può assaggiare presso lo stand gastronomico dedicato ed in ogni ristorante del territorio. La fama della spoja lorda non è finita qui, è arrivata in Gran Bretagna…  su You Tube il video della settantasettenne Gisella di Faenza, che prepara la spoja lorda, ha totalizzato ben 16.906 visualizzazioni.

Come è successo? Qualche anno fa  Vicky Bennison  ha creato il canale YouTube, Pasta Grannies (la pasta delle nonne). Filmando oltre duecento anziane donne italiane mentre preparano la pasta fatta in casa. Il progetto è nato quattro anni fa. Ma solo ultimamente si sono impennate le visualizzazioni, con oltre i 2 milioni di click per i complessivi video. Un progetto ideato per valorizzare ricette e tradizioni regionali della pasta fatta in casa a livello internazionale.

I video sono brevi ma pregni di percezioni ed emozioni antiche. Ognuno presenta un piatto di pasta e la sua preparazione. Oltre alla spoja lorda, cappelletti, tagliatelle, ravioli, pici, (tipici del sud della Toscana), culurgiones (i classici ravioli della Sardegna) e tanti altri piatti italiani che sono una ricchezza che molti ci invidiano. E le nonne d’Italia, sono così diventate, meritatamente, le stelle della cucina. Senza gli effetti speciali di molte delle trasmissioni culinarie televisive, anche se per questo è occorsa una esperta di gastronomia inglese. E ora vi lascio il link del video di Gisella mentre prepara la spoja lorda.  https://www.youtube.com/watch?v=FrucdNhbnnc

Paola Tassinari

Chiesa di San Giovanni Battista a Rimini, Guido Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per lui ogni donna era sensuale

Chiesa di San Giovanni Battista a Rimini, Guido Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per lui ogni donna era sensuale

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 28 Ago 2018, 06:25

L’Ordine dei Carmelitani ha le sue origini nel Monte Carmelo, dove visse il grande profeta Elia, ritenuto uno dei fondatori della vita monastica. Da sempre questo monte è stato considerato il giardino verdeggiante della Palestina e simbolo di fertilità e bellezza. I carmelitani si diffusero in Europa dalla Terrasanta dopo le prime crociate; furono eremiti ed ebbero fra di loro un Santo molto famoso: l’inglese Simone Stock. Nella storia vi è un collegamento con la Romagna ed un romagnolo, Guido Cagnacci

La leggenda racconta, infatti, che nel 1251, l’Ordine del Carmelo, era circondato da ostilità, e rischiava di estinguersi. San Simone Stock, si rivolse alla Madonna. Ascoltò il suo dolore donandogli lo scapolare, con queste parole: “Coloro che moriranno rivestiti di questo scapolare non andranno nel fuoco dell’inferno. Esso è un segno di salvezza, protezione e sostegno nei pericoli e di alleanza di pace”. I carmelitani ottennero la concessione della chiesa di San Giovanni Battista a Rimini nel 1573 e tale possesso rimase fino al 1797, a seguito delle soppressioni napoleoniche passò ai frati cappuccini.

I carmelitani divennero molto popolari e seguiti, specie per la loro venerabile Madonna del Carmelo. La chiesa è stata ricostruita agli inizi del Seicento e successivamente, in eleganti forme barocche, alla fine del ‘700. La chiesa ospita pregevoli dipinti, su cui primeggia la pala “Madonna con Santi Carmelitani”realizzata intorno al 1630 dal santarcangiolese Guido Cagnacci, uno dei protagonisti della pittura inquieta del Seicento. La pala dalle belle figure e dai notevoli e preziosi tessuti coi panneggi deliziosamente modulati, alla vista così morbidi che vien voglia di toccarli, colpisce per la posizione defilata della Madonna col Bambino, posta in alto, in posa di profilo.

Maggior spazio è dedicato a Sant’Andrea Corsini, la sua presenza è legata quasi certamente al giubilo dei frati per la canonizzazione avvenuta nel 1629. Andrea di nobile famiglia fiorentina, nacque nel 1301 sebbene in gioventù fosse arrogante, spendaccione e ozioso, udì il richiamo religioso e vestì l’abito carmelitano. Nella pala il Santo volge gli occhi alla Vergine col Bimbo ricevendone il beneplacito. Ai piedi del Santo troviamo le carmelitane Teresa d’Avila e Maria Maddalena de’ Pazzi.

Quest’ultima nasce nel 1566 appartiene alla famosa casata de’ Pazzi, potenti per generazioni a Firenze. A 16 anni entra nel monastero carmelitano in Firenze. Soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata. Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto, dove lei sta sempre seduta. Da questo momento vivrà diverse estasi, che si succederanno per molti anni e le descriverà in cinque volumi di manoscritti. Morirà nel 1607 dopo lunghe malattie.

Nella pala la Santa è inginocchiata, ha un volto bellissimo ricco di punti di luce, gli occhi abbassati e le vesti inondate di chiarore, Cagnacci riesce ad ottenere, lui così carnale ed erotico, un misticismo puro. Maddalena riceve dall’angelo che la sovrasta una corona di spine, chiara allusione alle sue estasi. Teresa d’Avila (1515 /1582), Santa spagnola, è ricordata per essere stata una delle più grandi mistiche della religione cattolica. Fu la fondatrice dell’ordine dei carmelitani scalzi. Nei suoi scritti descrive le sue estasi: un angelo le colpiva il cuore con un dardo dalla punta infuocata che le lasciava cinque ferite, simbolo delle stimmate.

Nel dipinto di Guido Cagnacci, Teresa viene trafitta dalla freccia infuocata dell’angelo, vestito riccamente di rosso e che pare meravigliato di ciò che sta accadendo. L’intensità della Santa è una specie di languore che la spossa, gli occhi sono chiusi e la bocca semiaperta pare ansimare di piacere. L’estasi sembra un orgasmo, come la più tarda e famosissima opera marmorea “Estasi di Santa Teresa” del Bernini a Roma. Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per Guido ogni donna era sensuale. E’ innegabile che Cagnacci dia il meglio di sé nei quadri in cui le donne sono le protagoniste indiscusse. La pala dei carmelitani benché sia in un luogo religioso e raffiguri delle Sante, rientra in questo ambito. Le donne, dipinte o reali, furono la fortuna e la sventura del romagnolo Guido Cagnacci.

Paola Tassinari

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplani.

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplani.

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 23 Ago 2018, 13:15

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplaniIl 30 agosto 1925, Italo Balbo, il grande aviatore che guidò due voli transatlantici e fu poi ministro dell’aeronautica, accompagnava a Forlì il segretario del partito fascista Roberto Farinacci, per compiere un gesto di grande lancio: la fondazione di Predappio Nuova, per celebrare il luogo di nascita del duce.

Il 19 settembre 1936, il fascismo era all’apice, il duce non poteva rimanere senza uno scalo nella sua città: nasce il “Luigi Ridolfi”, [n.d.r.] oggi speriamo che se la cavi, dal nome del pilota di Forlì rimasto vittima di un incidente aereo nei dintorni di Milano. Luigi Ridolfi era abile anche nel volo acrobatico, aveva infatti eseguito vari spettacoli nella sua città. I forlivesi avevano il volo nel sangue già al tempo dei primi lanci delle mongolfiere. Enrico Forlanini, inventore e pioniere dell’aviazione italiana, nel 1909 fu il realizzatore del volo del primo dirigibile italiano. Era di Milano ma visse ed operò anche a Forlì.

Per volere di Mussolini, sempre a Forlì, fu edificato il Collegio aeronautico, intitolato a Bruno Mussolini, figlio del duce, morto in un incidente aereo. Il palazzo, destinato a ospitare il primo istituto aeronautico in Italia, è un notevole edificio in stile razionalista, si trova in piazzale della Vittoria. Attualmente è adibito ad uso scolastico. Davanti vi è la bella statua che rappresenta Icaro. All’interno vi sono i mosaici in pietra bianca e nera. Raccontano la conquista dei cieli e le vicende dell’aviazione italiana dalle sue origini fino agli anni ‘40.

Nella vicina Predappio si assemblava il Caproni Ca.164, un monomotore biplano, prodotto con successo dall’azienda Aeronautica Caproni, negli anni Trenta. Oggi le gallerie della Caproni sono interessate dal programma Ciclope, un laboratorio di fluidodinamica, un progetto di alta ricerca e di internazionalizzazione del tecnopolo aeronautico. Nel maggio 1968 fu istituito ufficialmente, con decreto ministeriale, l’Istituto tecnico aeronautico “Francesco Baracca”.

Altre tappe fondamentali: le sedi distaccate dell’Università di Bologna con i corsi di laurea in Ingegneria Aerospaziale e in Ingegneria Meccanica, il centro Enav, scuola di formazione per i controllori di volo, unica in Italia, scuole di addestramento al volo e l’Istituto per lo studio e l’applicazione delle scienze aeronautiche e spaziali. A Rimini l’Aeroporto Internazionale Miramare dedicato a “Federico Fellini” nasce nel 1912 come aeroporto militare, sviluppandosi e aumentando il volume passeggeri sino a qualche anno fa, [n.d.r.] oggi speriamo che se la cavi.

Sempre a Rimini si trova il Parco Tematico e Museo dell’Aviazione di Rimini. Inaugurato nel 1995, con la collezione di oltre 50 velivoli originali, mezzi contraerei e corazzati, modelli volanti in scala, divise e tute da volo, documenti, decorazioni e medaglie, è la più grande struttura di questo genere in Italia. A Lugol’Aero Club Francesco Baracca, scuola di pilotaggio aeroplani e ultraleggeri e Scuola Nazionale Elicotteri, iniziò la propria attività nei primi anni ’50. La scuola di volo è ai vertici nazionali per la preparazione impartita ai piloti. Un nutrito numero di ex allievi si trova al servizio della Protezione Civile per lo spegnimento di incendi ed il soccorso su Canadair ed elicotteri.

L’aeroporto di Ravenna La Spreta, quest’anno ha compiuto 100 anni, attualmente ospita, oltre all’Aero Club Francesco Baracca, anche la scuola di volo acrobatico “Ali sul mare” e i paracadutisti dell’associazione “Pull out”. Infine l’aeroporto di Cervia-Pisignano, un aeroporto militare sede dal 5 ottobre 2010 del 15º Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana. Le opere infrastrutturali sono strategiche per lo sviluppo. Ma la nostra Romagna da questo lato piange assai. Basti pensare a come sono in rovina i nostri collegamenti verso le altre regioni: la “Romea”, la “E45” o l’Adriatica; le strade provinciali sono piene di buche, i treni spesso in ritardo, però… abbiamo le ali, non facciamo in modo che ce le tarpino.

Paola Tassinari

 

Il castello di Giaggiolo, feudo di Paolo il bello, a breve distanza da Forlì

Il castello di Giaggiolo, feudo di Paolo il bello, a breve distanza da Forlì

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 19 Ago 2018, 17:53

Ho sempre amato, ieri come oggi, i racconti degli anziani. E proprio un’anziana azdora mi ha parlato di Giaggiolo, il suo paese natio dove un tempo sorgeva un castello. “Giaggiolo che bel nome, chissà perché si chiama così”. Mi ha risposto che il toponimo derivava dalla profusione di giaggioli che fioriscono intensamente sul finire della primavera. Lei li ha chiamati al scurèz de gêval (le scoregge del diavolo). Il giaggiolo può essere bianco o violaceo ed è il simbolo di Firenze. Al scurèz de gêval, mi ha spiegato l’azdora, sono solo i giaggioli paonazzi i quali tingono le mani come fossero carta copiativa, “dà la varnìsa al scurèz, s’ t’ci bôn!” (colora le scoregge, se ne sei capace) mi ha detto sorridendo allegramente.

E così ora vi parlerò del castello di Giaggiolo. Diversamente da ciò che tramanda la tradizione popolare il toponimo Giaggiolo, sarebbe una derivazione di “gaggio”, nel senso diminutivo dal longobardo “gagi”: siepe. Diventato poi col latino medievale gahagium, terreno circondato da siepe. Le memorie di transiti e spostamenti umani, nell’Appennino romagnolo, si perdono nella notte dei tempi, forse addirittura al Paleolitico. Questi antichi percorsi solitari e distanti dai fondovalle tornano in auge nel Medioevo, per evitare controlli e pedaggi.

Ciò favorì, lungo questi tragitti, la diffusione di piccoli centri, abbazie, torri e castelli, affidati a famiglie nobiliari. Titolari di feudi che accrescevano il loro potere schierandosi, ora con la Chiesa, ora con l’Imperatore. Il castello di Giaggiolo si ergeva solitario, su una cresta montana, fra le valli del fiume Bidente e del torrente Borello, a circa trenta chilometri da Forlì. Oggi rimangono imponenti ruderi accanto a una piccola chiesetta. Il castello, un tempo era assai noto, documentato già nel 1021, fu la sede del ramo dei Malatesta di Giaggiolo, il cui capostipite fu Paolo Malatesta, sì proprio il Paolo di Francesca, citato da Dante, nel V canto dell’Inferno.

Nel 1371 il Castrum Glagioli comprendeva la rocca e il palazzo, con 26 focolari (famiglie). Era il 1471, una volta estinto il ramo maschile dei Malatesta, quando il castello di Giaggiolo passò ai conti, poi marchesi Guidi di Bagno che utilizzarono il maniero come residenza estiva ed iniziò il lento declino di Giaggiolo. Nel 1269, Malatesta da Verucchio, il “Mastin vecchio”, così lo cita Dante, investì del titolo comitale il secondogenito Paolo, combinando il matrimonio con Orabile Beatrice, figlia dei Conti di Giaggiolo.

Orabile Beatrice, ultima erede dei conti di Giaggiolo, rimasti senza discendenza maschile, è costretta, appena quindicenne a sposare il figlio di un nemico del padre. Ma il castello di Giaggiolo sorgeva su un punto strategico e Malatesta la ebbe vinta su Guido da Montefeltro zio di Orabile Beatrice. Infatti Guido da Montefeltro aveva sposato Manentessa sorella del padre di Orabile Beatrice. L’usanza dei matrimoni combinati era al tempo la regola, anche il primogenito di “Mastin vecchio”, Giovanni detto Gianciotto (Johannes Zoctus, Giovanni Zoppo), ebbe in questo modo in sposa Francesca da Polenta.

I rapporti tra i due fratelli, Paolo e Giovanni, ebbero un esito tragico. Giovanni uccise il fratello e la moglie accecato dalla gelosia, ma il delitto potrebbe avere avuto anche risvolti economici. Gianciotto aveva i suoi buoni motivi per odiare il fratello minore Paolo detto il Bello, che diversamente dal ruolo di amante perpetuo di dantesca memoria, oltre alla facile rendita delle terre di Giaggiolo, contea che comprendeva anche Meldola e Cusercoli, era diventato un protagonista stimato della scena nazionale come attesta l’incarico di Capitano del Popolo di Firenze nel 1282.

Delitto d’onore, delitto d’amore, racconta Dante, ma il Poeta non poteva che riproporre la tesi corrente perché l’astio tra i fratelli era in corso e continuava come in una faida; quanto accadde fra Giovanni e Paolo si ripeté con i loro eredi. Il figlio di Giovanni, Ramberto, nel 1323 uccise a Ciola il cugino Uberto, figlio di Paolo. A sua volta Ramberto fu ucciso a Poggio Berni nel 1330 dai parenti di Rimini, come punizione del suo tentativo di conquistare la città.

Paola Tassinari

Alberico sconfisse i bretoni che avevano messo a ferro e fuoco Cesena e l’Italia per il primato della Francia

Alberico sconfisse i bretoni che avevano messo a ferro e fuoco Cesena e l’Italia per il primato della Francia

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 19 Lug 2018, 16:35

Alberico nasce a Barbiano nel 1344, fa parte di una famiglia romagnola discendente dai Carolingi e imparentata con i signori di Carrara, Ravenna e Faenza. Apprende l’arte militare nella compagnia di ventura dell’inglese “Giovanni Acuto”. Poi forma una sua compagnia chiamata Compagnia di San Giorgio. L’esercito di Alberico conobbe subito una grande fama. Così quando le milizie mercenarie bretoni dell’antipapa Clemente VII si misero in marcia verso Roma per metterlo a capo della chiesa, papa Urbano VI lo chiamò a schierarsi in difesa di Roma.

Il cardinale Roberto di Ginevra, antipapa Clemente VII, aveva contribuito alla ricostruzione dello stato pontificio quale legato in Romagna (1376-1378). Quando fu eletto nel 1378 dalla fazione dei cardinali francesi, ribelli ai loro colleghi che avevano eletto poco prima Urbano VI. L’elezione di Urbano, significava la volontà della Santa Sede di rimanere in Roma, dove si era stabilita pochi mesi prima, abbandonando Avignone, i cardinali francesi però volevano ritrasferire la sede pontificia ad Avignone per fare i loro interessi.

Clemente VII iniziò subito la lotta contro Urbano VI, per prendere possesso di Roma, incamminandosi col suo esercito mercenario verso Roma. La battaglia tra Alberico e le milizie bretoni avvenne a 12 miglia a nord di Roma il 30 aprile 1379. Al termine della battaglia, Alberico, vittorioso, entrò trionfante in Roma. Urbano VI, rese grazie a Dio della vittoria recandosi incontro dal vincitore a piedi nudi, lo fece Cavaliere di Cristo e gli conferì solennemente un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa con il motto “LI-IT-AB-EXT” ( l’Italia liberata dai Barbari).

Non bisogna però mai festeggiare troppo le vittorie, perché quella di Urbano VI fu di breve durata. Persa la battaglia, Clemente VII si ritirò con le sue truppe ad Avignone, qui instaurò una nuova Curia e diede di nuovo battaglia. Da questo momento incominciò il grande Scisma d’Occidente, con cui si intende la crisi che per quasi quarant’anni, dal 1378 al 1417, lacerò la Chiesa occidentale, con il papato diviso in due obbedienze, quella romana e quella avignonese. La situazione si complicò quando la stessa Cristianità si divise in due: infatti con Clemente VII si schierarono la Francia, il Regno di Napoli, la Savoia, i Regni della Penisola Iberica, la Sicilia e la Scozia.

Ad Urbano VI, invece, rimasero fedeli l’Imperatore Carlo VI, l’Italia centrale e settentrionale, l’Inghilterra, l’Ungheria, la Germania settentrionale ed i Regni Scandinavi. Urbano scagliò la scomunica contro Clemente, che rispose con la medesima arma e si continuò nello sconquasso generale, ogni parte convinta dell’autorità e della legittimità del proprio Papa, si arrivò ad avere ben 3 Papi a governare la Chiesa, anche se in realtà non è così, infatti il Papa è sempre uno e gli altri due erano quindi antipapa.

Alberico morì presso Perugia nel 1409, la Romagna lo ricorda con il Palio di Alberico a Barbiano. Inoltre Alberico da Barbiano fu anche un incrociatore della Regia Marina, battezzato così proprio in onore del condottiero. Clemente VII fu tristemente noto come il boia di Cesena, perché i suoi “brettoni” avevano messo a ferro e fuoco la città romagnola. Fu per ordine del cardinale, futuro antipapa, che le milizie bretoni che lo sostenevano, furono accolte nella città. In cambio dell’accoglienza ricevuta, le truppe depredarono la popolazione, seminando violenza in città e nelle campagne.

Esasperati i cesenati si ribellarono, uccidendo qualche centinaio di soldati bretoni. La risposta del cardinale non si fece attendere, dapprima finse di comprendere il punto di vista dei cesenati, ma nel frattempo mandò a chiamare il condottiero Giovanni Acuto, che era di stanza a Faenza, con i suoi mercenari inglesi. L’esercito ingaggiò un conflitto con i cesenati che erano disarmati perché rassicurati dalle parole del cardinale, che invece volle fermamente che gli abitanti sconfitti venissero trucidati.

I soldati non uccisero solo uomini, ma anche donne e bambini, pare fossero macellate circa cinquemila persone. Le truppe bretoni rimasero fino ad agosto continuando nei loro saccheggi. Cesena ricorda il misfatto nella toponomastica con la Piazzetta Cesenati del 1377.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro, in luglio si arricchisce di una delle mostra antiquarie più belle d’Italia

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro, in luglio si arricchisce di una delle mostra antiquarie più belle d’Italia

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 4 Lug 2018, 19:55

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro e sede del Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, è posta sulle pendici occidentali del Monte Carpegna. A circa 40 chilometri da Rimini, sul confine romagnoloPrima feudo dei Carpegna, poi dei Malatesta, prima che questa famiglia scendesse a Verucchio e poi a Rimini.Insignita dal Touring Club della Bandiera arancione, ha numerosi monumenti da ammirare e visitare: la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia.

A Pennabilli ha vissuto a lungo Tonino Guerra che qui ha lasciato allestimenti e opere, che hanno arricchito il paese attraverso il Museo diffuso dei luoghi dell’Anima, composto da sette installazioni: L’Orto dei Frutti Dimenticati (dove si intrecciano installazioni artistiche e varietà antiche di alberi da frutto), La Strada delle Meridiane, Il Rifugio delle Madonne Abbandonate, Il Santuario dei Pensieri, L’Angelo coi Baffi, Il Giardino Pietrificato, opere visitabili tutti i giorni gratuitamente. Un tempo chiamato Penna e Billi, oggi diventato un unico abitato detto Pennabilli, probabilmente era un importante centro mistico del popolo celtico.

Billi è una parola che significa albero sacro, mentre Penna deriva dal Dio Penn o Pennin, antica divinità celtica. Letteralmente penn, significa, cima o sommità, da cui proviene anche il toponimo per la Catena degli Appennini. Non lontano da Penna, c’è il Balzo. Quest’ultimo, è un salto nel vuoto e per i Celti era sacro, se non c’è il Balzo, non è un luogo celta. Il Balzo era una prova iniziatica o forse un luogo di Giustizia Divina, dove si facevano anche dei sacrifici.

Oggi in questo posto così ricco di misticità, si trova una campana tibetana, a memoria di una visita del Dalai Lama 14°. Pennabili è stretta da un forte legame con il Tibet, legato a padre Francesco Orazio della Penna, partito da Rimini per fondare una Missione cattolica, nella capitale tibetana, dove creò un ottimo rapporto con i monaci e la popolazione. Nel 1994, il Dalai Lama, fu onorato, con la cittadinanza riminese. Visitò Pennabilli per celebrare il 250° anniversario della morte del missionario Orazio della Penna. In quell’occasione scoprì una lapide sulla facciata della casa natale del frate e piantò un gelso.

Nel 2005 si ebbe una seconda visita del Dalai Lama. Durante la quale fu inaugurata una struttura metallica, posta sul colle che domina il paese. E’ composta da una campana a tre mulini di preghiera tibetani o manikorlo (liberamente azionabili dai visitatori). Ciascun mulino di preghiera presenta in rilievo un mantra. Secondo la religione buddista ruotare un mulino di preghiera assume il significato di un’invocazione rivolta verso il cielo. Proprio come il suono di una campana. Quest’anno, come di consuetudine, si svolgerà a Pennabilli, nella seconda metà di luglio una delle più antiche e prestigiose mostre mercato d’antiquariato d’Italia. Da 48 anni, l’evento si afferma come un’esposizione di alto livello con garanzia di qualità. Fu definita da Tonino Guerra “una delle mostre più belle d’Italia”.

L’esposizione occuperà i tre piani di Palazzo Olivieri, che accoglieranno trentacinque gallerie antiquarie italiane ed estere con: mobili di alta epoca, sculture, dipinti, gioielli, ceramiche, libri, stampe e oggetti d’arredamento, capolavori d’arte e d’artigianato provenienti da tutte le regioni italiane e da molte parti d’Europa realizzati tra il Medioevo e il Novecento. Durata: 14 – 29 luglio 2018. Orario: da lunedì a venerdì dalle 15 alle 20; sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20:30. Ingresso: 10 euro. 

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?