Le storie vicino a Palazzo Albertini in piazza Saffi

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Palazzo Albertini è un edificio in stile veneziano risalente al 1400 situato in Piazza Saffi a Forlì, appartenne alla famiglia degli Albertini, una dinastia di farmacisti. Ludovico Albertini fu lo speziale di fiducia di Caterina Sforza, con la quale collaborò a lungo nello sperimentare le famose ricette di bellezza raccolte poi da Caterina in un manoscritto, di cui se ne conserva una copia, contenente ben 454 formule. A poca distanza dal palazzo, sull’attuale corso Diaz, si trovava il Fondaco di Spezerie, sulla facciata vi era l’affresco del “Pestapepe”. Non stupisce la pittura sui muri esterni, era usuale in quel periodo, non meraviglia la scelta di pubblicizzare il pepe, ai tempi le spezie erano un commercio importante e redditizio, in particolare il pepe era largamente usato, per chi ne aveva le possibilità, e raccomandato per il suo alto potere calorifero, era anche considerato afrodisiaco quindi era naturale che l’operazione del pestare il pepe potesse diventare l’insegna di una spezieria. L’inconsueto, il prodigioso sta nell’elevata qualità dell’opera. La figura ben disegnata di un uomo di forse quarant’anni alza veemente con ambedue le mani un pestello grande come una clava, ha la veste svolazzante verde oliva, la camicia bianca, il viso contratto in cui si evidenziano due porri e i piccoli denti serrati. Il gesto del pestare non c’è, è colto nell’attimo prima di abbassare il “pestellone”, è l’osservatore che fa tutto ed immagina tutto, il tonfo, lo scricchiolare del pepe la fatica dell’uomo. L’opera era in passato attribuita a Melozzo da Forlì; ma l’impeto che presenta è assolutamente estraneo alla statica ed armonica visione dell’artista forlivese, forse l’attribuzione era dovuta al grande desiderio di conservare nella sua città natale almeno un’opera. L’energia della figura è tutta ferrarese. Più precisamente il Longhi ne ha indicato la stretta affinità con la parte degli affreschi di Schifanoia affidati a Francesco del Cossa, artista che è tra i più grandi del Quattrocento. I denti del “Pestapepe” mi ricordano e mi danno gli stessi brividi dei denti della “Maddalena piangente” unico frammento sopravvissuto degli affreschi della cappella Garganelli, eseguiti da Ercole de Roberti e Francesco del Cossa a Bologna,oggi conservato nella Pinacoteca di Bologna, mentre il Pestapepe si trova nei Musei San Domenico di Forlì.

 

immagine: Il Pestapepe

 

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Vove di Romagna” il giorno 03/11/2014

Ravenna, città per artisti

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Oscar Wilde noto poeta e scrittore irlandese, personaggio eccentrico con scarsa considerazione per l’opinione pubblica, antesignano di una sessualità libera e promiscua per cui pagò un prezzo elevato, finendo in carcere e ai lavori forzati. Amò uomini e donne ma queste ultime un po’ le disprezzava. Oscar Wilde espresse il suo pensiero sulle donne tradite ad un amico. Il poeta aveva notato come in Francia avessero quella che lui considerava una gran brutta abitudine, quella di amare troppo le donne. Questo portava inevitabilmente al tradimento con altre donne. In Inghilterra ciò non accadeva, perché gli inglesi amavano poco le donne. Nella primavera del 1877 si trovava in Italia in vacanza, e visitò Ravenna. Entrò in città a cavallo ed ebbe un colpo di fulmine, non poteva essere che così, la città ha un fascino che turba, è intrisa  della velata inquietudine della morte, del disfacimento della gloria. Wilde dedicò a Ravenna una poesia struggente con cui partecipò al concorso Newdigate vincendolo. La poesia, divisa in sette parti, narra l’incontro di Wilde con Ravenna, terminando con un saluto alla città dove Dante dorme e che Byron ha amato così tanto…( ‘O bella! O triste! O Regina sconsolata! In devastata leggiadria tu giaci morta…  Ma tu, Ravenna, di tutte la più amata, I tuoi palazzi in rovina che sono un manto Che nasconde la tua grandezza caduta!’). Lord Byron poeta inglese soggiornò a Ravenna per seguire la sua innamorata Teresa Guiccioli. Byron aveva un’indole da “eroe romantico”, sprezzante del censo e dei privilegi (ma lui li possedeva) si fermò a lungo a Ravenna scrivendo di essere stato “marchiato” dalla città, qui continuò a scrivere il suo capolavoro: il Don Giovanni e  altri scritti tra cui il Ravenna Diario.  Ravenna è stata cantata da Hermann Hesse poeta e scrittore tedesco, che ha scritto ben due poesie su Ravenna una è dedicata alle sue donne. (‘Le donne di Ravenna portano/negli occhi profondi e nei teneri gesti/ in sé una coscienza dei giorni/ dell’antica città e delle sue feste’). Alexander Blok poeta simbolista scrisse una poesia intitolata Ravenna ispirata dal suo viaggio italiano. Thomas S. Eliot poeta e drammaturgo statunitense scrive la poesia “Luna di miele”(scritta in francese) descrivendo una coppia in luna di miele a Sant’Apollinare in Classe. Henry James scrittore statunitense scrisse di Ravenna annotando poi: “Non ho spazio sufficiente per elencare tutte le varie splendide gemme della raccolta”. Marguerite Yourcenar affermò che “nei mosaici di Ravenna c’è Dio”. Gustav Klimt celebre pittore simbolista fu talmente colpito dai mosaici di Ravenna da influenzarne la sua arte scrisse: “A Ravenna tanta miseria, i mosaici di splendore inaudito”. Ezra Pound aveva tra le sue città predilette Ravenna, Gabriele D’annunzio dedicò un’ode alla città e il cielo stellato del Mausoleo di Galla Placidia è stato fonte di ispirazione a Cole Porter, in visita a Ravenna negli anni ‘20, per la composizione della famosa canzone Night and Day.  Carl Gustav Jung fu talmente affascinato dai mosaici da cadere preda di una sorta di visione… si potrebbe continuare ma chiudo con Thomas Middleton che ha scritto una commedia su Ravenna: “La Strega”, prendendo in prestito la storia di nobili ravennati traendola dalla narrativa di Matteo Bandello (ideatore della tragedia di Romeo e Giulietta di William Shakespeare). Forse Middleton   l’ambientò qui in terra romagnola come satira contro le credenze e le pratiche di stregoneria della società ravennate del tempo. L’opera la Strega è nota soprattutto per le parti sulle streghe e su Ecate che sono state incorporate da  Shakespeare nel Macbeth. Vorrei terminare ma non posso non dirvi che intorno al 700  è stato compilata da un chierico anonimo un’opera geografica molto rara chiamata Cosmografia ravennate che si compone di un elenco di toponimi che coprono il mondo dall’India all’Irlanda, un lavoro immane, considerando i tempi, in un angolino ad est dell’India l’autore vi localizza il Paradiso terrestre. L’ultima ciliegina: Ravenna è citata quattro volte nelle profezie di Nostradamus, in una di queste Ravenna darebbe origine al terzo e ultimo Anticristo.

 

immagine: Mosaici di Galla Placidia, Ravenna

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Vove di Romagna” il giorno 03/11/2014

 

 

Romagna che signorie!

In Romagna le Signorie emersero fra il ’200 e il ’300. Alla fine del ’200 risultavano affermati i Da Polenta a Ravenna, i Malatesta a Rimini; all’inizio del 1300 si affermarono a Forlì gli Ordelaffi e successivamente i Manfredi a Faenza e gli Alidosi a Imola. Di queste Signorie la più importante fu quella dei Malatesta, la cui origine pare risalga a Giovanni di Ravenna (VIII) oppure addirittura ai romani. Malatesta da Verucchio pose nel 1295 le basi della Signoria occupando le istituzioni laiche ed ecclesiastiche. Dal 1355, quando divennero vicari papali, i Malatesta rafforzarono il loro dominio, che fu incontrastato fino al ’50O.  Definito da Dante  “il mastin vecchio” (Inferno, XXVII)   Malatesta da Verucchio meritò per la sua longevità (1212-1312) l’appellativo di “Centenario”;     per il suo coraggio fu anche chiamato “l’Audace”. Oltre a queste Signorie la Romagna vanta anche la fondazione del ducato di Milano e quella del granducato di Toscana. Vediamo un po’ come si svolsero verosimilmente i fatti. Siamo nel 1382, Muzio stava zappando sotto il sole cocente, la zappa fra le sue mani volteggiava leggera, del resto lui era un marcantonio dotato di una forza eccezionale, riusciva con le sue mani a raddrizzare un ferro di cavallo, ma quel giorno il lavoro dei campi gli parve più pesante e monotono del solito e quando udì il rullio dei tamburi e il suono del piffero che annunciavano le compagnie di ventura in cerca di uomini da arruolare, Muzio gettò la zappa contro un albero, se fosse caduta, sarebbe rimasto lì a zappare, se si fosse conficcata nel tronco si sarebbe arruolato, la zappa si impiantò nel legno e Muzio partì coi soldati in cerca di fortuna. Questo è ciò che dice la leggenda in realtà Muzio nasce a Cotignola, vicino a Faenza, nella famiglia influente e guerriera degli Attendolo, esponenti di un ricco ceto medio rurale. Muzio inizialmente fece parte della compagnia di Alberico da Barbiano, che gli diede il soprannome di Sforza. Poi grazie alla sua abilità di condottiero ed a favorevoli matrimoni fece fortuna. Suo figlio illegittimo Francesco, ne fece ancora di più, tramite le sue doti di condottiero e grazie al matrimonio con Bianca Maria Visconti divenne duca di Milano. Era la fine di febbraio del 1450, quando Milano si arrese a Francesco, i milanesi si erano schierati con l’aristocrazia e non lo volevano, ma poi furono ben contenti della resa perché col nuovo duca ebbero un periodo florido. Gli consegnarono lo stendardo con la biscia viscontea e lo scettro. Gli successe il primogenito Gian Galeazzo, più dedito alle donne e alle battute di caccia, padre di Caterina Sforza, figlia illegittima.      Caterina tramite il matrimonio con Girolamo Riario, avvenuto quando Caterina aveva dieci anni, divenne alla sua morte Signora di Imola e di Forlì. Caterina era nipote del famoso Ludovico il Moro che subentrò astutamente al governo di Milano. Caterina ebbe numerosi amanti e tre mariti, dall’    ultimo marito che era un de Medici ebbe Giovanni de Medici, nato a Forlì, chiamato dalle Bande  Nere, in segno di lutto per la morte di papa Leone X de Medici, che era stato un suo protettore. Giovanni dalle Bande Nere, fu il più gran guerriero che l’Italia avesse al suo tempo, istituì fanterie   disciplinate, con divise uniformi (di qui il nome di uniforme), inesauribile, implacabile, indomito, era chiamato il Gran Diavolo, fu l’ultimo cavaliere. Suo figlio per uno strano gioco del destino divenne Cosimo I de’ Medici, fu il secondo duca di Firenze e, in seguito, il primo granduca di Toscana. Tiriamo le somme in questa carrellata: le Signorie hanno lasciato opere d’arte, edificato città, monumenti ed  il popolo stava discretamente bene, ma fra i potenti era una lotta all’ultimo coltello, intrighi, veleni,amanti, matrimoni di tornaconto, guerre e tradimenti il tutto spolverato dallo zucchero dell’ipocrisia. Non prendiamo sempre i Borgia come fossero gli unici depravati, allora, ma anche oggi se vuoi il potere devi avere il pelo lungo sullo stomaco, altrimenti fanno fuori te e la tua famiglia, colpisci per primo per non soccombere e per fare ciò occorre tanta astuzia…  ma forse capiterà un giorno che gli ultimi saranno i primi.

immagine: Giovanni dalle bande nere (Uffizi)

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/10/2014

Il dolore e il sorriso di Giorgio Celiberti in mostra

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Sino all’11/12/ 2015 sarà visibile a Ravenna al Museo Nazionale la mostra “La Passione e il Corpo della Storia” di Giorgio Celiberti. E’ lodevole far dialogare e mettere a confronto le opere antiche con quelle  odierne, anche perché l’arte è sempre un disfare e un rifare. La mostra non è molto grande ma vi è il percorso di Celiberti dagli anni ‘70 ai giorni nostri. Parte dalla svolta dell’artista nata dal dolore. Quando Celiberti arriva nel 1965 in visita  al lager di Terenzin vicino a Praga, dove erano morti 1500 bambini ebrei, rimane scioccato e fulminato dal dolore che l’uomo può creare. “Lager” e “Tabelle” sono lavori grigi  e spenti come cenere, graffiti con delle  X che paiono più che lettere o numeri, croci di Sant’Andrea, seguono i “Fiori” pietrificati e fossili, e  i “Muri” densi e corposi. Con “Finestre porte e stele”, c’è un ricordo  dell’antico, di tombe funerarie che proteggono corpi che ormai possono essere solo in un’altra dimensione. Infine i graffiti in bianco e nero de “La Passione” opera quasi monumentale creata per Ravenna, l’artista spiega che è rimasto affascinato dal Mausoleo di Teodorico, dalle sue porte e finestre e non poteva essere che così, un simbolo del potere che parte con buoni propositi politici per finire in una crocifissione:  Teodorico avvelenato e il suo corpo disperso… sempre e per sempre la pietà è accoppata. Giorgio Celiberti è nato a Udine nel 1929,  interviene ai grandi eventi dell’arte contemporanea. Partecipa giovanissimo alla  Biennale di Venezia del 1948, dove c’erano anche Picasso e Matisse. Si sposta tra Parigi, Londra e Roma.Italo Calvino individua nella sua pittura “il peso doloroso della vita” e non si sbagliava. L’artista era presente all’inaugurazione ed ha avuto parole lusinghiere per la città e i suoi abitanti, mi hanno colpito la sua dolcezza, i suoi occhi cerulei che emanavano un alone di bontà e il suo sorriso, mi sono così incuriosita e mi sono avvicinata. “Maestro, io conoscevo le sue opere, ma non Lei, sono rimasta stupita dal dolore che invade i suoi lavori, mentre Lei invece sorride sempre, mi aspettavo di vederla un po’ abbattuto”. “Nei miei lavori metto il dolore del mondo, lo denuncio, ma poi devo sorridere, sorridere anche per chi non può farlo”. “Maestro le sue parole mi hanno creato il “magone”, ha detto una cosa fantastica trovare la forza di sorridere per chi non può farlo … posso baciarla”?.

immagine: “La Passione” di Giorgio Celiberti

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 20/10/2014

L’amore di Giulia in viaggio verso l’ignoto

20150320_123752-1-1Poco tempo fa, alla Fiera del libro della Romagna, tenutasi a Cesena,  Paola Tassinari ha presentato il suo ultimo romanzo, si intitola: “Ár var alda” (un amore fuori dal tempo) edizioni Sensoinverso . La trama: Giulia una giovane donna inquieta e curiosa, si mette in viaggio sola e con pochi soldi in tasca, incontrerà l’uomo della sua vita che la metterà in contatto con i misteri più strani ed estremi. Il romanzo continuerà con due viaggi, uno alla scoperta di luoghi, musei, persone reali, l’altro viaggio si snoderà fra i simboli della terra cava, le leggende, i miti antichi per arrivare a presenze irreali.”L’idea del libro – spiega l’autrice – è nata visitando il Museo archeologico di Sarsina. La galleria dei reperti l’avevo già vista altre volte ma mi era sfuggito, non lo avrei notato neanche questa volta, se qualcuno non mi avesse detto di guardare il simbolo della terra cava. Il lacerto di mosaico era là ben visibile, il globo terrestre con le entrate ai Poli e al posto del nucleo una cavità. Sin dai tempi antichi si sono ipotizzati territori sotterranei, Platone e la sua “caverna” per esempio e nel I secolo d. C., a Sarsina, qualcuno si era fatto fare un pavimento, nella sua villa, col simbolo della terra cava. Questa teoria ogni tanto si ripropone, il centro della terra sarebbe popolato di persone simili a noi ma più evoluti, discendenti degli antichi Giganti, questi ultimi sono raccontati in molti miti, anche nell’Odissea, Polifemo era un Gigante ad esempio. Uno dei primi che diede credito al concetto di terra cava è uno dei fondatori dell’astronomia moderna, Edmond Halley, conosciuto per aver scoperto la cometa che ha il suo nome. Nel 1864 Julio Verne  scrive il romanzo“Viaggio al centro della terra”. Anni dopo il maresciallo nazista Hermann Goering finanziò delle ricerche sugli ingressi dei Poli, indagini finite male, Hitler inviò i più fanatici sostenitori della terra cava nei campi di concentramento. Le entrate per la terra cava non sarebbero solo i Poli, ma anche i punti di incontro delle Ley Line (per la New age sono linee di energia che contornano la terra e che si focalizzano nei luoghi sacri, già dal tempo antico). Sarsina potrebbe essere una di queste entrate: il mosaico che raffigura la terra cava, la presenza delle Marmitte dei Giganti e infine il luogo sacro di San Vinicio che forse era un Druido. Si narra che i Druidi fossero i discendenti  degli Iperborei e questi dei Giganti”.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/04/2015    

PRIMO MAGGIO DA RINASCITA

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Da bimbetta di appena due o tre anni avevo compreso che c’erano delle feste molto importanti che si festeggiavano il primo del mese, ma tendevo a confonderle. Una non mi piaceva per niente, essendo femmina anche se piccola, non mi era permesso mettere il naso fuori dalla porta, portavo iella, trovavo questa cosa ingiusta e guardavo dai vetri della finestra, dispiacendomi di essere nata  bambina, era il primo gennaio. L’altra era legata a degli scherzi che facevano divertire qualcuno ed arrabbiare qualcun altro  e capitava pure che litigassero, a me non piaceva per niente, era il primo d’aprile. Ma c’era un giorno in cui essere femmine era bello, la nonna mi metteva un rametto  d’acacia tra i capelli, la porta era adornata di questi fiori odorosi, io potevo uscire e scorazzare dove volevo, raccogliendo fronde e rami per le finestre, i grandi erano contenti e le donne ricevevano fiori, era il primo maggio. “…nella notte d‘ingresso di tale mese, elettrizzandosi la gioventù, accorrono i giovani a cantare il maggio sotto le finestre delle loro favorite. Contemporaneamente si sentono torme di giovinette cantare canzoni ponendo sulle finestre ed alle loro porte rami di albero con fiori, come dire di avere piantato maggio” (Michele Placucci – 1818). Il concetto di folklore come insieme di documenti e resti del passato è molto vivo in Romagna, il Calendimaggio o cantar maggio, trae il nome dal periodo in cui ha luogo, cioè l’inizio di maggio. Una tradizione antica imponeva che venissero lasciati fiori e ramoscelli intrecciati sui davanzali delle case di fanciulle da corteggiare, alla sera venivano eletti il re e la regina di maggio,  mentre  la mattina presto gli uomini innalzavano “l’albero di maggio”, di solito un pioppo o una betulla, che veniva  adornato di cui ne rimane il retaggio nell’odierno albero della cuccagna. Un po’ più vicino a noi, solo qualche decennio fa in Romagna  “la piòpa” (il pioppo era l’albero della libertà piantato in tante piazze al tempo della Rivoluzione francese perché il nome scientifico è Populos ovvero popolo)  del primo maggio aveva in cima un  vessillo rosso, si svolgevano cortei di  bestiame e di trattori, molti uomini portavano all‘occhiello un garofano rosso… tutto si era mescolato. La festa del lavoro è il primo maggio, i motivi risalgono ai gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA), alle battaglie dei lavoratori, e forse anche perché  in questo giorno si festeggia San Giuseppe lavoratore, ma  ne siamo sicuri? Il primo maggio potrebbe risalire a una festa celtica che si svolgeva in questo giorno:  “Beltaine” in cui si festeggiava l’amore e il corteggiamento, il falò era una parte rituale molto importante, saltare sui carboni ardenti era propiziatorio sia per le persone che per il bestiame. Si innalzava  un palo inghirlandato  che piantato nella terra, simbolicamente la fecondava. Si eleggevano il re e la regina di maggio, mentre i giovani del villaggio raccoglievano i fiori con cui decorare se stessi, i loro familiari e le loro case. Vi erano poi i “matrimoni di maggio” che potevano durare  forse solo per quella notte ma  qualsiasi bambino fosse stato concepito durante la festa veniva considerato figlio degli dei, erano i figli di maggio, nati nel mese della dea Maia, una dea romana che  prende il posto della dea celtica Bona. Eppure  anche se ai Celti subentrano i Romani, alla dea Maia, Vulcano  (dio del fuoco) il primo di maggio  le offriva una scrofa gravida, i sottintesi ci sono tutti, la parola maiale deriverebbe dal nome della dea Maia. Questi riti antichi la Chiesa li ha trasformati  nel mese della Madonna e di San Giuseppe lavoratore già molto tempo fa, nonostante ciò nelle nostre campagne  sopravvivevano fino  a pochi decenni fa. Il primo maggio di oggi è la festa dei lavoratori e quindi di tutti, si festeggia anche oggi all’aperto di solito fra alberi, magari con un pic nic, in un clima conviviale ascoltando oltre a un piccolo comizio l’orchestra… cantar di maggio continua.

immagine: Palo di Maggio ( rievocazione di Beltane)

articolo già pubblicato dal quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 28 aprile 2014

IL TESORO? E’ L’ARCHIVIO

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Il patrimonio artistico e culturale di proprietà dello Stato in Emilia-Romagna vale 16,9 miliardi di euro, 4000 euro per abitante. A dirlo è la Ragioneria dello Stato, risulta che quasi tutto il patrimonio è costituito dagli Archivi di Stato. L’Archivio di Bologna, da solo, vale 4,86 miliardi di euro. Una cifra altissima, per fare un paragone  la Pinacoteca bolognese che ospita quadri dei Carracci, di Guido Reni, del Guercino e di Raffaello è valutata poco più di 45 milioni di euro. Inizialmente questa notizia mi ha lasciato un po’ perplessa, poi riflettendo ho capito che negli archivi e nelle biblioteche c’è la nostra storia, la nostra memoria. A Bologna ad esempio nell’ Archivio si conserva il  Liber Paradisus”, memoriale della liberazione collettiva dei servi della gleba realizzata dal comune bolognese nel 1256-1257,  un traguardo fondamentale nella storia della civiltà. In Romagna abbiamo una serie di biblioteche eccelse: la Malatestiana a Cesena, la Gambalunga a Rimini, la Classense a Ravenna, con la loro ricchezza di antichi codici manoscritti, incunaboli, edizioni a stampa di pregio, autografi, manoscritti musicali, ricchissimi carteggi e chissà quanto altro. L’UNESCO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura) non ha solo la lista dei patrimoni dell’umanità ( in cui rientra Ravenna con ben otto monumenti) ha altre liste tra cui quella della Memoria del Mondo che comprende la Biblioteca Malatestiana di Cesena. La Malatestiana è una  biblioteca monastica, fondata alla metà del XV secolo detiene caratteristiche uniche, è stata la prima biblioteca civica d‘Italia e d‘Europa ed è l’unica  biblioteca monastica umanistica integra per edificio, arredi e corredo librario.L‘UNESCO ha inserito la Biblioteca con la seguente motivazione: “La biblioteca contiene lavori di filosofia, teologia e scritti di natura biblica, così come di letteratura scientifica e classica di differenti provenienze. E’ un raro esempio di una completa e meravigliosa collezione conservata dalla metà del XV sec., appena prima dell’avvento della stampa in Europa. La collezione è un esempio unico di biblioteca umanistica del Rinascimento, momento in cui le prime valutazioni sugli scritti e sugli insegnamenti Cristiani lasciavano la strada a varie considerazioni secolari. La collezione è contenuta nell’originale edificio di Cesena”.  Mi sembra che la Romagna possa andare ben fiera di ciò. Ma la Memoria del Mondo per la Romagna non è finita qui, a Ravenna vi è l’ Archivio Arcivescovile, raccoglie i documenti della Diocesi  che risale al II secolo, una continuità documentaria  già a partire dalla metà del V secolo relativa al patrimonio della Chiesa Ravennate testimoniata dai papiri. L’Archivio ha subito nei secoli molte dispersioni così la maggior parte dei papiri, alcuni  sono andati perduti, altri sono conservati presso la Biblioteca Vaticana e in varie biblioteche d’Europa e America. Nonostante ciò l’Archivio possiede ancora cinque papiri, innumerevoli pergamene, mappe, disegni e manoscritti. Inoltre uno studioso  ha scoperto nell’Archivio  un testo poetico risalente al periodo 1170/1220, potrebbe essere il più antico documento, conosciuto fino ad ora, della lirica italiana anticipando  la datazione delle origini e dello sviluppo della  poesia. Vi pare poco? C’è dell’altro. A Ravenna molto probabilmente  è  stata realizzata nel IV secolo da Wulfila (311-388), evangelizzatore e vescovo ariano  il Codex Argenteus, una Bibbia manoscritta in lingua gotica, realizzata su pergamena color porpora e scritta con caratteri in argento ed oro. Il manoscritto è anche noto con il nome di Bibbia d‘argento. Oggi è conservato, dopo varie traversie, alla Biblioteca di Uppsala  in Svezia. Il manoscritto conteneva in origine 336 fogli, ma solo 187 si sono conservati; dal 2011 l’UNESCO lo ha inserito nell’Elenco delle Memorie  del Mondo… la scrittura è la memoria, è tenere in vita chi c’era prima di noi.

immagine: foglio della Bibbia d’argento

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 03/03/2014

    

Un Portico tra Beatrice e la Madonna del Sangue

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Portico di Romagna unitamente a S. Benedetto in Alpe ha ottenuto la bandiera arancione, ovvero il marchio di qualità per i piccoli centri italiani di eccellenza, si trova lungo la strada che porta al Muraglione.        Portico è un piccolo centro medievale  intatto, fra i vari palazzi che ricordano l’architettura toscana vi è  Palazzo Portinari che appartenne secondo la tradizione al padre della Beatrice di Dante, questo paese quindi vanta l’amore platonico più famoso nel mondo. Il Santuario della Madonna del Sangue  si trova nella zona alta del paese, quella nobile, all’interno si conserva un dipinto su legno attribuibile al pittore Lorenzo di Credi (1465-1537) autore anche della “Dama dei Gelsomini” custodita a Forlì. La Madonna del Sangue è dolcissima e triste, offre una melagrana al suo Bimbo, simbolo di fecondità ma anche di morte. Secondo il mito greco l’albero del melograno sarebbe nato dal sangue di Dioniso. Un’altra leggenda racconta che Proserpina fu rapita da Ade, dio degli inferi, la madre Demetra, dea della natura, addolorata tenne la terra avvolta nell’inverno finché Zeus non obbligò Ade di liberare Proserpina. Sulla terra scoppiò la primavera, perché madre e figlia si riabbracciarono, ma quest’ultima essendosi cibata di chicchi di melagrana  fu costretta a tornare nel regno della morte per una parte dell’anno. Questa simbologia pagana  si allaccia anche al culto cristiano in quanto Cristo muore ma ritorna. La tavola di Portico è splendida, un’opera d’arte con le stelle, meriterebbe più attenzione. Il Bimbo paffuto coi piedi su un cuscino porpora, simbolo di regalità e anche di morte, solo temporanea perché sul cuscino ci si dorme,  è di una tale bellezza che  avrei voluto abbracciarlo e baciarlo, ho ricordato le parole di  Santa Teresa di Gesù Bambino (Santa Teresa di Lisieux  1873/1897)la Santa carmelitana scalza, dell’ordine monastico la cui leggenda dice che fu istituito direttamente dalla Vergine Maria. Santa Teresa morì a 24 anni dicendo:  “Mio Dio… ti amo!”. La zona più in basso del paese, a ridosso del fiume Montone , è quello con le case appartenute ai popolani ed agli artigiani  qui lo sguardo è affascinato dal  bellissimo Ponte della Maestà (non si conosce la data di costruzione,  alcuni documenti riportano il 1328) che porta alla mulattiera della  “Castellina”,  ancora esistente, che va verso la vallata di Premilcuore.

immagine: Portico

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/10/2014

Una mania per Guidarello

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La celebre statua di Guidarello Guidarelli, opera cinquecentesca dello scultore Tullio Lombardo si trova al Museo d’Arte della città di Ravenna. La lastra tombale è divenuta negli anni oggetto di interesse internazionale e di culto, di devozione maniacale, in sé come manufatto non è speciale, un’armatura di marmo con le braccia  incrociate, la spada sul petto, e il volto non è bello, come dicono, è una maschera funebre, inoltre non è neanche sicuro l’autore, qualcuno dice che è una copia ottocentesca, tra cui esperti famosi. Guidarello nacque tra il 1450 e il 1460 a Ravenna, al tempo sotto il dominio di Venezia, da una famiglia di Firenze, il padre era un notaio. Venne nominato cavaliere molto giovane dall’Imperatore Federico III. Guidarello si sposa con Benedetta del Sale, che proviene da una nobile famiglia ravennate. Combatte alternativamente sotto l’egida del Papa o della Serenissima.     Poi, tornato al soldo della Chiesa, riceve la nomina a capitano dal duca Valentino, al secolo Cesare Borgia, ex Cardinale, figlio del Papa e guerrafondaio. Guidarello si trasferisce a Imola, cittadina romagnola, da dove parte la conquista della Romagna da parte del Valentino. Sarà poi la volta di Forlì, di Cesena, Rimini e Pesaro… tutte queste città cadranno ai piedi di Cesare Borgia. Durante tutto il periodo della guerra, Guidarello oltre che condottiero al servizio del Valentino, e quindi del Papa, si prestò al ruolo di informatore (spia) per la Serenissima. Verso la fine del 1500, dopo aver informato i veneziani sui movimenti dell’esercito papalino in Romagna, compie una delle sue ultime azioni: alla testa di un gruppo di arcieri attacca con successo Faenza. Marzo 1501, siamo ad Imola, città presa due anni prima dal Borgia.La cittadina ha ospiti illustri, vi è Niccolò Macchiavelli, inviato dai fiorentini in missione diplomatica. Vi è Leonardo da Vinci, chiamato dal Valentino per i lavori di consolidamento della Rocca. Con l’assedio e la conquista del fortilizio imolese di Caterina Sforza da parte del Borgia si erano avuti molti danni    provocati dal suo stesso esercito. Leonardo si interessò al problema e fece alcuni disegni inerenti alla sistemazione della Rocca. Fu in questo frangente che Leonardo disegnò la mappa di Imola. Imola è l’unica città al mondo ad avere la pianta disegnata da Leonardo da Vinci, è conservata nelle collezioni reali a Windsor, ed è di proprietà della Regina Elisabetta II. Valentino, trasforma Imola in una specie di caserma e per distrarre i suoi soldati organizza sfarzose feste da ballo. Guidarello prestò ad un certo Virgilio Romano, una camicia lavorata in oro per una festa in maschera, il Romano non volle restituirla, nacque una lite ed alla fine Guidarello fu colpito a tradimento dalla spada del rivale. E così per una festa, per una camicia, il nostro condottiero ed anche spia, perse la vita ed acquistò la fama. Dapprima si trattò di scritti locali, poi intervennero storici illustri e famosi poeti, come Lord Byron, Gabriele D’annunzio, Anatole France ed altri. A questo interesse crescente, musei da tutto il mondo ne chiesero una copia. Nel 1935, il Guidarello venne inviato a Parigi per una Mostra, al ritorno la lastra del condottiero era tutta imbrattata, col chiaro tentativo di farne una copia, ciò portò alla decisione di non prestare mai più l’opera d’arte all’estero. La giustificazione del direttore dell’Accademia di Belle arti di Ravenna fu quella di dover ripulire la lastra, dalle tracce di rossetto lasciate dalle turiste, che lo avevano baciato appassionatamente. I giornalisti colorirono le parole del direttore, iniziando così la leggenda secondo la quale le donne che avrebbero baciato il Guidarello si sarebbero sposate entro l’anno, mentre le donne già sposate avrebbero partorito un figlio bello come il condottiero. Da allora la fama è sempre aumentata, lettere d’amore vengono spedite da ogni dove, a volte con denaro per acquistare mazzi di rose rosse da deporre sulla lastra. Nel 1971 è stato istituito un premio giornalistico assai noto col nome intitolato a Guidarello… mi raccomando oggi non si può più baciare il Guidarello!

immagine: Guidarello

 

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/10/2014

 

Longiano, il cuore nel castello, l’anima tra le colline

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Sulle prime colline di Cesena salendo una piccola stradina tortuosa, fra due ali di cipressi, si giunge a Longiano, un piccolo gioiello romagnolo. Il cuore di Longiano è il castello. Un’antica pergamena del 1059 attesta che era stato edificata nella zona un’importante fortezza a scopo di difesa. La postazione divenne sempre più importante, nel 1198 il castello di Longiano fu quasi interamente distrutto, poi con l’aiuto dei riminesi, con cui nel 1199 stipularono un giuramento di fedeltà e di reciproco aiuto, il maniero fu ricostruito e rafforzato. A Rimini subentrarono i Malatesta, Longiano seguì la stessa sorte. Nel 1503 le truppe di Cesare Borgia mettono a sacco il borgo, dopo una breve dominazione veneziana, il territorio diviene possesso del governo pontificio. Il Castello è oggi sede della Fondazione Balestra. Tito Balestra nativo di Longiano, è uno dei più grandi poeti del Novecento, donò la sua collezione d’arte al paese. La raccolta d’arte  contiene  opere del ‘900 italiano (da Mafai a Rosai, da De Pisis a Sironi fino a Guttuso e Vespignani ) con oltre 1800 opere di Mino Maccari. Il museo possiede anche le incisioni di Morandi, Zancanaro, Goya, Chagall, Kokoschka, Matisse che rendono la raccolta d’arte ancora più preziosa. Il polo religioso di Longiano è Il Santuario del Santissimo Crocifisso, in esso è custodito il prezioso Crocifisso duecentesco, dipinto su tela applicata su tavola, ritenuto miracoloso. La fama del santuario e dell’icona del Crocifisso si diffuse in modo particolare dal 6 maggio del  1493. I francescani erano riuniti nel convento di Longiano per una solennità, per l’occasione gli abitanti di Gambettola donarono ai frati un vitello che si inginocchiò “in profonda venerazione” di fronte all’immagine del Crocifisso, nonostante i ripetuti colpi di frusta il bovino non si mosse finché non fu benedetto, così il Crocifisso divenne il patrono di Longiano. Il paese ha anche un delizioso teatro/bomboniera che ospita artisti di fama internazionale. Vi sono poi vari ed interessanti musei: il Museo del Disco, il Museo del Territorio, Il Museo Italiano della Ghisa. A Longiano nel mese di settembre si svolge il Festival degli Organetti, in giugno la Festa della Ciliegia oltre naturalmente alla Festa del Patrono in luglio. Musei, sacro, arte e feste, ma non dimenticatevi che qui a Longiano è bello anche solo passeggiare.

immagine:  Longiano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 22/09/2014