Ma perché Sigismondo si è raffigurato come Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri?

Ma perché Sigismondo si è raffigurato come Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri?

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

All’interno del Tempio Malatestiano di Rimininella Cappella della Madonna dell’Acqua, dietro una balaustra su cui stanno ammiccanti angioletti, un po’ robusti e ignudi, vi è l’arca con le ossa degli antenati e discendenti di Sigismondo Pandolfo Malatesta (1417-1468). Si trova in una nicchia interna, coperta da un sontuoso panneggio blu zaffiro e oro, contornata da racemi e dal misterioso simbolo della S intrecciata alla I. Qualche studioso le ritiene le iniziali di Sigismondo e di Isotta, la donna da lui tanto amata, ma siccome questa sigla è sparsa in ogni parte del Tempio, probabilmente a che fare con una simbologia più profonda, forse sintetizza il senso della vita del Malatesta.

L’arca, capolavoro di Agostino di Duccio (1418/1481), scultore fiorentino che si ispirò a Donatello, sul fronte presenta due raffinati bassorilievi raffiguranti: “Minerva tra una schiera di eroi” e “Il Trionfo di Scipione l’Africano”, che simboleggiano i due attributi fondamentali dell’immortalità: la Saggezza e la Gloria. Sul pilastro sinistro sorretto da due elefantini neri troviamo le immagini delle Sibille, veggenti nell’antichità, profetesse nel Rinascimento. Le Sibille appaiono in pose pensose con espressioni severe o drammatiche o malinconiche, chi conosce il futuro non potrà mai essere sereno.

Duccio probabilmente rilavorò il sarcofago, pare sia un manufatto antico e che sia giunto da Milano, come dono di nozze di Francesco Sforza per la figlia Polissena, seconda moglie di Sigismondo. Quando Polissena morì il Malatesta sposò Isotta che era sua amante da lungo tempo. Nel rilievo di Minerva, le figure non sono molto corpose eppure Duccio riesce a dare una profondità incredibile. In un edificio colonnato la dea compare mentre riceve l’omaggio da uomini di scienza, condottieri e filosofi, fra cui forse anche Sigismondo armato di tutto punto. Anche qui c’è sorretto da due angioletti il monogramma col “SI”.

Nel rilievo di Scipione il condottiero si presenta trionfante su un carro trainato da cavalli focosi. Le fattezze più che di Scipione sembrano quelle del Signore di Rimini.In alto in lontananza, come se si intravedesse nella foschia, un paesaggio turrito. Scipione è coronato con l’alloro, ha il bastone del comando e la palma della vittoria in mano, accanto a lui la figura della Fama che suona la tromba. La Fama di solito è raffigurata al femminile, in questo rilievo a me sembra maschile, così mi sorge un pensiero. Dalla bocca della Fama nascono voci che si diffondono velocemente, non facendo distinzione tra vero e falso.

Le donne hanno fama di essere chiacchierone, che Sigismondo si sia detto meglio una figura maschile, più discreta, per la Fama? Proprio la Fama, tra l’altro, rovinò Scipione, il generale che sconfisse i cartaginesi e abile uomo politico. Scipione tornò dall’Africa circondato da grande prestigio e popolarità. Gli venne dato il nome di Africano, per ricordare per sempre la sua impresa; venne nominato “primo tra i senatori”, ciò non poteva che suscitare invidie e rancori. L’Africano venne accusato di appropriazione indebita sulle indennità di guerra.

Ma perché Sigismondo si è raffigurato in Scipione l’Africano e perché tutti quegli elefanti neri? I bestiari medievali riconoscono all’elefante, forza, intelligenza prudenza, riservatezza e molte altre qualità, compresa la capacità di perdonare le offese e dimenticarle. Il trionfo di Scipione ha grande fama durante il Rinascimento tramite il poema “Africa” del Petrarca. Ma i Malatesta vantavano già la presunta discendenza da Scipione l’Africano e questi la vantava da Giove che si era trasformato in serpente. (Come la leggendaria nascita di Alessandro Magno).

Sigismondo utilizzò il simbolo dell’elefante nella maniera più ampia e varia, è presente in molti luoghi del Tempio Malatestiano. I cimieri degli elmi dei della casa Malatesta raffiguravano un elefante nero con una regale corona d’oro. Resta da capire perché gli elefanti raffigurati siano indiani e non africani. Che sia per la scritta presente sul portone della Biblioteca Malatestiana di Cesena: “L’elefante indiano non teme le zanzare?”. Ovvero attenti alle chiacchiere che mettete in giro!

Paola Tassinari

War is Over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità: la mostra presso il MAR di Ravenna

War is Over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità: la mostra presso il MAR di Ravenna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

War is over? Arte e conflitti tra mito e contemporaneità è la mostra allestita, dal 6 ottobre 2018 al 13 gennaio 2019 presso il MAR di Ravenna. Curata da Angela Tecce e Maurizio Tarantino, l’esposizione segue due tracce: le opere d’arte e le citazioni di scrittori, poeti e filosofi. Si articola in tre temi: Vecchi e nuovi mitiTeatri di guerra, Frontiere e confini/ Esercizi di libertà, quest’ultimo rivolto all’arte vista come profezia di un futuro possibile. L’esposizione si collega idealmente al centenario della prima guerra mondiale, suggerendo più spunti sui disastrosi conflitti, tra cui il più deleterio e subdolo: quello di creare fascinosi miti.

Il tutto si avvale di installazioni di Studio Azzurro, famoso gruppo di artisti che gioca con i media attuali a tutto tondo (operando come le botteghe di un tempo, quando ogni artista di fama proveniva da una bottega e poi creava la sua), con artisti del calibro di Picasso, Rubens, Abramovic (con un inquietante quadro in cui una donna a seno nudo, il volto coperto dai capelli e un teschio biancheggiante tra le mani evoca la calda ed erotica carne e la fredda e tecnica morte), Beuys, Boetti, Burri, Christo, De Chirico, Fabre, Kiefer, Nitsch (con le colate di sangue, che quasi non posso guardare, mi evocano le sue performance coi corpi di animali mutilati e crocifissi, sangue alle pareti, carcasse squartate davanti al pubblico, qui c’è solo  buio e disperazione) Kentridge, Kounellis, Rauschenberg, Warhol, Pascali ( molto più sottile e speranzoso di Nitsch, trasforma una bomba a mano in uno scrigno dove introduce bigliettini coi suoi pensieri, un pensiero positivo che ricorda Pollyanna e il suo segreto), Marinetti, Pistoletto e tanti altri tra cui una lastra in marmo che evoca il monumento funebre di Guidarello Guidarelli, simbolo delle collezioni del MAR.

Mostra d’arte e di parole, a fianco delle opere, ci sono citazioni che ti raspano l’anima come carta vetrata, che di per se stesse pongono già una domanda: è nata prima l’immagine o la parola? Se la risposta può sembrare scontata, pensando alle grotte di Lascaux, non è scontata la vittoria dell’immagine sulla parola. Se raschiamo la crosta del mito viene fuori uno slogan che ripetiamo sovente… un’immagine vale più di mille parole. Una teoria che qualcuno attribuisce a Confucio o a Buddha (veramente il Buddha ha detto qualcosa di assai diverso “Migliore di un discorso di mille parole prive di senso, è una sola frase sensata udita, con la quale l’uomo si calma”), in realtà ha più o meno cento anni: risale cioè agli anni in cui si è cominciato a parlare di pubblicità e di giornalismo.

E’ apparsa la prima volta su un articolo di un quotidiano nel 1911, ripresa nel 1921, da un pubblicitario tale Fred Barnab (guarda caso il nome rievoca Fred e l’amico Barney del cartone animato I Flintstones), che l’attribuì ad un antico proverbio cinese… l’agenzia fallì nel 1941 e nel frattempo Barnard confessò che il detto non era né antico né cinese: “l’abbiamo pensata perché la gente prendesse la frase seriamente”. E’ possibile che un’immagine sia capace di raggiungere la nostra coscienza con più forza di molte spiegazioni? Claudio Strinati, storico dell’arte non ha dubbi: il primato va all’immagine.

La nostra epoca è figlia dell’immagine, televisione, cinema, smartphone e altro (n.d.r. non c’è da stare tranquilli perché sono state proprio le immagini il veicolo principe di tutti i totalitarismi del tragico Novecento) potremmo forse considerare le stesse parole come una particolare forma di immagine? (n.d.r. nella mente si crea l’immagine e poi la si descrive, ciò indica l’immagine come nata per prima, determina però la scrittura come un’evoluzione e perciò superiore alla visione). All’opposto il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, da tradizione ebraica sostiene che una parola vale più di mille immagini. Una tradizione fortemente iconoclasta, presente anche nell’Islam, incentrata sulla predominanza della parola e della sua forza creatrice: Dio parlò e creò il tutto: la parola quindi è infinita, l’immagine finita e univoca.

Meglio mille parole o mille immagini? Direi, a parer mio, che la verità sta nella strada mediana, quindi 500 parole e 500 immagini, come gli artisti che nelle loro opere inseriscono simboli e messaggi archetipici o gli scrittori, poeti e filosofi che descrivono visivamente con le loro parole riuscendo a creare nella mente del lettore un’immedesimazione filmica… quindi il trionfo del cinema, parola e immagine. Infatti, a War is over, assai notevole è la sala tappezzata con manifesti di film di guerra.

Da non perdere il video con gli spezzoni dei film, geniale la trovata di uno di questi da cui si passa da una specie di bomba/testimone, che vola nel tempo, che si trasforma poi nell’osso scagliato verso il cielo di 2001: Odissea nello spazio, il capolavoro di Kubrick , una metafora di offesa e conquista che si trasforma in messaggio positivo. Molte le citazioni che chiamerei propositive, (ad esempio War is peace / freedom is slavery/ ignorance is strength La guerra è pace/ la libertà è schiavitù /L’ignoranza è forza, terribile, profonda e soprattutto veritiera frase di Orwel in 1984), altrettanto le opere d’arte, tra cui un eccelso Rubens che raffigura un suntuoso alabardiere accanto a un simpatico e fumettaro Yoda, il mago Merlino di Guerre Stellari, che dialogano con una frase di San Paolo.

Il biliardino di Pistoletto, una partita fra africani ed europei, con la scritta Love is difference, il grande artista sa parlare con ogni cosa, in questo caso il calciobalilla (bellissimo gioco da bar, soppiantato dalle slot machine ideato in epoca fascista nei centri per la riabilitazione psicomotoria dei reduci di guerra. Balilla è un nome usato spesso da Mussolini nella sua propaganda, era anche una radiolina, un’utilitaria oltre ad essere il bambino fascista dai 6 ai 12, probabilmente il nome nasce per la similitudine tra i piccoli balilla fascisti e le piccole sagome dei giocatori.

Il termine probabilmente fu ispirato alla figura di Giovan Battista Perasso, detto  Balilla, patriota genovese del Settecento, ma foneticamente balilla ricorda Alalà che nella mitologia greca era la personificazione del grido di battaglia, figlia di Polemos il demone di tutte le guerre. Il termine fu ripreso da Gabriele D’Annunzio per coniare il celebre esortativo  Eia, Eia! Alalà!, quale grido di esultanza degli aviatori italiani che parteciparono all’incursione aerea su Pola del 9 agosto 1917, durante la prima guerra mondiale. Se Alalà!  era l’urlo di guerra greco, Eia! era il grido con cui, secondo una tradizione, Alessandro Magno era solito incitare il suo cavallo Bucefalo).

Il calciobalilla di Pistoletto segnava la vittoria degli africani col risultato di 4 a 0, non so se volutamente da Pistoletto o meno; siccome l’arte di oggi è interattiva mi sono permessa di cambiare il risultato con un 4 a 4, cioè alla pari, perché l’Occidente e l’Europa e gli altri Paesi alla pari devono stare, basta rimorsi, si è pianto abbastanza, si lavori affiancati che anche l’Africa ha i suoi orrori e i suoi dittatori e le sue colpe e sulle decisioni importanti l’emozione fa brutti scherzi.

Avrei voluto parlarvi di tante altre opere, ma poi avrei avuto bisogno di pagine e pagine. Mi limito perciò a introdurvi nella Mostra, che inizia con tali parole: “Polemos è padre di tutte le cose, di tutto re” (Eraclito), ma Eraclito era pessimista, meglio forse Democrito? In uno dei suoi Dialoghi, Luciano immagina che Giove e Mercurio si improvvisino venditori di filosofi. Giove e Mercurio lodano per la loro saggezza due opposti filosofi l’uno che continuamente ride, l’altro che invece piange (simbologia presente sia nella mitologia celtica, il re che piange e il re che ride, che nella Chiesa cattolica, Giovanni che ride e Giovanni che piange). Il filosofo che ride è Democrito: se tutto è un caso allora perché angustiarsi.

Quello che piange è Eraclito, il filosofo del divenire che avverte la tragicità di un mondo in cui il senso trapassa nel non senso. Sembrano contrapposti, in realtà non lo sono, se uniti non possono che dire… accetta con animo tranquillo e distaccato il caso/caos naturale, ma rattristati per il caos dell’uomo che non è un caso, la morte è naturale ma quando diventa un assassinio è atrocità ed è pianto per tutti. (Orari: Da martedì a domenica dalle 9 alle 18. Chiuso il lunedì. Biglietti: Intero 10 euro, ridotto 8 euro).

Paola Tassinari

Dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 

 

La Romagna ha origini lontane, molto lontane. Sicuramente tutti saprete che i primi abitanti furono gli etruschi e gli umbri poi arrivarono i celti che diedero un’impronta molto forte al nostro carattere e poi i romani che colonizzarono la nostra fertile terra, non completamente come si crede in quanto i romani rispettavano dei vinti usi e costumi e anche la religione. I Romani non hanno mai lottato per affermare i loro Dei, anzi per loro le divinità altrui erano da sedurre. Ad esempio, nei casi di assedio si invitavano, tramite appositi riti, gli Dei preposti alla tutela della città ad abbandonarla, in cambio Roma, avrebbe edificato sui suoi colli un tempio e costituito uno specifico corpo sacerdotale.

Nei pressi di Castrocaro e Terra del Sole, a una decina di chilometri da Forlì si trova la rocca di Monte Poggiolo. La costruzione è a pianta quadrilatera irregolare, agli angoli ha quattro torrioni cilindrici. Data la sua importanza strategica (…”dalla rocca si controllava la pianura della Romagna papale da Faenza fino a Ravenna, e l’Adriatico, di modo che non è possibile far passare fra queste mura e la Terra del Sole di giorno alcun corpo considerabile senza esserne avvisati”… O. Warren, Raccolta di piante delle principali città e fortezze del Granducato di Toscana) la rocca fu contesa nei secoli dalle varie signorie di Forlì, Faenza e Castrocaro.

Alla fine del 1500, la rocca perse la sua importanza in seguito alla costruzione della fortezza di Terra del Sole, attrezzata di artiglieria. Successivamente la rocca fu acquistata da privati, oggi presenta un progressivo degrado, ahimè, senza possibilità di intervento statale per la tutela del patrimonio storico e artistico, ahimè, anche se alla base della Rocca di Monte Poggiolo, località Ca’ Belvedere, è stato ritrovato nel 1983 quello che a tutt’oggi si ritiene essere il più antico sito preistorico europeo.

Un milione di anni fa circa, quando il mare arrivava all’Appennino, sulle spiagge di Monte Poggiolo vi giungeva l’uomo per la prima volta. I dati geologici e paleontologici confermano che i ritrovamenti di Monte Poggiolo appartengono al più antico ciclo del Paleolitico inferiore fino ad ora rinvenuto in Italia e in Europa. L’uomo di Monte Poggiolo probabilmente apparteneva all’Homo erectus; aveva sembianze simili a noi, sapeva lavorare la pietra, scheggiava la selce per costruirsi punte acuminate con cui cacciare e utilizzava raschiatoi per pulire le pelli, aveva padronanza del fuoco, sapeva cucinare e forse anche navigare e presumibilmente aveva un gergo fatto di gesti e di espressioni facciali.

Nel sito archeologico di Poggiolo è stata rinvenuta una gran quantità di materiale formato da gruppi di selce lavorata, ma non sono stati trovati né resti umani né animali. Da dove veniva? Sin dai tempi antichi si pensava che i primi abitanti d’Italia fossero i siculi e che questi avessero abitato la Romagna prima di venire scacciati dagli umbri. E i Siculi da dove provenivano? Era l’Africa collegata alla Sicilia? Ad avvalorare questa tesi, nel 1983 il dott. Gerlando Bianchini, nei pressi di Agrigento, trovò in una roccia calcarea di diciotto milioni di anni; alcuni resti fossili di una specie di austrolopiteco, ovvero un ominide vissuto circa 4.000.000 di anni fa. I pochi resti dentali rinvenuti, portarono Bianchini ad individuarne le caratteristiche nell’austrolopiteco gracilis, un essere bipede dall’altezza di circa un metro e venti, che nonostante avesse la scatola cranica più ridotta di quella dell’uomo attuale e avesse ancora la fronte sfuggente e il mento retratto come le scimmie, doveva manifestare una certa capacità intellettiva nell’usare i mezzi di difesa, come le pietre e i bastoni (Gilberto Giorgetti). La Provincia di Romagna esiste o s’ha ancora da fare? E’ sicuramente importante accelerare il percorso di costituzione della Provincia unica, sic, non sarà una regione, ma sicuramente può rappresentare con più forza i nostri interessi… dato che i primi abitanti dell’Italia furono romagnoli diamoci da fare!

Paola Tassinari 

L’Aquila, le Chiavi, il Giglio: lo spettacolo del Castello di Castrocaro

L’Aquila, le Chiavi, il Giglio: lo spettacolo del Castello di Castocaro

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 25 Set 2018, 11:58

Castrocaro, è un paese di origine etrusca, già stazione termale ai tempi dei romani, era chiamata Sulsubium ed è tuttora famosa per le sue acque sulfuree. Nell’ameno borgo, su una rupe, ciò che resta di un’antichissima scogliera sottomarina di età miocenica (10 milioni di anni fa); una rupe con molti resti fossili marini di notevole interesse geologico, testimonianza di un antico viaggio del mare, si erge il Castello di Castrocaro. Una delle opere incantate che adornano la Romagna

Grazie alla sua posizione elevata e al difficile accesso era facilmente difendibile, non fu mai conquistato. La rupe ebbe valore strategico sin dalla preistoria, poi il Castello fu sentinella di un ampio territorio, ergendosi in un luogo di passaggio obbligato per gli eserciti. Il Castello segnava il confine che divideva il regno longobardo dai domini bizantini; la prima testimonianza scritta della sua esistenza risale al 961.

Inizialmente fu dei conti di Castrocaro, raggiungendo ben presto una grande importanza tanto che nel 1160 e nel 1164 ospitò anche l’imperatore Federico Barbarossa. Con la morte di Federico II (1253), lo Stupor Mundi se ne andava in un’altra vita per il solito mal di pancia, e il conseguente traballamento di potere il Castello finì sotto il potere temporale della Chiesa. La Rocca da residenza feudale divenne presidio militare e sede di tribunale. Nel 1403, dopo lunghe trattative e peripezie Firenze acquistò la Fortezza dal Papa con annessi e connessi.

Con il dominio della Repubblica di Firenze, iniziò per Castrocaro un periodo fausto sia sul piano politico che culturale e sociale, Castrocaro diventò capoluogo della Romagna fiorentina. Agli inizi del Seicento, in seguito alla nuova politica del Granducato toscano, la Rocca perse la sua importanza strategica e pian piano fu abbandonata, non serviva più, quindi inutili erano i costi elevati per mantenerla. Il suo inutilizzo, col tempo si è rivelato assai positivo, in quanto lo ha preservato intatto, lasciandoci un castello medievale originale e non un tarocco.

Nel 1923 la Fortezza venne acquistata dal Comune, nel 1982 ebbero inizio i lavori di restauro con la decisione di riutilizzarla a fini culturali e turistici. Unica nel suo genere, per tipologia e ampiezza, la Fortezza di Castrocaro è composta da tre distinte opere architettoniche e difensiveil Girone, la parte più antica con il Mastio, la Rocca, l’espansione due-trecentesca del Girone e gli Arsenali Medicei, che racchiudono ambienti vasti e altissimi che stupiscono per la capacità tecnica dell’uomo, caratterizzati da un’enorme muraglia in cotto e un soffitto a botte di mattoni regolari, struttura che a sua volta ingloba speroni di roccia su cui si può leggere la preistoria e vedere conchiglie di milioni di anni fa.

Dopo oltre quattro secoli di abbandono, la Rocca e gli Arsenali medicei sono stati resi agibili e affidati in gestione alla Pro Loco di Castrocaro, che ha reso visitabili il Palazzo del Castellano, il Cortile delle Armi, la Corte, la Chiesa di Santa Barbara, (dove forse segretamente si sposò Caterina Sforza con Giovanni de’ Medici detto il popolano, che da quanto risulta dal ritratto di Botticelli era veramente un bel giovane) Torre delle Prigioni, le Grotte trogloditiche con la tomba etrusca ed il cosiddetto  Balcone dell’Acquacheta o Balcone degli innamorati dal quale si ammira un panorama da sogno.

Nelle sale del Palazzo del Castellano, la Pro Loco ha allestito il Museo Storico-archeologico denominatol’Aquila (periodo imperiale del castello) le Chiavi (periodo papale) il Giglio (periodo fiorentino), dove sono esposte armi, maioliche, dipinti, arredi e suppellettili antiche. Non vi racconto nulla del museo, perché dovete andare a visitarlo vi dico solo qualcosa… scoprirete la differenza fra la scure che tagliava le teste e quella che tagliava i piedi, la strage della notte di Natale del 1386 e la lettera che spiegava ai superstiti cosa fare, il perché si dice che si può perdere la testa per una donna, vedrete un gabinetto medievale assai efficiente e funzionante e constaterete che tale toilette era in voga ancora negli anni Cinquanta/Sessanta nelle campagne romagnole e poi conoscerete il segreto della coniglia e dell’uccello e la storia di Margherita che piange il suo amore perduto e tante altre cose.

Nello stesso Palazzo la Proloco ha allestito l’Enoteca dei vini pregiati locali, così saprete, sempre grazie al Castellano, che è uno squisito padrone di casa, che Cosimo de’ Medici preferiva assai assai il nostro Sangiovese, piuttosto che il Chianti, spendendo una fortuna per procurarselo. Il territorio di Castrocaro con il Castello, la Rocca di Monte Poggiolo, Terra del Sole e Pieve Salutare meriterebbe il fregio di Patrimonio Unesco. Ingresso 5 euro, orari indicativi: il sabato pomeriggio, domenica e festivi mattino e pomeriggio. Qui il link con gli orari esatti:  https://www.proloco-castrocaro.it/il-castello/prezzi-e-orari.html (n.d.r. appellerei il Castellano col titolo di Uomo Patrimonio Unesco, se visiterete il Castello con la sua guida capirete il perché… l’entusiasmo e l’amore per ogni cultura/coltura, scevro da interessi personali realizza i sogni)

Paola Tassinari  

Le nonne, il loro matterello e la spoja lorda conquistano la Gran Bretagna

Le nonne, il loro matterello e la spoja lorda conquistano la Gran Bretagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 17 Set 2018, 15:49

L’Emilia-Romagna vanta una grande tradizione culinaria: l’arte della pasta fatta in casa: le mitiche sfogline che tirano la pasta all’uovo con olio di gomito, munite di matterello e tagliere creando veli e tessuti color dell’oro, ottenendo poi tortelli, tagliatelle, cappelletti, spoja lorda e altro. Le sfogline sono un patrimonio culturale da proteggere e preservare.

Anni fa, ai tempi della nonna, della mamma e della suocera, in Romagna andava di moda un detto: “Puoi essere bella o quanto vuoi, ma se non sai fare la sfoglia non vai da nessuna parte”, e ai tempi fare la sfoglina era un po’ più difficile, in quanto c’era la miseria e spesso si tirava la sfoglia matta cioè con l’acqua al posto delle uova. La preparazione della sfoglia rappresentava il vanto delle giovani spose. Era la valutazione con la quale il marito e la suocera ne misuravano le qualità.

A tal punto che nelle famiglie patriarcali, dove convivevano in tanti, l’azdora era solita dare la quantità giusta di uova, ovvero un uovo per etto di farina, alle figlie, mentre dimezzava la quantità per le nuore, (la  farina con meno uova e l’aggiunta di acqua diventa meno elastica e tirando la sfoglia si creano i classici buchi… orrore degli orrori per una sfoglina fare i buchi nella sfoglia) per far fare bella figura alle figlie, soprattutto se non le piaceva tanto la nuora. Detto questo intendo parlarvi di una pasta un po’ meno conosciuta ma che a colpi ad sciaddur (il matterello) sta facendosi largo: la spoja lorda anche detta mnëstra imbutida (minestra imbottita).

E’ una pasta fresca tirata a mano, tipica dei giorni festivi, l’azdora la preparava quando aveva poco tempo a disposizione. Oppure se avanzava del ripieno dei cappelletti. La spoja lorda veniva lordata/sporcata per metà sfoglia con un “battuto” a base di formaggio morbido, parmigiano e uova. L’altra metà si ripiegava sopra e poi con la speronella (la rotella tagliapasta) si tagliava in orizzontale e in verticale. Ottenendo tanti quadretti che poi venivano tuffati nel brodo di gallina o di altra carne.

Venerdì scorso 14 settembre, a Lugo, si è svolta la finale del concorso gastronomico “Basta ch’u s’megna”, che ha riunito per la prima volta tutte le Pro Loco della Bassa Romagna. La sfida finale si è svolta tra Lugo, Cotignola, Alfonsine e Sant’Agata sul Santerno, la vittoria è andata alla Pro Loco di Lugo che ha vinto con la spoja lorda alla pancetta e radicchio, in genere come detto sopra, la morte di questa pasta è il brodo. Ma la Pro Loco di Lugo ha scelto di condirla con sugo di pancetta, cipolla e radicchio per renderla un poco estiva. Il brodo d’estate non è propriamente adatto e la spoja lorda ha così battuto cappelletti, ravioli e tagliolini.

Si dice che la spoja lorda abbia avuto origine nei pressi di Brisighella. Vero o non vero, Brisighella, l’ameno borgo dei tre colli, che si trova a pochi chilometri da Faenza, dedica a questa pasta, nel mese di aprile, una festa in cui la spoja lorda si può assaggiare presso lo stand gastronomico dedicato ed in ogni ristorante del territorio. La fama della spoja lorda non è finita qui, è arrivata in Gran Bretagna…  su You Tube il video della settantasettenne Gisella di Faenza, che prepara la spoja lorda, ha totalizzato ben 16.906 visualizzazioni.

Come è successo? Qualche anno fa  Vicky Bennison  ha creato il canale YouTube, Pasta Grannies (la pasta delle nonne). Filmando oltre duecento anziane donne italiane mentre preparano la pasta fatta in casa. Il progetto è nato quattro anni fa. Ma solo ultimamente si sono impennate le visualizzazioni, con oltre i 2 milioni di click per i complessivi video. Un progetto ideato per valorizzare ricette e tradizioni regionali della pasta fatta in casa a livello internazionale.

I video sono brevi ma pregni di percezioni ed emozioni antiche. Ognuno presenta un piatto di pasta e la sua preparazione. Oltre alla spoja lorda, cappelletti, tagliatelle, ravioli, pici, (tipici del sud della Toscana), culurgiones (i classici ravioli della Sardegna) e tanti altri piatti italiani che sono una ricchezza che molti ci invidiano. E le nonne d’Italia, sono così diventate, meritatamente, le stelle della cucina. Senza gli effetti speciali di molte delle trasmissioni culinarie televisive, anche se per questo è occorsa una esperta di gastronomia inglese. E ora vi lascio il link del video di Gisella mentre prepara la spoja lorda.  https://www.youtube.com/watch?v=FrucdNhbnnc

Paola Tassinari

Chiesa di San Giovanni Battista a Rimini, Guido Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per lui ogni donna era sensuale

Chiesa di San Giovanni Battista a Rimini, Guido Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per lui ogni donna era sensuale

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 28 Ago 2018, 06:25

L’Ordine dei Carmelitani ha le sue origini nel Monte Carmelo, dove visse il grande profeta Elia, ritenuto uno dei fondatori della vita monastica. Da sempre questo monte è stato considerato il giardino verdeggiante della Palestina e simbolo di fertilità e bellezza. I carmelitani si diffusero in Europa dalla Terrasanta dopo le prime crociate; furono eremiti ed ebbero fra di loro un Santo molto famoso: l’inglese Simone Stock. Nella storia vi è un collegamento con la Romagna ed un romagnolo, Guido Cagnacci

La leggenda racconta, infatti, che nel 1251, l’Ordine del Carmelo, era circondato da ostilità, e rischiava di estinguersi. San Simone Stock, si rivolse alla Madonna. Ascoltò il suo dolore donandogli lo scapolare, con queste parole: “Coloro che moriranno rivestiti di questo scapolare non andranno nel fuoco dell’inferno. Esso è un segno di salvezza, protezione e sostegno nei pericoli e di alleanza di pace”. I carmelitani ottennero la concessione della chiesa di San Giovanni Battista a Rimini nel 1573 e tale possesso rimase fino al 1797, a seguito delle soppressioni napoleoniche passò ai frati cappuccini.

I carmelitani divennero molto popolari e seguiti, specie per la loro venerabile Madonna del Carmelo. La chiesa è stata ricostruita agli inizi del Seicento e successivamente, in eleganti forme barocche, alla fine del ‘700. La chiesa ospita pregevoli dipinti, su cui primeggia la pala “Madonna con Santi Carmelitani”realizzata intorno al 1630 dal santarcangiolese Guido Cagnacci, uno dei protagonisti della pittura inquieta del Seicento. La pala dalle belle figure e dai notevoli e preziosi tessuti coi panneggi deliziosamente modulati, alla vista così morbidi che vien voglia di toccarli, colpisce per la posizione defilata della Madonna col Bambino, posta in alto, in posa di profilo.

Maggior spazio è dedicato a Sant’Andrea Corsini, la sua presenza è legata quasi certamente al giubilo dei frati per la canonizzazione avvenuta nel 1629. Andrea di nobile famiglia fiorentina, nacque nel 1301 sebbene in gioventù fosse arrogante, spendaccione e ozioso, udì il richiamo religioso e vestì l’abito carmelitano. Nella pala il Santo volge gli occhi alla Vergine col Bimbo ricevendone il beneplacito. Ai piedi del Santo troviamo le carmelitane Teresa d’Avila e Maria Maddalena de’ Pazzi.

Quest’ultima nasce nel 1566 appartiene alla famosa casata de’ Pazzi, potenti per generazioni a Firenze. A 16 anni entra nel monastero carmelitano in Firenze. Soffre di una misteriosa malattia che le impedisce di stare coricata. Al momento di pronunciare i voti, devono portarla davanti all’altare nel suo letto, dove lei sta sempre seduta. Da questo momento vivrà diverse estasi, che si succederanno per molti anni e le descriverà in cinque volumi di manoscritti. Morirà nel 1607 dopo lunghe malattie.

Nella pala la Santa è inginocchiata, ha un volto bellissimo ricco di punti di luce, gli occhi abbassati e le vesti inondate di chiarore, Cagnacci riesce ad ottenere, lui così carnale ed erotico, un misticismo puro. Maddalena riceve dall’angelo che la sovrasta una corona di spine, chiara allusione alle sue estasi. Teresa d’Avila (1515 /1582), Santa spagnola, è ricordata per essere stata una delle più grandi mistiche della religione cattolica. Fu la fondatrice dell’ordine dei carmelitani scalzi. Nei suoi scritti descrive le sue estasi: un angelo le colpiva il cuore con un dardo dalla punta infuocata che le lasciava cinque ferite, simbolo delle stimmate.

Nel dipinto di Guido Cagnacci, Teresa viene trafitta dalla freccia infuocata dell’angelo, vestito riccamente di rosso e che pare meravigliato di ciò che sta accadendo. L’intensità della Santa è una specie di languore che la spossa, gli occhi sono chiusi e la bocca semiaperta pare ansimare di piacere. L’estasi sembra un orgasmo, come la più tarda e famosissima opera marmorea “Estasi di Santa Teresa” del Bernini a Roma. Cagnacci, non fa differenze tra donne e Sante, per Guido ogni donna era sensuale. E’ innegabile che Cagnacci dia il meglio di sé nei quadri in cui le donne sono le protagoniste indiscusse. La pala dei carmelitani benché sia in un luogo religioso e raffiguri delle Sante, rientra in questo ambito. Le donne, dipinte o reali, furono la fortuna e la sventura del romagnolo Guido Cagnacci.

Paola Tassinari

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplani.

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplani.

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 23 Ago 2018, 13:15

Le passioni dei romagnoli: bici, moto, automobili e… aeroplaniIl 30 agosto 1925, Italo Balbo, il grande aviatore che guidò due voli transatlantici e fu poi ministro dell’aeronautica, accompagnava a Forlì il segretario del partito fascista Roberto Farinacci, per compiere un gesto di grande lancio: la fondazione di Predappio Nuova, per celebrare il luogo di nascita del duce.

Il 19 settembre 1936, il fascismo era all’apice, il duce non poteva rimanere senza uno scalo nella sua città: nasce il “Luigi Ridolfi”, [n.d.r.] oggi speriamo che se la cavi, dal nome del pilota di Forlì rimasto vittima di un incidente aereo nei dintorni di Milano. Luigi Ridolfi era abile anche nel volo acrobatico, aveva infatti eseguito vari spettacoli nella sua città. I forlivesi avevano il volo nel sangue già al tempo dei primi lanci delle mongolfiere. Enrico Forlanini, inventore e pioniere dell’aviazione italiana, nel 1909 fu il realizzatore del volo del primo dirigibile italiano. Era di Milano ma visse ed operò anche a Forlì.

Per volere di Mussolini, sempre a Forlì, fu edificato il Collegio aeronautico, intitolato a Bruno Mussolini, figlio del duce, morto in un incidente aereo. Il palazzo, destinato a ospitare il primo istituto aeronautico in Italia, è un notevole edificio in stile razionalista, si trova in piazzale della Vittoria. Attualmente è adibito ad uso scolastico. Davanti vi è la bella statua che rappresenta Icaro. All’interno vi sono i mosaici in pietra bianca e nera. Raccontano la conquista dei cieli e le vicende dell’aviazione italiana dalle sue origini fino agli anni ‘40.

Nella vicina Predappio si assemblava il Caproni Ca.164, un monomotore biplano, prodotto con successo dall’azienda Aeronautica Caproni, negli anni Trenta. Oggi le gallerie della Caproni sono interessate dal programma Ciclope, un laboratorio di fluidodinamica, un progetto di alta ricerca e di internazionalizzazione del tecnopolo aeronautico. Nel maggio 1968 fu istituito ufficialmente, con decreto ministeriale, l’Istituto tecnico aeronautico “Francesco Baracca”.

Altre tappe fondamentali: le sedi distaccate dell’Università di Bologna con i corsi di laurea in Ingegneria Aerospaziale e in Ingegneria Meccanica, il centro Enav, scuola di formazione per i controllori di volo, unica in Italia, scuole di addestramento al volo e l’Istituto per lo studio e l’applicazione delle scienze aeronautiche e spaziali. A Rimini l’Aeroporto Internazionale Miramare dedicato a “Federico Fellini” nasce nel 1912 come aeroporto militare, sviluppandosi e aumentando il volume passeggeri sino a qualche anno fa, [n.d.r.] oggi speriamo che se la cavi.

Sempre a Rimini si trova il Parco Tematico e Museo dell’Aviazione di Rimini. Inaugurato nel 1995, con la collezione di oltre 50 velivoli originali, mezzi contraerei e corazzati, modelli volanti in scala, divise e tute da volo, documenti, decorazioni e medaglie, è la più grande struttura di questo genere in Italia. A Lugol’Aero Club Francesco Baracca, scuola di pilotaggio aeroplani e ultraleggeri e Scuola Nazionale Elicotteri, iniziò la propria attività nei primi anni ’50. La scuola di volo è ai vertici nazionali per la preparazione impartita ai piloti. Un nutrito numero di ex allievi si trova al servizio della Protezione Civile per lo spegnimento di incendi ed il soccorso su Canadair ed elicotteri.

L’aeroporto di Ravenna La Spreta, quest’anno ha compiuto 100 anni, attualmente ospita, oltre all’Aero Club Francesco Baracca, anche la scuola di volo acrobatico “Ali sul mare” e i paracadutisti dell’associazione “Pull out”. Infine l’aeroporto di Cervia-Pisignano, un aeroporto militare sede dal 5 ottobre 2010 del 15º Stormo dell’Aeronautica Militare Italiana. Le opere infrastrutturali sono strategiche per lo sviluppo. Ma la nostra Romagna da questo lato piange assai. Basti pensare a come sono in rovina i nostri collegamenti verso le altre regioni: la “Romea”, la “E45” o l’Adriatica; le strade provinciali sono piene di buche, i treni spesso in ritardo, però… abbiamo le ali, non facciamo in modo che ce le tarpino.

Paola Tassinari

 

Il castello di Giaggiolo, feudo di Paolo il bello, a breve distanza da Forlì

Il castello di Giaggiolo, feudo di Paolo il bello, a breve distanza da Forlì

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 19 Ago 2018, 17:53

Ho sempre amato, ieri come oggi, i racconti degli anziani. E proprio un’anziana azdora mi ha parlato di Giaggiolo, il suo paese natio dove un tempo sorgeva un castello. “Giaggiolo che bel nome, chissà perché si chiama così”. Mi ha risposto che il toponimo derivava dalla profusione di giaggioli che fioriscono intensamente sul finire della primavera. Lei li ha chiamati al scurèz de gêval (le scoregge del diavolo). Il giaggiolo può essere bianco o violaceo ed è il simbolo di Firenze. Al scurèz de gêval, mi ha spiegato l’azdora, sono solo i giaggioli paonazzi i quali tingono le mani come fossero carta copiativa, “dà la varnìsa al scurèz, s’ t’ci bôn!” (colora le scoregge, se ne sei capace) mi ha detto sorridendo allegramente.

E così ora vi parlerò del castello di Giaggiolo. Diversamente da ciò che tramanda la tradizione popolare il toponimo Giaggiolo, sarebbe una derivazione di “gaggio”, nel senso diminutivo dal longobardo “gagi”: siepe. Diventato poi col latino medievale gahagium, terreno circondato da siepe. Le memorie di transiti e spostamenti umani, nell’Appennino romagnolo, si perdono nella notte dei tempi, forse addirittura al Paleolitico. Questi antichi percorsi solitari e distanti dai fondovalle tornano in auge nel Medioevo, per evitare controlli e pedaggi.

Ciò favorì, lungo questi tragitti, la diffusione di piccoli centri, abbazie, torri e castelli, affidati a famiglie nobiliari. Titolari di feudi che accrescevano il loro potere schierandosi, ora con la Chiesa, ora con l’Imperatore. Il castello di Giaggiolo si ergeva solitario, su una cresta montana, fra le valli del fiume Bidente e del torrente Borello, a circa trenta chilometri da Forlì. Oggi rimangono imponenti ruderi accanto a una piccola chiesetta. Il castello, un tempo era assai noto, documentato già nel 1021, fu la sede del ramo dei Malatesta di Giaggiolo, il cui capostipite fu Paolo Malatesta, sì proprio il Paolo di Francesca, citato da Dante, nel V canto dell’Inferno.

Nel 1371 il Castrum Glagioli comprendeva la rocca e il palazzo, con 26 focolari (famiglie). Era il 1471, una volta estinto il ramo maschile dei Malatesta, quando il castello di Giaggiolo passò ai conti, poi marchesi Guidi di Bagno che utilizzarono il maniero come residenza estiva ed iniziò il lento declino di Giaggiolo. Nel 1269, Malatesta da Verucchio, il “Mastin vecchio”, così lo cita Dante, investì del titolo comitale il secondogenito Paolo, combinando il matrimonio con Orabile Beatrice, figlia dei Conti di Giaggiolo.

Orabile Beatrice, ultima erede dei conti di Giaggiolo, rimasti senza discendenza maschile, è costretta, appena quindicenne a sposare il figlio di un nemico del padre. Ma il castello di Giaggiolo sorgeva su un punto strategico e Malatesta la ebbe vinta su Guido da Montefeltro zio di Orabile Beatrice. Infatti Guido da Montefeltro aveva sposato Manentessa sorella del padre di Orabile Beatrice. L’usanza dei matrimoni combinati era al tempo la regola, anche il primogenito di “Mastin vecchio”, Giovanni detto Gianciotto (Johannes Zoctus, Giovanni Zoppo), ebbe in questo modo in sposa Francesca da Polenta.

I rapporti tra i due fratelli, Paolo e Giovanni, ebbero un esito tragico. Giovanni uccise il fratello e la moglie accecato dalla gelosia, ma il delitto potrebbe avere avuto anche risvolti economici. Gianciotto aveva i suoi buoni motivi per odiare il fratello minore Paolo detto il Bello, che diversamente dal ruolo di amante perpetuo di dantesca memoria, oltre alla facile rendita delle terre di Giaggiolo, contea che comprendeva anche Meldola e Cusercoli, era diventato un protagonista stimato della scena nazionale come attesta l’incarico di Capitano del Popolo di Firenze nel 1282.

Delitto d’onore, delitto d’amore, racconta Dante, ma il Poeta non poteva che riproporre la tesi corrente perché l’astio tra i fratelli era in corso e continuava come in una faida; quanto accadde fra Giovanni e Paolo si ripeté con i loro eredi. Il figlio di Giovanni, Ramberto, nel 1323 uccise a Ciola il cugino Uberto, figlio di Paolo. A sua volta Ramberto fu ucciso a Poggio Berni nel 1330 dai parenti di Rimini, come punizione del suo tentativo di conquistare la città.

Paola Tassinari

A Spasso con Dante sulle strade della Romagna per finire nella gelosia degli innamorati danteschi

A Spasso con Dante sulle strade della Romagna per finire nella gelosia degli innamorati danteschi

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 8 Ago 2018, 05:30

«Romagna tua non è, e non fu mai,/sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;/ma ‘n palese nessuna or vi lasciai». Questi versi esprimono tutto il fiero carattere della Romagna, mi sovviene pensare che Dante sia molto più romagnolo che fiorentino. Nella Divina Commedia, e precisamente nel canto XXVII dell’Inferno, Dante descrive, le condizioni politiche della Romagna del 1300, a Guido da Montefeltro. Guido fu un personaggio di molte imprese militari. Alla fine della sua vita si pentì e divenne frate, ma tradì la sua veste per aiutare papa Bonifacio VIII. Il quale lo indusse a peccare, assolvendolo anticipatamente, ma il diavolo non si lasciò convincere da questa ante/assoluzione e Guido finì all’Inferno.

Il Poeta dice a Guido che la Romagna non è mai stata senza guerre a causa dei tiranni che la dominano, ma in questo momento non se ne combatte apertamente nessuna. Ravenna è nella stessa situazione da molti anni, sotto la Signoria dei Da Polenta che domina il territorio fino a Cervia. Forlì, che sostenne un lungo assedio e fece strage dei francesi, è dominata dagli Ordelaffi. I Malatesta si sono impadroniti di Rimini, mentre le città di Faenza e Imola sono governate da Maghinardo Pagani, che cambia facilmente le sue alleanze. Cesena oscilla continuamente tra libertà e tirannide.

Dante nel suo amaro vagare, salendo le scale e mangiando il pane altrui, visitò non solo queste città, ma siccome non c’era l’aereo o il treno, Dante avrà fatto molte fermate anche in altri paesi romagnoli. Lasciando la terra di Toscana, valicando il Passo del Muraglione, oggi meta d’obbligo per i centauri, anticamente una mulattiera. Il valico divenne carrozzabile nel 1836. Furono costruiti sul passo anche una casa cantoniera, un albergo e un muro di pietre in modo di offrire un riparo dal forte vento. Da qui l’origine del toponimo.

Dante si sarà arrancato fra questi tornanti su una pericolosa mulattiera sferzato dal vento e dal freddo anche in estate, qui poco dopo il Passo del Muraglione incontrò la Cascata dell’Acquacheta (Inferno Canto XVI), paragonata dal Poeta per la violenza della caduta delle acque al fiume infernale Flegetonte. Pochi chilometri in direzione di Forlì e siamo a Portico di Romagna, dove la tradizione vuole che, a Palazzo Portinari, Dante abbia conosciuto Beatrice.Altri chilometri sempre sulla Strada Statale numero 67 e siamo a Castrocaro Terme. Siamo nella Romagna Toscana e proprio Castrocaro ne è stata per lungo tempo la capitale.

«Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;/ e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,/ che di figliar tai conti più s’impiglia…» (Purg. XIV). Dante è arrabbiato coi romagnoli colpevoli di essere responsabili della degenerazione dei costumi. Mi domando se Dante vivesse oggi quali invettive userebbe. E siamo giunti a Forlì, “La terra che fé già la lunga prova/ e di Franceschi sanguinoso mucchio,/ sotto le branche verdi si ritrova…” (Inf. Canto XXVII), la targa è affissa sul Campanile dell’Abbazia di San Mercuriale, ricorda la resistenza dei forlivesi contro i francesi inviati dal Papa per sottomettere la città ghibellina.

Da Forlì ci dirigiamo alla terra del vino, al colle di Bertinoro , «O Brettinoro, ché non fuggi via,/ poi che gita se n’è la tua famiglia/ e molta gente per non esser ria?» (Purg. Canto XIV) questi versi si possono leggere sul Palazzo Comunale di Bertinoro. Poco lontano da Bertinoro, a Polenta vi è la Pieve di San Donato. Giosuè Carducci ha dedicato un’ode a questa Chiesa domandosi se qui si fosse inginocchiato Dante e da allora ogni anno si tengono letture dantesche. Non cito Ravenna perché tutti sappiamo che Dante è morto qui, ma ci tengo a scrivervi che Dante, lo afferma qualche studiosotra cui Giovanni Pascoli, avrebbe scritto in Romagna tutta la Commedia e non solo il Paradiso.

Il Pascoli non fu solo il poeta del “fanciullino” ma fu anche un valente accademico e dantista anche se questo lato è quasi misconosciuto al volgo. Il Pascoli fu allievo di Carducci, altro studioso del mito dantesco, il quale forse fu un po’ invidioso di questo romagnolo tenace, che riteneva di essere colui che aveva scritto «la verace interpretazione del poema sacro», cosa che gli addolciva “la vita” e non gli faceva “temer più la morte”. Dante ieri come oggi scatena “guerre” fra i suoi studiosi che come innamorati ne sono anche gelosi, forse fu per questo che il Carducci stroncò il suo allievo. «Ho avuto dal Maestro un’altra scudisciata».

Fu l’amaro sfogo con il quale Giovanni Pascoli accolse la bocciatura dell’Accademia dei Lincei al suo saggio, con cui aveva partecipato al concorso nazionale dedicato ai migliori studi sulla Divina Commedia. Carducci, membro importante della commissione giudicatrice dei Lincei e suo maestro di lettere, lo bocciò. Carducci era Docente di Letteratura italiana, docenza che erediterà proprio il Pascoli, nell’Università di Bologna, quello stesso ateneo che rifiutò la laurea a Dante.

Paola Tassinari

L’estate, la canicola, la siesta, Bertinoro, l’Albana e il graal

L’estate, la canicola, la siesta, Bertinoro, l’Albana e il graal

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 31 Lug 2018, 19:38

L’estate, la canicola, la siesta, quell’ora sospesa dopo aver pranzato. Quando la Romagna contadina sonnecchiava, in quanto impensabile e dannoso lavorare sotto il sole (oggi siamo più progrediti tecnicamente, ma le condizioni lavorative in alcune aziende agricole sono peggiorate in quanto si lavora anche nelle ore centrali del solleone), poteva accadere di gustarsi un bicchiere di Albana, da una bottiglia tenuta nel pozzo a rinfrescare, il frigorifero non c’era, con dentro delle fette di pesca e un po’ di zucchero…..

L’Albana era il vino dell’estate ed usciva spumeggiante, occorreva fare attenzione perché magari ne fuoriusciva mezza bottiglia in quanto era fresca sì, ma non tanto… l’Albana era ed è un po’ magica, volendo può evocare il ‘graal’Questo vino bianco, insieme al Sangiovese, è il vino che più rappresenta la Romagna.Il suo colore è giallo intenso e dorato dal gusto asciutto e profumato. Può essere sia secca che dolce ed anche passita. Ideale da bere a fine pasto con la ciambella o con la piadina, ma si sposa bene anche coi cappelletti in brodo.

La presenza dell’Albana in Romagna è documentata a partire dal 1495, ma il suo nome, derivante da ‘albus’, termine latino che significa ‘bianco’ ma anche ‘chiaro’ o ‘luminoso’, ci riporta a un’epoca romana in cui l’Albana veniva considerata la migliore delle uve a bacca bianca. L’Albana è legata a una leggenda e all’ameno paese di Bertinoro. La storiella racconta che Galla Placidia, che fu figlia, sorella e madre di imperatori, nonché imperatrice lei stessa, assaggiò questo vino mentre da Ravenna, allora capitale dell’Impero romano, stava attraversando il confine tra Romagna e Toscana.

Il vino le fu servito in un bicchiere di terraglia. L’imperatrice appena bevuto un sorso di Albana, fu tanto estasiata dalla bontà del vino da esclamare: “Non così umilmente ti si dovrebbe bere, bensì berti in oro, per rendere omaggio alla tua soavità!” Così nacque, da berti in oro, il nome del paese di Bertinoro, sulle colline forlivesi, da sempre considerato luogo di squisita ospitalità e si tramandò la fama dell’Albana.

Già siamo al calice o coppa d’oro e a Galla Placidia, che tramite Alarico è legata al ‘graal’ e al favoloso tesoro che il re visigoto razziò a Roma il 24 agosto del 410 d.C., Alarico si portò via anche il tesoro del tempio di Gerusalemme, tra cui si favoleggia l’arca/graal, che i Romani avevano sottratto al tempio di Salomone nel 70 d.C. e si portò pure via la diciottenne Galla Placidia di cui si era invaghito. Non sto a raccontare le altre peripezie del tesoro e di Galla Placidia, volendo solo evidenziare il legame fra Albana/luminoso/coppa/oro/Galla Placidia che rimandano al ‘graal’… e non è finita qui.

Una tradizione lega l’Albana ai Colli Albani, da cui provenivano i legionari colonizzatori della Romagna, la zona odierna dei Castelli Romani. Qui sorgeva la città latina di Alba Longa, qui vi era ‘il nemus’ cioè il bosco sacro, un luogo di culto caratteristico delle antiche religioni. Il bosco sacro di Nemi era un’antica sede del santuario di Diana Nemorensis, fu uno dei luoghi sacri più importanti dell’antichità preistorica e storica, qui nascono i gemelli Romolo e Remo, la loro madre Vesta era sacerdotessa del culto di Diana e assieme alle vestali custodiva il fuoco sacro.

Il fuoco è legato ai “cagots” una popolazione misteriosa che viveva, e forse vive ancora, fra i Pirenei spagnoli e quelli francesi, dei paria messi al bando dalla società che hanno a che fare con la cerca del graal. E ora dopo aver letto questo scombiccherato articolo, adatto alle facezie dell’estate, per ritornare al bel tempo antico vi consiglio, dopo una passeggiata al paese medioevale di Bertinoro, di fermarvi alla Ca’ de Be, un’osteria enoteca, di sgranocchiarvi una piadina, vuota o ancora meglio piena, accompagnando il leggero pasto con un bicchiere di Albana, magari dolce, un incontro opposto ma assai seducente, godendovi il panorama, da questa osteria si ha una vista mozzafiato, in certe giornate chiare si riesce persino a vedere il mare, facendovi trasportare dalla magia.

Paola Tassinari