Il gatto in macelleria. Bufala? In realtà era un “E.S.”

Il gatto intero nel reparto macelleria Conad. Bufala? In realtà in questo caso un “E.S.”. L’autore del post originale lo chiariva in modo molto limpido, in quanto l’articolo iniziava con la scritta E.S.=Esperimento Sociale. Che cosa è questo E.S.? È un fake-post, una bufala, ma con l’intenzione di indurre una riflessione sul nostro sentire. Una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

E’ facile intuire che queste false notizie, al di là del fenomeno dei “burloni”, servono per “tastare” il polso.

Per avere l’idea di come le persone siano pronte a saltare un ulteriore fosso.

Verso la disumanizzazione che si crea sempre più, in nome del consumismo più sfrenato.

Di cui non si vuole rendere conto che è matematicamente finito.

E’ possibile che qualcuno si stia sfregando le mani al possibile nuovo mercato di carne di gatto e cane, visto l’aumento della popolazione cinese in Italia.

Possibile che ogni tanto si sovvenzioni qualche fake-post per saggiare il terreno?

In fin dei conti una tradizione giapponese, come mangiare il pesce crudo è passata e divenuta alla moda anche in Italia.

Se pensate con quanta fatica l’uomo è giunto alla cottura, vien quasi da ridere.

La cottura non è un optional, neutralizza i microbi.

In quanto le alte temperature rendono difficile la diffusione di tossinfezioni.

Torniamo al fake-post sulla vendita di carne di gatto, creato per un esperimento sociale.

Secondo l’autore una riflessione sulla nostra percezione, costituita da abitudini e tradizioni.

Le stesse tecniche sono utilizzate anche per diffondere notizie false ben più dannose.

Comunque, l’E.S. in questo caso, come spiega l’autore era volto verso una domanda precisa.

“Se il vedere questa immagine ha portato a rabbia ed indignazione, allora è arrivata l’ora di porsi nuove domande. Perché ci si indigna di fronte all’uccisione di un animale come il gatto o il cane, che è usuale cibo in Cina e si accetta come “normale” l’uccisione di animali come il maiale, il vitello, il coniglio?”

Quest’ultimo assolutamente non si mangia in Cina, ma neanche negli USA. In Italia gli animalisti spingono per fare in modo di vietare il consumo di questa carne, dal momento che ritengono che il coniglio sia un animale da compagnia.

In Cina, un piatto a base di gatto, serpente e pollo viene chiamato “dragone, tigre e fenice” è successo che casi di vendita di questo piatto a base di gatto siano stati segnalati anche in Europa, precisamente in Belgio e in Svizzera.  

Noi occidentali, non mangiamo carne di gatto o cane per una questione morale.

Ci identifichiamo con i nostri animali da compagnia.

Ma è anche proibito dalla legge, in quanto è vietato allevare o mangiare animali fuori dal controllo sanitario delle ASL.

Vero o leggenda non si sa bene, ma i gatti spariscono sempre di più, pure il mio.

Vi sono state addirittura denunce di sparizione di gatti, guarda caso, nel Veneto, territorio in cui il gatto era un piatto tradizionale servito con la polenta. E i cinesi, abituati a gustarlo, credete che abbiano remore a gustarsi un piatto prelibato per loro, pensando a quanto siamo fessi noi a non mangiare una squisitezza?

Volutamente non si è postato nessuna foto macabra.

Lasciando libera scelta di guardare o meno in Internet l’orrore dei nostri amici animali pronti per diventare cibo.

Non è con l’orrore che si possono vincere le battaglie, ma con l’amore si vince la guerra.

 

                                                                                                   Paola Tassinari 

IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?

I simboli che parlano

mausoleo_di_galla_placidia_colombe_abbeverantiSe ipotizziamo che l’abate di Rennes le Chateau, fosse entrato in possesso di “una qualche verità”, su Maria Maddalena, Gesù Cristo e la loro presunta stirpe che, con il passare degli anni, si individuò nella dinastia dei Merovingi, e analizziamo i principali simboli di questa casata: il giglio e l’ape, beh troveremo che queste immagini sono presenti in maniera massiccia anche in Toscana e in Romagna. Il “Fleur-de-Lys” o giglio stilizzato, pare sia stato adottato dal re merovingio Clodoveo nel V sec., dopo una vittoria contro i Visigoti, nei pressi del fiume Lys, in Belgio, dove questo fiore cresce in abbondanza. Clodoveo, di cui più di tutto si conosce un blasone con tre rospi, ma come narra la favola il rospo si trasforma in principe, si convertì al cristianesimo e da quel momento in poi il giglio, è diventato il simbolo dei re cristiani di Francia. Con il diffondersi delle pseudo-teorie associate al Santo Graal ed alla discendenza di Cristo, il “Fleur-de-Lys” viene così associato al “Sangue Reale”: la base del simbolo rappresenterebbe, secondo questa nuova concezione, Maria Maddalena mentre i tre petali effigierebbero i figli che essa ebbe da Gesù: Tamar, Joshua e Josephes. La simbologia cristiana vede nel giglio un’allusione alla Trinità divina, nella base orizzontale la figura di Maria, nei tre petali stilizzati: il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo che emana da Loro. Il giglio è considerato simbolo di purezza, candore, innocenza e verginità, è un attributo della Madonna. Spesso, il giglio e il fiore di loto si sostituiscono l’uno all’altro rappresentando, in tempi più antichi, la Grande Madre, Iside, Isis, Ishtar, Diana, la stessa dea che ha molti nomi. Il simbolo “IS”, presente nel Tempio Malatestiano di Rimini e nel Dollaro statunitense, si favoleggia sia ispirato proprio alla dea Isis, la città di Parigi sarebbe poi dedicata a lei, (Par-is). Il giglio si può trasformare stilisticamente in una colomba, simbolo dello Spirito Santo che viene visto scendere dal cielo in forma di colomba durante il Battesimo di Cristo, la colomba è un emblema dei Catari, le colombe più famose sono nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Gioacchino da Fiore è stato uno dei primi teologi ad approfondire lo Spirito Santo, concepì  una teoria secondo cui, dopo un’era del Padre (Ebraismo e Antico Testamento), era seguita l’epoca del Figlio (Cristianesimo e Nuovo Testamento) e infine sarebbe giunta l’ultima era, quella dello Spirito. Molti teologi hanno ripreso questa concezione in relazione all’era dello Spirito che sarebbe iniziata negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con la nascita di numerosi movimenti e gruppi di preghiera sullo Spirito Santo, in ambito laico si pensi ai figli dei fiori, gli hippy, oppure si consideri oggi la New Age. Il giglio è il segno di riconoscimento di Sant’Antonio da Padova, uno dei Santi più amati e venerati della cristianità, la sua statua è presente nella chiesa di Rennes le Chateau, non credo sia un caso che la sede nazionale del Lectorium Rosicrucianum (Rosacroce), si trovi a pochi passi dall’Eremo di Montepaolo, luogo ove il Santo cominciò a predicare, il Santo era al tempo conosciuto col nome di Antonio da Forlì. Il giglio è nello stemma della città di Firenze e in Toscana c’è pure l’isola del Giglio, se ci si muove nel linguaggio dei simboli, il naufragio della Costa Concordia avvenuto il giorno 13 all’Isola del Giglio, può apparire come un sinistro messaggio. Eppure, il giglio che è analogo al fiore di loto e alla colomba, ha anche il significato di amore, il suo profumo è il contrario di un profumo casto; è un miscuglio di miele e di pepe, qualche cosa di acre e dolciastro, di tenue e forte; è fiore di Venere a causa del pistillo comparato al pene, è un simbolo della generazione, rappresenta anche il cedere alla volontà di Dio e alla realizzazione. Lo Spirito dell’era dell’Acquario, in cui doveva essere l’amore a far muovere le stelle e portarci alla pace e all’armonia, non si realizzerà sino a che i due emisferi celebrali, collegati alla razionalità e al sentimento, non smetteranno di farsi  guerra… sarà un caso che la Costa Concordia sia stata recuperata da un’azienda di Ravenna?

immagine: le colombe di Galla Placidia

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/03/2017

IL romagnolo che divenne re

Luigi Filippo  romagnolo

Il 17 aprile 1773, a Modigliana, in provincia di Forlì, vedeva la luce una bambina nata da una misteriosa coppia di nobili francesi e contemporaneamente a una coppia del luogo, i Chiappini, nasceva un maschio. Dopo alcuni giorni la coppia di nobili partiva portando con sé non la figlia ma il maschietto romagnolo. La coppia romagnola di fronte a probabili elargizioni aveva ceduto il bambino in cambio della bimba. La coppia francese era formata da Luigi Filippo, pretendente al trono di Francia, e da sua moglie Luisa Borbone Orleans. Luigi Filippo, dopo essere stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria francese nel 1771,  aveva aderito alla Rivoluzione francese cambiando il suo nome in “Philippe Egalité” e, eletto deputato, aveva votato a favore della condanna a morte del cugino Luigi XVI, il che non lo aveva salvato dall’essere a sua volta ghigliottinato nel 1793. Luigi Filippo essendo privo di una discendenza maschile colse l’occasione per presentarsi in patria con un legittimo erede maschio, il quale fu registrato come nato e battezzato a Parigi. La famiglia Chiappini, mise a profitto i soldi ricevuti, riuscendo a ritagliarsi un buon posto nella società. La loro figlia, Maria Stella, andò sposa a un nobile inglese e poi ad un barone e visse nel lusso. Alla morte del padre un notaio le consegnò un plico che la informava dello scambio di neonati. Maria Stella si mise alla ricerca dei genitori, scoprì la verità, andò a Parigi infamando il maschietto romagnolo, che nel frattempo, nel 1830, era diventato re di Francia col nome di Luigi Filippo. Il nostro Luigi Filippo fu  stimato dalla borghesia per il fare dimesso e le riforme liberali, mentre i suoi avversari lo bersagliarono per la sua incoerenza e debolezza, ritraendolo sovente con la faccia a pera. Nel 1848 fu costretto ad abdicare, chiudendo poi la sua vita nel 1850 in Inghilterra. Questa assurda storia ne ingloba altre ancora più strane, come ad esempio che Carlo Alberto di Savoia avesse sostituito il figlio morto in un incendio, con il figlio di un macellaio, il sospetto che Chambord, chiamato il “figlio del miracolo” fosse un bastardo, l’arciduca Johann Salvator e il suo fantomatico gemello, per arrivare a Giuseppina di Beauharnais e a Napoleone Bonaparte e i loro presunti legami con il sangue reale dei Merovingi, i primi re dei Franchi, i re taumaturghi, ovvero guaritori, con il solo tocco delle mani. Per accettare un minimo di queste bizzarrie, occorre capire lo scontro, allora in atto in Francia, ma anche altrove, fra gli orleanisti e i legittimisti. Gli orleanisti, continuatori della Rivoluzione del 1789, auspicavano una monarchia costituzionale, non più di diritto divino, mentre i legittimisti rivendicavano la legittimità del potere dinastico spettante per grazia di Dio ed erano molto legati alla Chiesa. I legittimisti, nel 1830, rifiutarono di giurare fedeltà al re “romagnolo” Luigi Filippo, per rimanere fedeli alla linea primogenita dei Borbone, e sostennero, senza successo, la candidatura al trono del pretendente Enrico di Chambord, con il nome di Enrico V. Scrive Georges Lefebvre: “Dietro la rivoluzione dinastica vi fu una rivoluzione politica; la nazione scelse il suo re e gli impose una costituzione votata dai suoi rappresentanti… la minaccia di un ritorno all’ancien regime fu eliminata e la nuova società creata dalla Grande Rivoluzione fu messa al sicuro. La rivoluzione del 1830 è così l’ultimo atto della Rivoluzione cominciata nel 1789”. E tutto questo cosa c’entra con Rennes le Chateau? L’abate di Rennes avrebbe avuto la donazione di 3.000 franchi da Maria Teresa d’Asburgo Este, vedova del conte di Chambord, “detronizzato” dal “nostro” Luigi Filippo, e  successive elargizioni da parte del nipote di Maria Teresa, quell’enigmatico e misterioso arciduca Johann Salvator di Asburgo. Non basta, l’abate Bérenger Saunière, oltre ad aver avuto relazioni con alcuni membri degli Asburgo, potrebbe aver conosciuto un altro inquietante e famoso personaggio dell’epoca Karl-Wilhelm Naundorff , che affermava essere il Delfino di Francia, sopravvissuto alla morte dei suoi genitori, Maria Antonietta e Luigi XVI.

immagine: Luigi Filippo “romagnolo”

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/02/2012