L’amore fa perdere la testa… lo dice pure la scienza

amore-psiche-canovaL’innamoramento iniziale è come un tornado spazza via le inibizioni, il controllo, ci rende euforici, naturalmente se l’amore è corrisposto, altrimenti sono dolori. Come bene ha descritto Johann Wolfgang Goethe nel romanzo “I dolori del giovane Werther”, che tratta dei tormenti e delle sofferenze amorose di un giovane per la sua bella, già promessa sposa ad un altro uomo. L’amore romantico ci fa perdere la testa. Ora è scientifico, uno studio effettuato dal Dipartimento di ricerca cerebrale, di Okazaki, in Giappone, ha evidenziato che l’inizio di una relazione romantica si associa a una ridotta densità di materia grigia nello striato dorsale. La materia grigia è l’insieme delle cellule del nostro sistema nervoso. Lo striato è attivato da stimoli associati alla ricompensa, nuovi, inattesi o intensi. Gli innamorati quindi aumentano lo stimolo della ricompensa, del premio, del dono che anelano a ricevere, che viene rappresentato come una minore densità di materia grigia. Già si sapeva che con l’amore, ci sono gli stessi effetti e gli stessi percorsi neuronali di quando si è sotto l’effetto delle droghe, si ha la stessa euforia, con la differenza sostanziale che non si consuma robaccia dagli esiti deleteri e non si trasgredisce la legge. All’inizio degli anni ’60, ad esempio, non vi erano restrizioni al commercio della LSD, molti americani venivano trattati con questa droga, tra i pazienti più illustri l’attore Cary Grant e il senatore Robert Kennedy. LSD era una droga usata per la cura nei malati terminali, dava una specie di euforia senza temere la morte, e negli stati d’ansia e depressione. Ma poi vennero in luce i disastrosi effetti collaterali e ci si orientò verso il proibizionismo. Innamorare fa rimbambire, istupidire, ma è una delle più grandi sensazioni che esistano al mondo. Innamorati perdiamo la testa, perdiamo il controllo, siamo come drogati di LSD. Ma in modo tutto naturale e per quanto gli scienziati spieghino il funzionamento di valori chimici, molecole, cellule e neuroni e ci abbiano chiarito pure che l’innamoramento finisce, tramutandosi in affetto, ci sono ancora milioni di persone che ritengono che l’amore non sia solo biochimica che entri in gioco anche l’anima e che possa durare per sempre.

 

L’olio di nocciolo è un elisir

shutterstock_251365177-e1442922515544-700x515Il nocciolo è un arbusto che risale alla preistoria, sicuramente ben apprezzato dall’uomo neolitico. Per i cinesi è uno dei cinque nutrimenti sacri donati da Dio. Se ne fa menzione in un manoscritto, forse il più antico testo cinese sui farmaci, il cui autore è sconosciuto. Anche se una leggenda narra che chi lo scrisse fosse un imperatore, che introdusse in Cina le tecniche per l’agricoltura, chiamato il “Contadino Divino”. Probabilmente vissuto dal 2838 a.C. al 2698 a.C. Per i greci e i romani il nocciolo era rinomato al pari della vite. Apprezzavano le nocciole e ritenevano il loro olio medicamentoso e salutare. Difficile da ottenere senza l’impiego di tanti schiavi, venne in seguito sostituito con l’olio d’oliva, in quanto spremere le olive era molto più facile e si otteneva molto più olio. Il nocciolo al pari dell’alloro era associato al soprannaturale e alla magia. La rabdomanzia, ossia la ricerca dell’acqua nel sottosuolo, era effettuata con un ramo “biforcuto” di nocciolo. L’olio di nocciolo venne dimenticato sino ai tempi dell’ultima guerra, quando arrivarono gli anni dei razionamenti del grano e anche dell’olio. Una mancanza a cui si sopperiva col lardo o con lo strutto. Il Piemonte, è la terra in cui la nocciola, è un Prodotto Tipico Certificato (IGP), con prelibatezze che gradiamo tutti, del tipo: gianduia, gianduiotti e baci di dama. I contadini, si ingegnarono e con piccoli torchi ritornarono a spremere le nocciole per ottenerne l’olio. Le proprietà dell’olio di nocciola, sono non solo molto conosciute tra i buongustai che lo considerano un condimento sopraffino per tutte le pietanze, ma risultano assai preziose nella cosmesi e in particolare per il nutrimento della pelle. E’ indicato anche contro le rughe, l’acne, le smagliature e le cicatrici oltre che per massaggi tonificanti. L’olio di nocciola, come condimento, risulta utile per abbassare i livelli di colesterolo cattivo. Le nocciole infatti sono ricche di Omega 3 e Omega 6, di calcio, di vitamine e di sostanze antiossidanti. Gli antiossidanti sono in grado di neutralizzare i radicali liberi, i cui effetti negativi accelerano i processi di invecchiamento cellulare, attaccano il sistema immunitario e favoriscono l’insorgere di numerose malattie. Delle nocciole si usa tutto, i gusci si adoperano nelle stufe al posto della legna, mentre ciò che rimane dall’estrazione dell’olio è una specie di farina che viene usata per dolci. Una tradizione, quella dell’olio di nocciole, che era limitata solo a piccole aziende di nicchia, fuori dalla grande distribuzione. Fino a che, un giovane studente della facoltà di Agraria di Torino, Mattia Pariani, partendo dalla sua tesi di laurea, nel cui titolo vi era già una specie di premonizione: “Nocciolio” . E’ seguita la nascita di una start-up. In pochi anni l’azienda “green”, ubicata a Givoletto, in provincia di Torino, si è affermata esportando l’olio di nocciola, in 24 Paesi del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone.“Tutto è cominciato tra i banchi dell’università – racconta Mattia Pariani -, analizzando i sistemi di estrazione dalla frutta secca. Poi con due compagni di studi ho partecipato al Premio nazionale dell’Innovazione. Ho continuato a crederci e non mi sono ancora fermato”.

 

 

 

 

 

 

 

 

I denti del giudizio vestigia di un tempo antico

Denti del giudizio, toglierli perché tanto non servono e sono fonte di problemi, oppure conservarli e toglierli solo in caso di carie e di problemi seri? Pare che tre italiani su dieci, in maggioranza donne, siano invitati a togliersi i denti del giudizio dal proprio dentista.

www.denti-bianchi.it

I terzi molari chiamati anche denti del giudizio, perché crescono attorno ai vent’anni, sembrano destinati a scomparire.

Sembra che una buona fetta della popolazione non li abbia e a un’altra buona parte non crescano correttamente causando dolori e infiammazioni.

Questo farebbe parte dell’evoluzione.

Le dimensioni della mandibola e della mascella si sono ridotte in confronto al passato.

Lasciando poco spazio per la crescita degli ultimi molari.

Il tipo di alimentazione, sempre più liquida e morbida, avrebbe comportato il minor uso della mandibola e il conseguente suo ridimensionamento.

Il primo ad accorgersi di questo fu Charles Darwin.

Secondo lui, i denti del giudizio non erano altro che un’eredità dei nostri antenati ominidi, che avevano una mascella più larga e con più denti per triturare meglio le foglie di cui si nutrivano, compensando così la incapacità di digerire cellulosa.

I denti del giudizio, hanno meno spazio per crescere, in quanto la mandibola si è ristretta.

Ma quest’ultima ha lasciato il posto a dimensioni maggiori del cervello.

Eureka!

No, secondo recenti studi sull’intelligenza, questa non sarebbe determinata dalle dimensioni del cervello ma dal suo schema di sviluppo. Le dimensioni non contano, sarebbe la corteccia cerebrale, quella specie di pellicola sottile che avvolge il  cervello, e la sua elasticità in particolare a determinare la genialità.

Anche se con gli studi sull’intelligenza tanto è ancora da scoprire.

Pare certo però che le dimensioni non c’entrano con buona pace per il genere maschile che ha il cervello più grande.

Gli uomini hanno la testa più grande delle donne.

In ogni caso i terzi molari o denti del giudizio sono denti vestigiali.

Organi che, con l’evoluzione, hanno perso la propria funzione originale e non servirebbero più a nulla.

Questo tenendo conto della teoria evoluzionistica, oggi criticata dal cosiddetto antievoluzionismo.  

Anche perché altre parti del corpo umano che si consideravano vestigiali, si è scoperto successivamente che avevano una funzione ben precisa.

Ad esempio negli Anni 60/70 era di moda asportare l’appendice vermiforme.

Un intervento chirurgico di appendicite non si negava a nessuno, neanche a quelli che non l’avevano infiammata.

Tanto quel piccolo tratto dell’intestino non serviva a nulla.

Mentre oggi la si cura anche se infiammata e la si asporta solo in casi estremi.

In quanto l’appendice vermiforme è molto importante per il sistema immunitario.    

                                                                                                               Paola Tassinari

Kenneth Clark e la difesa dell’Occidente

Kenneth Clark, Barone di Clark, (Londra 13 luglio 1903-21 maggio 1983) è stato un autore britannico, direttore di musei, uno dei più noti storici dell’arte della sua generazione. Unico figlio di una ricca famiglia scozzese, con radici nel commercio tessile.

Fonte:tate.org.uk/

Kenneth Clark frequentò la scuola di Wixenford, il “Winchester College” e il “Trinity College” di Oxford, dove studiò storia dell’arte.

Fortemente influenzato da John Ruskin, il critico d’arte, poeta e scrittore inglese del Romanticismo

Protetto da uno dei più influenti critici d’arte del tempo, Bernard Berenson.

Diventò rapidamente uno dei più autorevoli critici dell’arte britannica.

Nel 1933 all’età di 30 anni, fu nominato Direttore della National Gallery.

Il più giovane a ricoprire questa carica.

Un Barone che vestiva sempre in modo impeccabile, che non solo aveva ereditato una fortuna, ma l’aveva sempre accresciuta comprando e vendendo opere d’arte.

 

Venne nominato Sir e poi Lord, pochi storici dell’arte sono stati così omaggiati e allo stesso tempo invisi come lui.

Kenneth Clark sapeva capire e soprattutto sapeva trasmettere la sua conoscenza in modo semplice.

Aveva capacità di giudizio, non solo sull’arte, ma anche sulla vita e sull’individuo, di cui aveva punti fermi.

Senza nessun dubbio, per questo era poco amato, perché in un mondo relativo dove non ci sono più punti fermi, Kenneth Clark, calmo, eutrapelico, sicuro di sé ti snocciolava l’etica e da vero moralista ti diceva chiaro e tondo…è così!

Clark fu un docente infaticabile sia in ambienti accademici che in trasmissioni televisive.

La sua competenza fu quella di rendere accessibile una materia complessa e profonda, in modo tale che fosse apprezzata da un pubblico più ampio.

Nel 1969, presentò per la BBC, Civilisation: A Personal View.

Una serie di video conferenze, sulla storia della civiltà occidentale vista attraverso la storia dell’arte.

Civilisation è stata trasmessa, oltre che in Italia, anche negli Stati Uniti, ottenendo grande successo.

Ritagliando a Clark un profilo internazionale.

Civilisation fu ideata in contrappunto alle crescenti critiche della Civiltà Occidentale, al suo sistema di valori e ai suoi eroi.

Nell’esordio, Clark riferisce una citazione di Ruskin.

“Le grandi nazioni scrivono la loro storia in tre libri, quello delle loro azioni, quello delle loro parole e quello della loro arte, non uno di questi libri può essere compreso se non abbiamo letto gli altri due, ma dei tre l’unico affidabile è l’ultimo”.

Nel 1955, Clark acquistò il Castello di Saltwood nel Kent.

Barone di Saltwood, che in inglese si può tradurre con “legna/salata”.

Ciò fa pensare al fuoco per riscaldare ma anche a quello della passione e, pure alla legna come materia prima per l’artigiano, legna legata alla conoscenza teorica e pratica.

Esiste una forte somiglianza tra il sostantivo “scienza” e “legna”, in tutte le lingue celtiche.

Il significato di legna si può metaforicamente traslare al legnare, con senso di bastonare.

Non sto poi a lucrare sui significati molteplici del sale, “avere sale in zucca”, significa avere saggezza e buon senso, quindi il titolo di barone di Saltwood si può simpaticamente tradurre, adattandolo a Clark: la scienza e la passione del legno, che uniti alla saggezza e al buon senso del sale, legnano il nichilismo e il relativismo.

L’autorevolezza di Kenneth Clark, noto critico dell’arte inglese, è definita dalle sue onorificenze.

Nel 1938 fu ordinato Cavaliere Commendatore del Molto Onorevole Ordine del Bagno (KCB), ordine cavalleresco britannico.

Nel 1959, Kenneth fu insignito dell’Ordine dei Compagni d’Onore. 

Ordine Cavalleresco vigente nel Regno Unito e nel “Commonwealth”, di cui fa parte anche la sovrana Elisabetta.

Nel 1976 Kenneth fu nominato per l’Ordine al Merito.

Un’Ordine che dà riconoscimento per meriti speciali nel campo scientifico, artistico, letterario, militare e culturale.

Oggi, oltre alla regina Elisabetta II, solo ventiquattro membri viventi sono insigniti del titolo.

Nel 1959, Kenneth ricevette L’Ordine al Merito della Repubblica Austriaca o Gran Decorazione d’Onore.
                                                                                                                                     Paola Tassinari

Achillea e Amazone, c’è chi nasce gladiatrice anche se donna

A partire dagli anni Settanta le donne sono state ammesse nelle Forze Armate, degli eserciti occidentali, è sembrata una grande conquista, in realtà donne combattenti vi sono state anche nell’antichità: le gladiatrici. Se pensiamo al mito del gladiatore il pensiero corre al mondo maschile, un valoroso combattente che rischia la vita ogni volta che scende nell’arena, un divo amato dalle donne.

http://www.fscclub.com

Come per i campioni sportivi di oggi, è confermato dalle fonti, che le donne subivano il fascino di questi guerrieri.

Scritte sui muri di Pompei lo confermano.

“Lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze”

“Tormento e spasimo delle spettatrici”

Sembra non essere credibile, invece, che il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per volontà del pubblico, perché un bravo gladiatore prevedeva un lungo e costoso allenamento e mantenimento, oltre a proprie doti fisiche.

Da cancellare poi la credenza che il mondo dei gladiatori fosse esclusivamente solo maschile.

Nell’antica Roma scendeva nell’arena anche il genere femminile.

Un dato di fatto confermato da documenti scritti e testimonianze archeologiche.

Certo le gladiatrici piacevano al pubblico, combattevano a seno nudo, senza armatura ed elmo.

Piacevano meno ai legislatori, che emanarono leggi per regolare l’esercizio delle duellanti.

Proibizioni sull’età delle donne libere, dovevano avere più di vent’anni, divieti per le donne di rango equestre o senatoriale ( i divieti valevano anche per gli uomini).

Questo fa pensare che le ricche signore di alto ceto, non disdicessero di scendere nell’arena.

Piacevano poco anche agli scrittori, che le disprezzavano perché perdevano la femminilità, diventando virili.  

Ieri, come oggi, ci sono donne “amazzoni”, che se la cavano egregiamente anche in campi considerati maschili… è una questione di attitudini, di aspettative o di sogni, che nulla ha a che fare col genere.

E veniamo ad Achillea, che fa pensare all’eroe  Achille, e Amazone, alle mitiche guerriere, certamente due pseudonimi.

Probabile che Achillea e Amazone  appartenessero a famiglie senatoriali e che abbiano combattuto per diletto.

Su queste due gladiatrici, ci è giunto un rilievo in marmo del II secolo d. C., rinvenuto nella città turca di Alicarnasso, custodito odiernamente al British Museum, di Londra. Le due donne hanno i gambali e le protezioni alle braccia, scudo e spada e niente altro.

I loro nomi sono incisi in greco sul marmo.

L’iscrizione spiega che le due combattenti hanno ricevuto la “missio” ovvero la sospensione del combattimento che decretava il pari valore delle due atlete. Il fatto che l’evento sia stato commemorato su un mezzo costoso e durevole come il marmo, presuppone che le due combattenti fossero assai conosciute e apprezzate.

                                                                                                                          Paola Tassinari

Malena e Klepetan, una piccola, grande storia d’amore, fra… cicogne

Molti sono con il naso all’insù, in attesa di Klepetan, quest’anno è un po’ in ritardo, ci sono stati falsi allarmi sul suo avvistamento, ma ancora non è tornato dalla sua bella. Una struggente storia d’amore, che parla di lontananza, di solitudine, di ostacolo e impedimento e tanto affetto, quasi un “matrimonio” ben riuscito. Un po’ strappa lacrime ma con tanta fedeltà e coronata da un bel po’ di “pargoli”.

Klepetan

www.meteoweb.eu

Brodski Varos, in Croazia, un nido posto sul tetto di una casa rossa, dove Malena una femmina di cicogna aspetta per lunghi mesi il ritorno del suo compagno: Klepetan.

Malena ha ali danneggiate, fu ferita da un cacciatore, più di due decenni fa.

Non è più in grado di volare accanto a Klepetan.

Per non parlare poi di seguirlo all’inizio dell’autunno nel viaggio migratorio di oltre 10mila miglia verso il Sudafrica.

Sono 16 anni che Klepetan torna dalla sua amata, all’inizio di primavera, negli ultimi giorni di marzo.

Il periodo di riproduzione delle cicogne.

Quando le uova si schiuderanno e verrà il momento di insegnare a volare ai piccoli, dato che Malena non è in grado di farlo, sarà Klepetan ad eseguire questo compito.

I piccoli se ne andranno poi con lui nel viaggio migratorio.

Malena resterà tutta sola, ad aspettarlo sul comignolo della casa rossa.

Le cicogne, diversamente dalle oche, non si accoppiano per tutta la vita, tendono però a ritornare, come le rondini, allo stesso nido, ecco spiegata, togliendo un po’ di romanticismo, la fedeltà di Klepetan. 

In Croazia, la storia di Klepetan e Malena, le due cicogne innamorate con una sfilza di “cicognini”, oltre quaranta nascite lungo gli anni, è diventata un’attrazione.

Un richiamo fascinoso, parte della campagna ufficiale dell’Ente del Turismo croato con questi slogan:

“Saluta la primavera”
“Saluta qualcuno che ami”.

Invitando a postare sui social network il video, si trova su You Tube, di  “Klepetan  e Malena”.

Oppure inviando cartoline online ispirate all’amore delle due cicogne con frasi del tipo:
“Non vedo l’ora che sia primavera per stare con te!”
“Viaggerei per migliaia di chilometri per passare un momento con te!”.

                                                                                                                  Paola Tassinari

Il gatto in macelleria. Bufala? In realtà era un “E.S.”

Il gatto intero nel reparto macelleria Conad. Bufala? In realtà in questo caso un “E.S.”. L’autore del post originale lo chiariva in modo molto limpido, in quanto l’articolo iniziava con la scritta E.S.=Esperimento Sociale. Che cosa è questo E.S.? È un fake-post, una bufala, ma con l’intenzione di indurre una riflessione sul nostro sentire. Una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

E’ facile intuire che queste false notizie, al di là del fenomeno dei “burloni”, servono per “tastare” il polso.

Per avere l’idea di come le persone siano pronte a saltare un ulteriore fosso.

Verso la disumanizzazione che si crea sempre più, in nome del consumismo più sfrenato.

Di cui non si vuole rendere conto che è matematicamente finito.

E’ possibile che qualcuno si stia sfregando le mani al possibile nuovo mercato di carne di gatto e cane, visto l’aumento della popolazione cinese in Italia.

Possibile che ogni tanto si sovvenzioni qualche fake-post per saggiare il terreno?

In fin dei conti una tradizione giapponese, come mangiare il pesce crudo è passata e divenuta alla moda anche in Italia.

Se pensate con quanta fatica l’uomo è giunto alla cottura, vien quasi da ridere.

La cottura non è un optional, neutralizza i microbi.

In quanto le alte temperature rendono difficile la diffusione di tossinfezioni.

Torniamo al fake-post sulla vendita di carne di gatto, creato per un esperimento sociale.

Secondo l’autore una riflessione sulla nostra percezione, costituita da abitudini e tradizioni.

Le stesse tecniche sono utilizzate anche per diffondere notizie false ben più dannose.

Comunque, l’E.S. in questo caso, come spiega l’autore era volto verso una domanda precisa.

“Se il vedere questa immagine ha portato a rabbia ed indignazione, allora è arrivata l’ora di porsi nuove domande. Perché ci si indigna di fronte all’uccisione di un animale come il gatto o il cane, che è usuale cibo in Cina e si accetta come “normale” l’uccisione di animali come il maiale, il vitello, il coniglio?”

Quest’ultimo assolutamente non si mangia in Cina, ma neanche negli USA. In Italia gli animalisti spingono per fare in modo di vietare il consumo di questa carne, dal momento che ritengono che il coniglio sia un animale da compagnia.

In Cina, un piatto a base di gatto, serpente e pollo viene chiamato “dragone, tigre e fenice” è successo che casi di vendita di questo piatto a base di gatto siano stati segnalati anche in Europa, precisamente in Belgio e in Svizzera.  

Noi occidentali, non mangiamo carne di gatto o cane per una questione morale.

Ci identifichiamo con i nostri animali da compagnia.

Ma è anche proibito dalla legge, in quanto è vietato allevare o mangiare animali fuori dal controllo sanitario delle ASL.

Vero o leggenda non si sa bene, ma i gatti spariscono sempre di più, pure il mio.

Vi sono state addirittura denunce di sparizione di gatti, guarda caso, nel Veneto, territorio in cui il gatto era un piatto tradizionale servito con la polenta. E i cinesi, abituati a gustarlo, credete che abbiano remore a gustarsi un piatto prelibato per loro, pensando a quanto siamo fessi noi a non mangiare una squisitezza?

Volutamente non si è postato nessuna foto macabra.

Lasciando libera scelta di guardare o meno in Internet l’orrore dei nostri amici animali pronti per diventare cibo.

Non è con l’orrore che si possono vincere le battaglie, ma con l’amore si vince la guerra.

 

                                                                                                   Paola Tassinari 

IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?

I simboli che parlano

mausoleo_di_galla_placidia_colombe_abbeverantiSe ipotizziamo che l’abate di Rennes le Chateau, fosse entrato in possesso di “una qualche verità”, su Maria Maddalena, Gesù Cristo e la loro presunta stirpe che, con il passare degli anni, si individuò nella dinastia dei Merovingi, e analizziamo i principali simboli di questa casata: il giglio e l’ape, beh troveremo che queste immagini sono presenti in maniera massiccia anche in Toscana e in Romagna. Il “Fleur-de-Lys” o giglio stilizzato, pare sia stato adottato dal re merovingio Clodoveo nel V sec., dopo una vittoria contro i Visigoti, nei pressi del fiume Lys, in Belgio, dove questo fiore cresce in abbondanza. Clodoveo, di cui più di tutto si conosce un blasone con tre rospi, ma come narra la favola il rospo si trasforma in principe, si convertì al cristianesimo e da quel momento in poi il giglio, è diventato il simbolo dei re cristiani di Francia. Con il diffondersi delle pseudo-teorie associate al Santo Graal ed alla discendenza di Cristo, il “Fleur-de-Lys” viene così associato al “Sangue Reale”: la base del simbolo rappresenterebbe, secondo questa nuova concezione, Maria Maddalena mentre i tre petali effigierebbero i figli che essa ebbe da Gesù: Tamar, Joshua e Josephes. La simbologia cristiana vede nel giglio un’allusione alla Trinità divina, nella base orizzontale la figura di Maria, nei tre petali stilizzati: il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo che emana da Loro. Il giglio è considerato simbolo di purezza, candore, innocenza e verginità, è un attributo della Madonna. Spesso, il giglio e il fiore di loto si sostituiscono l’uno all’altro rappresentando, in tempi più antichi, la Grande Madre, Iside, Isis, Ishtar, Diana, la stessa dea che ha molti nomi. Il simbolo “IS”, presente nel Tempio Malatestiano di Rimini e nel Dollaro statunitense, si favoleggia sia ispirato proprio alla dea Isis, la città di Parigi sarebbe poi dedicata a lei, (Par-is). Il giglio si può trasformare stilisticamente in una colomba, simbolo dello Spirito Santo che viene visto scendere dal cielo in forma di colomba durante il Battesimo di Cristo, la colomba è un emblema dei Catari, le colombe più famose sono nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Gioacchino da Fiore è stato uno dei primi teologi ad approfondire lo Spirito Santo, concepì  una teoria secondo cui, dopo un’era del Padre (Ebraismo e Antico Testamento), era seguita l’epoca del Figlio (Cristianesimo e Nuovo Testamento) e infine sarebbe giunta l’ultima era, quella dello Spirito. Molti teologi hanno ripreso questa concezione in relazione all’era dello Spirito che sarebbe iniziata negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con la nascita di numerosi movimenti e gruppi di preghiera sullo Spirito Santo, in ambito laico si pensi ai figli dei fiori, gli hippy, oppure si consideri oggi la New Age. Il giglio è il segno di riconoscimento di Sant’Antonio da Padova, uno dei Santi più amati e venerati della cristianità, la sua statua è presente nella chiesa di Rennes le Chateau, non credo sia un caso che la sede nazionale del Lectorium Rosicrucianum (Rosacroce), si trovi a pochi passi dall’Eremo di Montepaolo, luogo ove il Santo cominciò a predicare, il Santo era al tempo conosciuto col nome di Antonio da Forlì. Il giglio è nello stemma della città di Firenze e in Toscana c’è pure l’isola del Giglio, se ci si muove nel linguaggio dei simboli, il naufragio della Costa Concordia avvenuto il giorno 13 all’Isola del Giglio, può apparire come un sinistro messaggio. Eppure, il giglio che è analogo al fiore di loto e alla colomba, ha anche il significato di amore, il suo profumo è il contrario di un profumo casto; è un miscuglio di miele e di pepe, qualche cosa di acre e dolciastro, di tenue e forte; è fiore di Venere a causa del pistillo comparato al pene, è un simbolo della generazione, rappresenta anche il cedere alla volontà di Dio e alla realizzazione. Lo Spirito dell’era dell’Acquario, in cui doveva essere l’amore a far muovere le stelle e portarci alla pace e all’armonia, non si realizzerà sino a che i due emisferi celebrali, collegati alla razionalità e al sentimento, non smetteranno di farsi  guerra… sarà un caso che la Costa Concordia sia stata recuperata da un’azienda di Ravenna?

immagine: le colombe di Galla Placidia

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/03/2017

IL romagnolo che divenne re

Luigi Filippo  romagnolo

Il 17 aprile 1773, a Modigliana, in provincia di Forlì, vedeva la luce una bambina nata da una misteriosa coppia di nobili francesi e contemporaneamente a una coppia del luogo, i Chiappini, nasceva un maschio. Dopo alcuni giorni la coppia di nobili partiva portando con sé non la figlia ma il maschietto romagnolo. La coppia romagnola di fronte a probabili elargizioni aveva ceduto il bambino in cambio della bimba. La coppia francese era formata da Luigi Filippo, pretendente al trono di Francia, e da sua moglie Luisa Borbone Orleans. Luigi Filippo, dopo essere stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria francese nel 1771,  aveva aderito alla Rivoluzione francese cambiando il suo nome in “Philippe Egalité” e, eletto deputato, aveva votato a favore della condanna a morte del cugino Luigi XVI, il che non lo aveva salvato dall’essere a sua volta ghigliottinato nel 1793. Luigi Filippo essendo privo di una discendenza maschile colse l’occasione per presentarsi in patria con un legittimo erede maschio, il quale fu registrato come nato e battezzato a Parigi. La famiglia Chiappini, mise a profitto i soldi ricevuti, riuscendo a ritagliarsi un buon posto nella società. La loro figlia, Maria Stella, andò sposa a un nobile inglese e poi ad un barone e visse nel lusso. Alla morte del padre un notaio le consegnò un plico che la informava dello scambio di neonati. Maria Stella si mise alla ricerca dei genitori, scoprì la verità, andò a Parigi infamando il maschietto romagnolo, che nel frattempo, nel 1830, era diventato re di Francia col nome di Luigi Filippo. Il nostro Luigi Filippo fu  stimato dalla borghesia per il fare dimesso e le riforme liberali, mentre i suoi avversari lo bersagliarono per la sua incoerenza e debolezza, ritraendolo sovente con la faccia a pera. Nel 1848 fu costretto ad abdicare, chiudendo poi la sua vita nel 1850 in Inghilterra. Questa assurda storia ne ingloba altre ancora più strane, come ad esempio che Carlo Alberto di Savoia avesse sostituito il figlio morto in un incendio, con il figlio di un macellaio, il sospetto che Chambord, chiamato il “figlio del miracolo” fosse un bastardo, l’arciduca Johann Salvator e il suo fantomatico gemello, per arrivare a Giuseppina di Beauharnais e a Napoleone Bonaparte e i loro presunti legami con il sangue reale dei Merovingi, i primi re dei Franchi, i re taumaturghi, ovvero guaritori, con il solo tocco delle mani. Per accettare un minimo di queste bizzarrie, occorre capire lo scontro, allora in atto in Francia, ma anche altrove, fra gli orleanisti e i legittimisti. Gli orleanisti, continuatori della Rivoluzione del 1789, auspicavano una monarchia costituzionale, non più di diritto divino, mentre i legittimisti rivendicavano la legittimità del potere dinastico spettante per grazia di Dio ed erano molto legati alla Chiesa. I legittimisti, nel 1830, rifiutarono di giurare fedeltà al re “romagnolo” Luigi Filippo, per rimanere fedeli alla linea primogenita dei Borbone, e sostennero, senza successo, la candidatura al trono del pretendente Enrico di Chambord, con il nome di Enrico V. Scrive Georges Lefebvre: “Dietro la rivoluzione dinastica vi fu una rivoluzione politica; la nazione scelse il suo re e gli impose una costituzione votata dai suoi rappresentanti… la minaccia di un ritorno all’ancien regime fu eliminata e la nuova società creata dalla Grande Rivoluzione fu messa al sicuro. La rivoluzione del 1830 è così l’ultimo atto della Rivoluzione cominciata nel 1789”. E tutto questo cosa c’entra con Rennes le Chateau? L’abate di Rennes avrebbe avuto la donazione di 3.000 franchi da Maria Teresa d’Asburgo Este, vedova del conte di Chambord, “detronizzato” dal “nostro” Luigi Filippo, e  successive elargizioni da parte del nipote di Maria Teresa, quell’enigmatico e misterioso arciduca Johann Salvator di Asburgo. Non basta, l’abate Bérenger Saunière, oltre ad aver avuto relazioni con alcuni membri degli Asburgo, potrebbe aver conosciuto un altro inquietante e famoso personaggio dell’epoca Karl-Wilhelm Naundorff , che affermava essere il Delfino di Francia, sopravvissuto alla morte dei suoi genitori, Maria Antonietta e Luigi XVI.

immagine: Luigi Filippo “romagnolo”

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/02/2012