LA CATTEDRA DI MASSIMIANO

busta08_ 003A Ravenna al Museo Arcivescovile, è custodita la cattedra d’avorio, una straordinaria opera d’arte del VI secolo appartenuta quasi certamente all’arcivescovo Massimiano. Osservandola frontalmente, si nota il monogramma di Cristo fra girali, pavoni e cervi. Nel piano inferiore, al centro della teoria degli evangelisti, è la figura di Giovanni Battista vestito di una lunga tunica, regge nella mano sinistra un clipeo sul quale è raffigurato l’Agnello, simbolo di Cristo. Nell’iconografia della cattedra la figura del Battista è la chiave di unione tra Antico e Nuovo Testamento. L’Antico Testamento è riassunto, lungo i fianchi della seduta, con le vicende di Giuseppe, rifiutato e venduto dai suoi fratelli, farà poi fortuna col faraone. Il fronte dello schienale presenta, nelle cinque formelle pervenute, il vangelo dell’infanzia di Gesù. Alcune scene appartengono ai vangeli apocrifi. Apre il ciclo iconografico l’annunciazione a cui fa seguito la prova di Maria delle acque amare. Questa raffigurazione è rara e singolare, il Sommo Sacerdote faceva bere all’imputata l’acqua sacra invocando una maledizione che rendeva sterili e deformi, serviva a provare l’infedeltà delle donne adultere, si metteva quindi in dubbio la verginità della Madonna. Il protovangelo di Giacomo racconta l’episodio, sottolineando l’ammirazione di tutto il popolo verso Maria e Giuseppe, che non ricevettero alcun danno dalla prova. Nella stessa formella, Giuseppe sorregge con tenerezza la Vergine nel viaggio verso Betlemme. Nel secondo registro è la natività nella quale si nota la levatrice dalla mano inaridita, altro brano assai inusuale. Vicenda quasi sconosciuta, narrata nei vangeli apocrifi. Alla nascita di Gesù, la levatrice non era convinta della verginità di Maria e voleva accertarsene con le mani, queste ultime le si paralizzarono all’istante. La Madonna impietosita toccò le mani della donna col corpo di Gesù, che subitamente guarirono. In alto, al centro, racchiuso in un clipeo è il Cristo benedicente che regge nella sinistra uno scettro. Posteriormente la cattedra raffigura scene della vita di Gesù, tra cui la moltiplicazione dei pani e dei pesci, le nozze di Cana, la samaritana al pozzo ed altre. La cattedra, anche se ha perso parte delle formelle istoriate, rimane un esemplare unico e eccezionale di scultura paleocristiana in avorio. Massimiano (Istra di Pola, 498/Ravenna 556) è stato il primo arcivescovo di Ravenna, egli godeva della fiducia di Giustiniano, fu per questo che fu inviso ai ravennati, perché lo percepivano come un rappresentante del potere imperiale in città. Massimiano, si conquistò poi velocemente la fiducia dei cittadini di Ravenna facendo eseguire molti lavori pubblici, sia civili, sia religiosi, tra cui i mosaici nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe e i mosaici con i ritratti di corte di Teodora e di Giustiniano in San Vitale. Nel corteo di Giustiniano si fece ritrarre accanto all’imperatore, con il nome scritto a chiare lettere, mentre tiene tra le mani una croce gemmata. Al tempo la Chiesa di Ravenna era molto importante, Giustiniano le aveva assegnato il ruolo di perno dell’unificazione spirituale d’Italia assieme alla Chiesa di Roma. Massimiano, raccontano le cronache ravennati, fu uno dei massimi difensori del prestigio di Ravenna. A questo proposito, c’è una storia che racconta l’impegno di Massimiano per portare le spoglie di Sant’Andrea a Ravenna. Il Santo era venerato a Costantinopoli, Massimiano ne chiese il corpo, ma l’imperatore rispose che la salma di Sant’Andrea e quella del fratello San Pietro dovevano restare nelle due città sorelle, Roma e Costantinopoli. Massimiano ricorse all’astuzia per impossessasi del corpo del Santo, ma le cose andarono male e dovette accontentarsi della barba di Sant’Andrea, tagliata di nascosto durante una veglia notturna. Commenta mestamente Andrea Agnello, storico e presbiterio di Ravenna, del nono secolo, autore del Liber pontificalis ecclesiae ravennatisse il corpo del Santo, fosse stato sepolto nella nostra città i vescovi di Roma non sarebbero mai riusciti a sottomettere quelli di Ravenna. Ho una domanda che mi gira nella testa… la barba del Santo dove sarà nascosta?

immagine: Cattedra di Massimiano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 15/08/2016

MISTERI FRANCO/ROMAGNOLI

Rennes-le-Château

Il romanzo di Dan Brown,“Il codice da Vinci”, si appoggia su di una ipotetica “base storica”: il cosiddetto “mistero di Rennes le Château”, comunemente attribuito ad un “terribile” segreto scoperto da don Bérenger Saunière (1852-1917), un sacerdote nato e vissuto nel Sud della Francia, non lontano dal confine con la Spagna. Secondo l’ipotesi più diffusa egli avrebbe trovato qualcosa che proverebbe l’esistenza del “sangue reale”, ovvero che Gesù sopravvisse alla croce e generò figli con Maria Maddalena. Tuttavia, non mancano congetture alternative: il tesoro del Tempio di Gerusalemme, la coppa del Graal, un procedimento per diventare immortali, la memoria di una catastrofe ciclica, e molto altro. In ogni caso Saunière sarebbe venuto a conoscenza dell’esistenza di una società occulta, ramificata e potente, il Priorato di Sion, (di cui avrebbe fatto parte anche Leonardo da Vinci), che avrebbe avuto lo scopo di gestire il segreto. Tutto ciò sarebbe provato da una complessa rete di iscrizioni su pietra, messaggi inseriti in quadri, pergamene, lettere, che occorre decifrare, perché presentano scritte sbagliate, rovesciate, rebus, ecc. Il segreto di Rennes le Château passerebbe anche per la Romagna. Pier Luigi Pini, abita a Brisighella, è una persona assai cortese e affabile, appassionato e ricercatore, assieme alla moglie Anna Maria, dei misteri di Rennes su cui ha tenuto numerose conferenze. Pini si è recato a Rennes, per studio, per ben 13 anni, qui in questo luogo ha conosciuto Dan Brown, quando non era ancora famoso, lo scrittore si aggirava col suo camper per raccogliere il materiale per i suoi scritti. Vediamo un po’ cosa ci racconta Pier Luigi. Tutte le popolazioni antiche, (Celti, Romani, Visigoti, Ebrei) si ritrovano in Romagna e nella zona di Rennes, come pure gruppi religiosi in odor di eresia, (come i Catari e i Templari). Faenza, nel medioevo fu un luogo cataro, addirittura volevano bruciare tutta la città per debellare l’eresia. Ancora oggi, a Faenza, c’è una chiesa chiamata Commenda (onorificenza civile, superiore al cavalierato) dedicata a S. Maria Maddalena. Sempre a Faenza, si sarebbe decodificata una lapide del 1600, proveniente dal Duomo della città (la scoperta di uno schizzo su un taccuino, farebbe risalire a Leonardo la sua costruzione, vi ricordo che Leonardo scriveva da sinistra verso destra cioè a rovescio, così come si scrive anche l’arabo). La lapide sembra celare un messaggio segreto, riferito a Rennes:“Sul monte Bezu a Rennes la chiesa di Cristo cela l’arco nei monti”, scritta che si ritrova pure nella Pala Bertone, dipinto di autore ignoto, di proprietà della pinacoteca faentina. A Faenza, ritroviamo anche Felice Giani, che qui dipinge ben tre opere con la dicitura: “Et in Arcadia ego” (anch’io facevo parte dell’Arcadia) un’iscrizione enigmatica riportata in alcuni importanti dipinti del Seicento, fra cui uno del Guercino, e due del pittore francese Nicolas Poussin. Vi è poi la diffusione della devozione al Preziosissimo Sangue, congregazione fondata da San Gaspare che si ritrova sia a Bologna e nella Romagna, sia nella zona di Rennes. Altro riferimento è l’oratorio di S. Maria Maddalena a Villa Salta, si trova a Predappio, che avrebbe riferimenti simbolici con la chiesa che si trova a Rennes. La costruzione dell’oratorio, più o meno nel 1450, si deve a Nicolò, capostipite dei Raineri di Salto, personaggio illustre molto sensibile al lato spirituale e religioso. Altro riferimento alla Maddalena si può ritrovare in San Camillo, fondatore della “Compagnia dei ministri degli infermi”. I Camilliani portano l’abito nero con la croce rossa di stoffa sul petto, si dedicano alle cure degli ammalati. Il cuore di questo Ordine è la Chiesa di S. Maria Maddalena a Roma, dove il loro ideatore è sepolto. Questo Ordine è molto conosciuto a Predappio, opera in un centro di accoglienza residenziale per persone con problemi psichiatrici. Per quanto riguarda il legame coi Merovingi, gli ipotetici detentori del “sangue reale”, i riferimenti sono molti, mi limito a scrivervi, che il “nostro” Teoderico sposò una figlia di Childerico, quest’ultimo fu il primo sovrano, storicamente accertato, di tale dinastia.

immagine: Rennes le  Chateau

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 08/08/2016

DUE IPOTESI SULL’INFERNO

 

inferno

“Oltre Dante”, è uno dei più originali eventi del settembre dantesco di Ravenna, sicuramente il più coinvolgente in quanto i cittadini stessi saranno i cantori di tutto il Poema. Tre serate, 1/2/3 settembre, rispettivamente l’Inferno ai Giardini Speyer, il Purgatorio ai Giardini San Vitale, il Paradiso ai Chiostri Francescani, la scelta dei luoghi mi pare assai pertinente, orario dalle 18:00/23:00, ingresso gratuito. Ciò è stato possibile grazie al Centro Dantesco dei Frati Minori e a Dante in Rete, il tutto con la regia di Franco Palmieri. Palmieri, che già da alcuni anni sta dirigendo un’analoga esperienza a Firenze, ha sottolineato come la “Commedia” sia nata per essere portata dalla gente alla gente; per questo a Firenze, per quasi due secoli, vi furono letture pubbliche per il popolo. Tutti possono partecipare, occorreva però prenotarsi già all’inizio di giugno. Ora partendo dal presupposto che la Divina Commedia sia patrimonio di tutti, non solo degli eruditi esperti, mi permetto di scrivere due ipotesi con un mio personale punto di vista. Nel V Canto dell’Inferno, la pena per la legge del contrappasso è di essere trasportati dal vento (come in vita dal vento della passione), qui Dante incontra le anime di Paolo e Francesca, che volano unite e paiono leggere al vento. Paolo piange, mentre Francesca racconta la storia del loro amore, nato mentre leggevano la storia di Lancillotto. Dante, alla vista delle loro anime, è turbato, talmente turbato che sviene e cade come se fosse morto. Come mai Dante mette i due amanti all’Inferno? Mentre leggevano le storie dei cavalieri arturiani? Dante era un Fedele d’Amore e il ciclo bretone era un riferimento per questo gruppo di poeti, che ritenevano l’esperienza d’amore come elevazione morale. Dante è obbligato a metterli all’Inferno perché timoroso di incorrere nell’eresia però, “cadendo come corpo morto cade”, quando non c’è più nessuna speranza ci si può salvare fingendosi morti… ecco che metaforicamente l’Alighieri salva Paolo e Francesca. Nel XXVIII Canto dell’Inferno compare Maometto, si trova tra i seminatori di discordie, la cui pena consiste nell’essere fatti a pezzi da un diavolo armato di spada. Maometto appare tagliato dal mento all’ano, con le interiora e gli organi interni che gli pendono tra le gambe. Maometto indica tra gli altri dannati Alì, che fu suo cugino e suo quarto successore come califfo, tagliato dal mento alla fronte, quindi chiede a Dante chi sia e perché indugi a unirsi a loro nella pena. Virgilio spiega che Dante è ancora vivo ed è lì per vedere la loro punizione. Maometto si arresta e annuncia una profezia riguardante l’eretico fra Dolcino (se non vuole seguirlo presto lì, dice, dovrà rifornirsi di viveri per non essere preso per fame nell’assedio del 1306 nel Biellese, qui Dante sembra provi simpatia per l’eretico fraticello). Durante queste ultime parole Maometto tiene il piede sospeso in aria, in una posizione grottesca che accentua il carattere comico/ realistico, questo è ciò che indicano gli esperti, ma… Dante era una mente illuminata, un’anima tesa a cercare la Pace. Maometto è obbligato a metterlo nelle bolge infernali per non incorrere nell’eresia, ma non è poi maniera di Dante lo sfottere gratuitamente. Esisteva anticamente un modo di dire, “essere su un piede di parità” con significato di un trattato posto sul piano della parità. Forse, Dante aggira l’eresia, mette Maometto all’Inferno come di dovere, in quei tempi la logica delle due religioni era solo quella delle armi e purtroppo oggi è ridiventata attuale, ma lo indica “su un piede di parità” cioè come un Profeta al pari di Cristo. Se questa ipotesi fosse veritiera ecco che l’affresco di San Petronio, a Bologna, di Giovanni da Modena, non avrebbe ben interpretato Dante. Io sono molto religiosa, amo la mia confessione e appunto per questo rispetto enormemente quella degli altri, se gli islamici mettessero Cristo all’Inferno mi arrabbierei moltissimo, quindi, come propose Francesco Cossiga qualche anno fa, sarebbe bene togliere Maometto dall’Inferno. Si potrebbe staccare la sua raffigurazione e apporla accanto all’intero affresco spiegandone la motivazione.

 

immagine: Inferno di Giovanni da Modena, San Petronio, Bologna

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 01/08/2016

Psichedelia a Verucchio

crispian_mills-getty

Verucchio è un borgo poco lontano da Rimini, dal fascino intatto, una bellezza paesaggistica della Valle del  Marecchia. Fu culla dei Malatesta e della civiltà Villanoviana. Ricchi reperti, di questa civiltà, forse etrusca, sono stati riportati alla luce dalle necropoli scavate attorno al paese, oggi esposti nel Museo Civico Archeologico. Nel mese di luglio, in questo borgo appollaiato su un masso, si svolge il Verucchio Festival, quest’anno giunto alla XXXII edizione, il cui intento è quello di proporre nuove alchimie musicali e sperimentazioni artistiche, con la direzione artistica di Ludovico Einaudi. Sabato 16 luglio, sul sagrato della Chiesa della Collegiata, si è esibita la band dei Kula Shaker, che si chiama così in onore del santone Kulashekhara, uno dei dodici Alvar (poeti e mistici hindu). Il gruppo musicale inglese, influenzato dal rock psichedelico degli anni 60/70 e dalla musica tradizionale indiana, vent’anni dopo l’uscita del loro ultimo disco “K”, si ripropone con una nuova carica e pieno di energia. Il leader del gruppo, cantante e chitarrista, è  Crispian Mills, un quarantenne che più che un Peter Pan sembra la sua fata e amica Campanellino. Crispian è esile, coi biondi capelli a caschetto, ha l’energia di un folletto e sul palco diventa “magico”, per il suo stile vocale ricorda vagamente Bob Dylan; oltre alla chitarra, suona anche l’armonica, l’ukulele (strumento a corde hawaiano) e il sarod (strumento a corde indiano). In una fredda, per il periodo, sera d’estate, due ore di intenso concerto corroborato da un’ottima regia delle luci. Sul palco fra fiumi d’incenso e saette di luci è apparsa la band, su un palcoscenico allestito come sospeso fra i monti da una parte e l’imponente Collegiata dall’altra, riscaldando la temperatura e creando un’aura emotiva veramente “altra”, senza bisogno di alcol o stupefacenti. Una mistura di rock psichedelico, di musica tradizionale indiana, la giusta dose di pop e con una spruzzata di pepe “orgasmico”… certa musica è infatti capace di dare vita ad un vero e proprio orgasmo della pelle, poiché rizza i peli sulle braccia, provoca brividi lungo la colonna vertebrale e sudorazione improvvisa. Questa eccitazione veniva creata dall’iniziale musica soft, quasi estenuante, per poi salire all’improvviso in un suono talmente fragoroso da rimbombarti nella cassa toracica, col risultato di sentirti pienamente viva e gioiosa. Il rock psichedelico si sviluppò negli Stati Uniti e nel Regno Unito fra gli anni 60/70, si ispirava alle esperienze di alterazione della coscienza derivanti dall’uso di sostanze psichedeliche come cannabis, funghi allucinogeni, mescalina, e soprattutto LSD. Diversi gruppi e artisti ne fanno parte, fra cui troviamo i Doors, in parte i Pink Floyd, ma anche i Beatles con “Lucy in the Sky with Diamonds”. Nelle esibizioni dal vivo venivano spesso utilizzate particolari illuminazioni di scena o altri elementi coreografici inusuali. Il rock psichedelico fu in ogni caso una musica volta alla sperimentazione e che cercava, con varie modalità specifiche, l’insolito e lo “stupefacente”. Il Movimento psichedelico non fu solo musicale, si ritrova nelle arti visive, nel fumetto, nella moda, nel cinema, fu portatore di idee ed ideali in vari ambiti, anche se furono idee spesso confuse e velleitarie. La generazione psichedelica fu, in altre parole, una generazione proiettata verso la ricerca attiva di un “qualcosa” che permettesse una consapevolezza piena, un Movimento rivoluzionario affiancato a quello dei Figli dei Fiori e alle grandi rivolte (prima studentesche e poi operaie) in Europa e negli Stati Uniti. Molti personaggi si entusiasmarono all’idea che si potesse giungere ad un controllo volontario degli stati di coscienza: l’uso degli allucinogeni veniva esaltato, sappiamo poi come andò a finire… una generazione bruciata. In questi ultimi anni si riscontra, nella società, un ritorno agli anni ’70, al netto del vivere pericolosamente ma riprendendo certe idee di amore universale, legate ad un vivere sano in armonia con la natura, Crispian ha ringraziato il folto pubblico, per poi rivolgersi verso la Chiesa, ringraziando San Francesco… il rock stia diventando angelico?

immagine: Crispian Mills

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/07/2016

     

La fontana degli scout

Qui Quo QuaLo spazio posto di fronte al Museo d’Arte di Ravenna, è un ameno giardino intitolato a Benigno Zaccagnini, vi sorgeva un tempo il Monastero di Porto, che fu demolito nel 1885, per consentire la costruzione della caserma ‘Garibaldi’, quest’ultima, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, fu smantellata completamente verso la fine degli anni Cinquanta, per consentire l’attuale riassetto della zona. Il giardino è molto bello, con lunghe fila di fiori accostati in armonie di colori, in mezzo al prato raso, certo ci sono dei vasi di mosaico, messi lì un po’ senza pensarci, ma prima o poi si spera che vengano sistemati con cura, magari in due fila che accompagnino l’entrata al Museo. Nel parco vi è una bella fontana, realizzata nel 1974, dall’architetto Mario Natali, ravennate e scout, morì giovanissimo all’età di 33 anni. La fontana è composta da due vasche quadrate che opportunamente sfalsate creano un particolare effetto di cascatella, si inserisce armoniosa nel giardino e reca un’iscrizione dedicata al mondo degli scout. Matteo Renzi è forse lo scout più conosciuto d’Italia, ma ve ne sono altri di famosi, Pier Ferdinando Casini, Pupi Avati, Renzo Piano, Enrico Brizzi, Ignazio Visco, Carlo Verdone, Elio di Elio e le storie Tese, solo per citarne alcuni. L’esperienza educativa degli scout è una formazione a valori che non sono relativi, ben lungi dal relativismo, sono verità formatesi lungo i secoli della storia umana. Uno dei miei più grandi rimpianti è il non essere stata una Giovane Marmotta, lettrice e fan di Walt Disney, di Paperino, di Qui, Quo e Qua, i paperi boyscout, Qui (colore rosso) è il più coraggioso, Qua (colore verde) il più impulsivo, mentre Quo (colore azzurro) è il più intelligente e il primo a innamorarsi di Paperella, la nipote dell’eterna fidanzata di Paperino. I tre paperi hanno una struttura massonica, hanno a capo un Gran Mogol (normalmente chiamato G.M., come il Gran Maestro della massoneria). Inoltre i boys scout sono stati fondati da Baden Powell, pare anch’egli massone. Anche Walt Disney era un massone, quel tipo di massoneria di un tempo che esortava ad essere curiosi e aperti verso chi è diverso e da ciò che è diverso da sé, verso il buono e il bello. Vi scrivo le leggi dello scout: 1) Pongono il loro onore nel meritare fiducia; 2) Sono leali; 3) Si rendono utili e aiutano gli altri; 4) Sono amici di tutti e fratelli di ogni altra Guida e Scout; 5) Sono cortesi; 6) Amano e rispettano la natura; 7) Sanno obbedire; 8) Sorridono e cantano anche nelle difficoltà; 9) Sono laboriosi ed economi; 10) Sono puri di pensieri parole e azioni. Pochi sanno che, l’Asci, il movimento cattolico scout italiano, ha origini anche romagnole, fu infatti il conte Mario di Carpegna (1856-1924) che ebbe questa idea. L’Asci nasce nel 1916 e si diffonde rapidamente diventando ben presto una realtà consolidata in tutte le regioni italiane, con l’avvento del fascismo è costretta a sciogliersi, nell’immediato dopoguerra l’Asci riprende vita, gli iscritti aumentano e nel 1974 c’è la fusione delle unità maschili e femminili, nasce l’Agesci. Oggi sono ancora una realtà e un faro per l’educazione dei giovani e dei giovanissimi. Mario di Carpegna, lo si può ritenere uno dei “profeti” dello scautismo cattolico italiano, che gode di buona fama proprio a motivo della precisione metodologica con cui porta avanti il suo programma. Il conte di Carpegna è stato certamente un educatore di grande spessore, fondò con entusiasmo l’impresa degli scout a sessant’anni. A Carpegna (Pesaro, non è Romagna, ma quasi), nel parco delle Querce, c’è il monumento al conte Mario di Carpegna, opera dell’artista Umberto Corsucci di Montefiore Conca. Carpegna è un vero gioiello della ‘piccola Italia’, fra l’altro c’è il palazzo abitato dai principi eponimi (la loro casata è una delle più antiche d’Italia); la biblioteca è piena di incredibili documenti, da Carlo Magno a Napoleone… e il conte fondatore dell’Asci a sessant’anni era certamente un saggio dal cuore bambino. Termino con un sogno, mi piacerebbe che la Fontana degli Scout, fosse arricchita da sculture, come la celebre Fontana Stravinsky che si trova vicino al Centro Pompidou di Parigi.

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 18/07/2016

Romagnolo ironico e tragico

Nevio-SpadoniDante Alighieri (1265/1321),fu il primo che pose il problema di una lingua nazionale “volgare”, cioè non “latina”, il testo in cui parla di questo argomento è De Vulgari Eloquentia (Sulla retorica in volgare), scritto in esilio, in latino, rivolto ai letterati di professione. Doveva essere in quattro libri, ma terminò al secondo libro, probabilmente a causa della composizione della Commedia. Dante si chiede qual è il volgare più colto e illustre d’Italia? Dopo aver distinto 14 gruppi di dialetti, ci dice che sicuro non è il romano, che è il più turpe, essendo i romani, per i costumi, sopra a tutte le genti corrottissimi (guarda caso lo si dice anche oggi). Senza dar troppe spiegazioni, Dante liquida subito anche i milanesi, i bergamaschi e gli istriani, nonché tutte le parlate montanine e rusticane, e anche i sardi che non sono italici, in quanto privi di un loro proprio volgare e imitatori di grammatica. Sul dialetto siciliano, Dante scrive che è importantissimo perché qui è nata la rima poetica (la canzone, il sonetto, la tenzone). Tuttavia, dice Dante, se questo volgare fu illustre al tempo di Federico II di Svevia e di Manfredi, a partire da Carlo d’Angiò s’è imbarbarito; senza poi considerare, prosegue Dante, che qui si parla di volgare scritto, quello degli intellettuali di corte, che quello degli isolani è sempre stato barbaro. I pugliesi, quando parlano, sono barbari, seppure nello scritto abbiano tradizioni illustri. Fra i toscani vi sono stati eccellenti letterati in volgare, tra cui Dante stesso; tuttavia la loro parlata non è certo illustre, anzi è turpiloquium, e infroniti (dissennati) sono coloro che, solo perché parlanti, lo ritengono il dialetto migliore. La parlata dei genovesi, dominata dalla zeta, è anche peggio. Giudizio negativo è per tutti i dialetti veneti, mentre, fa l’elogio del bolognese: una leggiadra loquela, lo definisce, poiché si è formato come sintesi dei volgari delle città confinanti: Ferrara, Modena, Imola ecc. Tuttavia il bolognese non è aulico né illustre, tant’è che nessuno lo usa per poetare. E sul volgare romagnolo cosa scrive Dante? Il romagnolo conterebbe aspetti troppo femminili e altri talmente rudi da far pensare che le donne siano in realtà degli uomini. Dante è sempre pungente e sempre c’azzecca, come non pensare all’azdòra romagnola, robusta, abituata alla fatica e decisa nel carattere? Oggi il dialetto romagnolo non è scomparso del tutto, grazie a Libero Ercolani autore del Vocabolario Romagnolo/Italiano, all’Istituto Friedrich Schürr,che salvaguardia e valorizza il nostro dialetto e all’opera tenace di alcuni poeti romagnoli che continuano a farci vivere la nostra terra con i loro versi. Le cose migliori scritte in romagnolo per il teatro sono state scritte da poeti, quali Raffaello Baldini o Nevio Spadoni, quest’ultimo dà vita a un mondo intriso da una vena di melanconica follia, ci sono cose, la follia è una di queste, che dette in dialetto risultano di più facile comprensione, più intime ma allo steso tempo dicibili. Alle rappresentazioni di Nevio Spadoni, il pubblico ride, io non ci riesco, quasi piango, i suoi personaggi sono ricchi di umanità e malmenati da una vita dura e cruda. Purtroppo, questa vena poetica, a volte non si ritrova in tutte le commedie in dialetto, a volte gli autori mettono in fila quattro o cinque personaggi tipici e un mucchio di battute standard, creando un riso vuoto che non lascia nulla, neanche una piccola emozione. Ma ci sono anche compagnie teatrali dedite con passione a portare in scena una Romagna che non c’è più, una Terra di ben salde radici, di un pensare rude, ma leale e onesto e che pure sa ridere di se stesso, qualità che oggi mancano. Fra le tante compagnie dialettali cito quella di Bagnacavallo che quest’anno compie settant’anni, affonda le proprie radici nel lontano 1940, anno in cui Guido Fiorentini, grande appassionato di teatro, diede vita alla filodrammatica bagnacavallese. Nel 1946 sempre Fiorentini assieme ad altri fondò la Rumagnola Cdt (Compagnia dilettantistica teatrale). Arrivarono presto i primi successi con i testi di Missiroli e Maioli, autori della ricerca, dell’ironia e dell’emozione.

immagine: Nevio  Spadoni

articolo già pubblicato  sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 11/07/2016

 

 

 

 

 

 

LA NOVAFELTRIA DI GRAZIANI

GrazianiLiveNovafeltria, è un grande borgo che fino al 1941 fu chiamato Mercatino Marecchia, è a circa mezzora di auto da Rimini, l’abitato si stende lungo al fiume Marecchia, dove ancora stanno alcuni mulini storici, tra cui il Molino per la produzione della polvere pirica, recentemente restaurato, la produzione della polvere da sparo era legata all’estrazione dello zolfo nella vicina miniera di Perticara. Nella piazza si affaccia il bel palazzo Comunale, con al centro una suggestiva fontana. Nel 2009 il Comune di Novafeltria è passato dalla regione Marche alla Romagna, e come terra di confine ha quel qualcosa che unisce e divide, perché la linea di divisione è anche linea di contatto e forse non è un caso che Ivan Graziani, quest’anno sono 19 anni dalla sua scomparsa, benché fosse abruzzese, di Teramo, avesse scelto Novafeltria, come suo luogo di appartenenza, località della moglie Anna. Ivan era un’artista a tuttotondo, non solo cantautore, poeta, scrittore, Graziani era anche pittore e scultore, nonché appassionato nel disegno, ma soprattutto era un talentuoso chitarrista. Più gli anni passano e più si sente la sua mancanza, era un poeta e musicista atipico e unico, con incisioni come “Pigro” (1978) e “Agnese dolce Agnese” (1979), e poi Limiti e Navi, anagramma di Ivan, quest’ultima canzone è la mia preferita e ogni volta che l’ascolto mi si rizzano i peli sulle braccia, perché si coglie il confine/limite fra la realtà e ciò che non è, ciò che c’è ma non si vede… Che posso fare, tu che puoi fare/ se navighiamo in senso inverso in mezzo al mare/ tu sei libeccio ed io maestrale/ son sempre venti sì, ma non è uguale/ e nessun porto mai ci vedrà tornare. E io cosa posso mai fare per ricordarlo degnamente, se non partire da ciò che forse più lo caratterizzava e cioè la chitarra, il suono e la simbologia di questo strumento che da classico diventa elettrico trasformandosi nello strumento del diavolo? Del rock e dell’ heavy metal? La chitarra ha una storia molto lontana, il mito greco-romano, narra che, da un guscio di tartaruga e alcuni tendini, Hermes (Mercurio) ricavò quello che i greci avrebbero presto chiamato “kithara”. Esistono alcuni prototipi di chitarra, rinvenuti in tombe egizie dal VII al VI secolo a.C., probabilmente precursori dello strumento definitivo che avrebbe avuto origine in Spagna. Furono proprio gli spagnoli a darle l’attuale forma, fondando la prima scuola basata sul virtuosismo (il Flamenco, il Duende).
 Stradivari, già noto per i suoi celebri violini, costruì anche chitarre; Paganini, fu un virtuoso non solo di violini ma anche di chitarre; Haydn, Schubert e Rossini composero delle partiture, Verdi la inserì nella formazione orchestrale e poi dopo una serie di esperimenti nacque intorno al 1940 la prima chitarra dotata di pick-up, che consentiva di trasformare il suono in segnale elettrico e infine fu il rock. Il mito la associa a Mercurio cogliendo l’indole di questo dio ladro, comunicatore, viaggiatore e psicopompo, ma Mercurio, è anche un pianeta, quello più vicino al Sole, e Mercurio è pure un metallo liquido. Mercurio alchemico come il suono della chitarra che provoca il Duende. Cosa è il Duende? Difficile dirlo, forse solo Lorca c’è riuscito, il Duende è un potere e non un agire, è un lottare e non un pensare, il Duende sale interiormente dalla pianta dei piedi, è sangue, è lo spirito della terra, è il suono della chitarra che diventa anche ribellione quando diventa elettrica e rock. Il primo gennaio 1997 un cancro si porta via Ivan, “un vero chitarrista muore, deve morire sul palco”, amava ripetere, e ci è mancato poco, perché l’ha suonata sino all’ultimo momento, Dio l’ha voluto con sé, quel chitarrista che cantava: “Signore è stata una svista/abbi un occhio di riguardo/per il tuo chitarrista”. Ivan Graziani è sepolto a Novafeltria, nel cimitero locale, con lui vengono seppelliti, una delle sue chitarre (una Gibson che lui chiamava “mamma chitarra”) e il suo gilet di pelle cui aveva applicato un gancio affinché potesse sorreggere la chitarra. Ivan, un cantautore originale e ironico che raccontava la realtà di una provincia di confine/limite tra il di qua e il di là.

immagine, Ivan Graziani

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Vove di Romagna” il giorno 04/07/2016

 

 

IL MUSEO DEI BOTTONI

museo bottoniStanza dei bottoni, è un modo di dire che indica un luogo dove si prendono le decisioni importanti. Questa metafora si è diffusa con i primi voli spaziali, con le riprese televisive che ne mostravano i grandi apparati per la raccolta dati e gli operatori che premevano pulsanti in forma di grandi bottoni luminosi. Il primo a parlare di stanza dei bottoni, fu nel 1962, Pietro Nenni, il famoso leader socialista che usò questo termine, perché gli americani (era in corso la guerra fredda e la gara fra USA e URSS per la conquista dello spazio) avevano effettuato i loro voli spaziali con Alan Shepard e John Glenn e le relative riprese televisive avevano avuto un enorme impatto sulla popolazione. Ebbene, qualche anno dopo, per la prima volta un Presidente americano, Nixon, nel 1972, andò a Mosca e nel 1975 nello spazio vi fu l’unione fra i satelliti americano e russo. Era finita la guerra fredda ed era iniziata la distensione. Uno stilista volle ricordare l’evento con un bottone con la simbologia delle due potenze mondiali di allora. Il bottone fu poi comperato ad un mercatino da Giorgio Gallavotti.“Qual’è il suo bottone preferito?”. A questa domanda, che i visitatori del suo Museo, pongono a Gallavotti, egli risponde: “Questo bottone è il mio preferito su tutti, perché la pace nel mondo, fra tutti i popoli, è la cosa più importante a cui tutti doppiamo aspirare e lottare per ottenerla”, mostrandovi un bottone metallico con le scritte USA e CCCP, e le forme dei grattacieli di New York e delle cupole del Cremlino. Giorgio Gallavotti vive a Santarcangelo di Romagna, con molta pazienza ha raccolto e cucito su pannelli miriadi di bottoni, a tal punto da creare il Museo del Bottone. Questo piccolo Museo, ordinatissimo e ricchissimo di bottoni, di ogni forma, foggia e colore, stupisce e lascia a bocca spalancata perché si può leggere la storia anche attraverso i bottoni, le simbologie con cui sono decorati, molto spesso effigiano un fatto realmente accaduto. Così si può trovare un bottone con due cornette telefoniche contrapposte, segnalano l’evento, del 1919, la possibilità di chiamare senza passare dal centralino, oppure il bottone con il garofano smaltato a colori che ricorda il Congresso del PSI del 1987 a Rimini. Il museo è esposto cronologicamente, è diviso in tre settori, all’interno dei quali vengono rappresentati i bottoni, i materiali per costruirli e le motivazioni per le quali venivano scelti. Inoltre vi è una appendice in cui si possono scoprire informazioni e aneddoti sul bottone e naturalmente non manca la storia dei bottoni. Nel primo settore ci sono i bottoni in voga dalla fine dell’ 800 alla fine del ’900, si parte dai modelli estrosi della Belle Epoque, poii bottoni in legno degli anni ’30 e ’40, i grandi bottoni degli anni ’50, per arrivare ai bottoni gioiello, pietre e strass degli anni ’90. Nel secondo settore si indagano i materiali, che sono molteplici, dalla materia prima al bottone finito; madreperla, corno di vari animali, legno, avorio, corozo (chiamato avorio naturale ma, in realtà è un frutto tropicale), argento, tartaruga, galatite, noce di cocco, vetro, rafia, smalti ecc… Nel terzo settore trovano posto i bottoni più curiosi sono del ’700 e dell’ 800, tra cui spicca il bottone dedicato al figlio di Napoleone, qui si trovano anche i famosi netzuché giapponesi, questi ultimi sono in avorio e sono piccole sculture forate da due buchi per i quali passa un cordoncino, servivano per fissare alla cintura del kimono, che non ha tasche, dei piccoli contenitori. Alla fine del percorso, tanti curiosi aneddoti e modi di dire sul bottone, ad esempio si apprende che un tempo le classi sociali si distinguevano anche dal numero dei bottoni. Il Museo dei bottoni può anche spaventare all’inizio, perché gli occhi,vagano qua e là catturati da una fantasmagoria di immagini e di colori, sono talmente tanti che non si riesce a decidere quale sia il più curioso o il più bello, sono piccole straordinarie opere d’arte, anche se li chiamano semplicemente bottoni. Alla fine, sono riuscita a scegliere il mio preferito, un bottone in stagno degli anni ’60 con l’immagine del mio ballo ballo prediletto: il rock and roll.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/06/2016

Amanuense romagnolo

Medardo Resta amanuenseÈ definita gotica una particolare tipologia di grafie dell’alfabeto latino sviluppatesi nell’Europa settentrionale a partire dall’XI secolo, e poi largamente diffuse in tutto il continente. Le lettere hanno una minore spaziatura, sopra e sotto sono rimarcate da spessi tratti, l’effetto che si ottiene è quello di una scrittura alta e spigolosa, molto elegante, ma scura e di più difficile lettura. Il trionfo della scrittura gotica si ebbe con la grande diffusione del carattere Textura, grafia elaborata, con cui Johannes Gutenberg, inventore della stampa, pubblicò le sue famose bibbie. Prima della diffusione della stampa, l’amanuense era la figura professionale di chi, per mestiere, ricopiava manoscritti a servizio di privati o del pubblico. Nell’antichità la professione di amanuense era esercitata dagli schiavi. Con la diffusione del Cristianesimo fu coltivata in particolar modo nelle abbazie dei Benedettini dove i monaci stavano ore e ore seduti ai banchi a scrivere manoscritti, che costavano una follia, per pochi privilegiati. Particolare curioso è che nonostante la scrittura gotica sia stata inventata in Francia, in tanti credono che sia di origini germaniche. In pieno Ottocento, Goethe elogiava tale scrittura, in un suo saggio, come massima e chiara espressione del popolo tedesco, confermando un’opinione comune in Germania, priva di basi storiche. C’è una spiegazione però, perché se la grafia gotica fu elaborata in Francia per passare poi in Inghilterra è anche vero che solo in Germania divenne la scrittura ufficiale. Oggi le lettere gotiche sono ispirazione per i loghi e per la pubblicità dei gruppi musicali heavy metal e di certi fumetti noir… ma anche per Medardo Resta, un romagnolo di Fusignano. Medardo conosce a fondo l’arte della scrittura gotica, gira con la sua valigetta, sempre a portata di mano, piena di pennini di ogni misura e di boccette di inchiostro nero e rosso. Resta è un amanuense, una professione desueta, di un tempo antico quando la bella calligrafia era una vera e propria materia di studio e comportava il voto. Per questa arte Medardo è stato nominato Cavaliere e Commendatore della Repubblica nel 2005 dal Presidente Ciampi. Ho conosciuto Medardo per caso e mi ha colpito molto il suo entusiasmo per la grafia gotica ma anche per la vita, è un ottantenne che vorrebbe le giornate più lunghe perché è sempre molto impegnato fra le interviste e le apparizioni televisive, sia sulle reti nazionali che sulle reti locali e le numerose ordinazioni per le sue pergamene. Medardo, in ogni pergamena mette la stessa passione di quando iniziò la sua arte, era il 1945, a casa sua si era stabilito un comando tedesco, la loro corrispondenza era scritta con caratteri gotici e lui ne rimase affascinato. Imparò a scriverlo, alla scuola di Belle Arti di Ravenna dove ebbe la fortuna di conoscere la professoressa Minguzzi, insegnante di disegno e specializzata in gotico, che gli insegnò i segreti del mestiere. Resta ha ottenuto molti premi e tanti riconoscimenti, ha stilato pergamene per tanti personaggi illustri: Papa Giovanni Paolo II, Sandro Pertini, Carlo Azeglio Ciampi, Oscar Luigi Scalfaro, Riccardo Muti, Benigno Zaccagnini, Giovanni Spadolini, Silvio Berlusconi, Giulio Andreotti, e tanti altri, ma l’opera, della quale va più fiero: è la pergamena con il “Padre Nostro”, scritta in dialetto romagnolo, che si trova a Gerusalemme sul Monte degli Ulivi assieme a tanti altri “Padre Nostro” scritti in tutte le lingue del mondo. Medardo ha già scritto un Padre Nostro in tedesco per Papa Ratzinger, ora ne sta scrivendo uno in spagnolo per Papa Bergoglio, inoltre una sua pergamena, è stata inviata alla regina Elisabetta d’Inghilterra, che ha molto apprezzato, per i suoi 90 anni, compiuti il 21/04/2016. L’evento che più ricorda con piacere e commozione accadde nel 1991, quando incontrò Papa Giovanni Paolo II, nella residenza estiva a Castel Gandolfo, per un’udienza speciale privata, con cui il Papa volle ringraziarlo per la pergamena ricevuta, dove era scritto in modo artistico con le belle e svolazzanti capo lettere, il Padre Nostro, la preghiera insegnata da Gesù agli apostoli.

immagine: Medardo Resta

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di  Romagna” il giorno 20/06/2016

 

IL MISTERO DEL CAPPUCCIO

Piero,_Pala_della_misericordia,_ autoritratto

In un giorno infrasettimanale assolato, mi sono recata a visitare la Mostra su Piero della Francesca, ai Musei di San Domenico a Forlì, aperta sino al 26 giugno, sperando di trovare poca gente e gustarmi così le opere per benino; invece c’erano tanti visitatori e tante scolaresche, ma il disappunto è sfumato osservando compiaciuta, il comportamento corretto e ordinato degli scolari, attenti e curiosi, accompagnati da insegnati o guide veramente preparate. I ragazzi si sedevano sul pavimento silenziosi, ascoltavano e poi ponevano domande. Davanti alla Madonna della Misericordia, star della mostra, una bambina ha posto una domanda alla sua insegnante… chi è l’incappucciato? Già chi è l’incappucciato in quest’opera di Piero della Francesca?Il capolavoro assoluto, la grande tavola lignea della Madonna della Misericordia, dipinta intorno al 1450 e inserita, nei Musei Civici di San Sansepolcro, dove si conserva, in un grande polittico, ha fondo in oro, su cui campeggia la maestosa figura della Vergine vestita di rosso e dal grande manto blu che apre per dare riparo ai fedeli, gerarchicamente più piccoli, i quali sono disposti a semicerchi, quattro per parte (uomini a sinistra e donne a destra). Tra di essi si vede un confratello incappucciato, accanto all’autoritratto di Piero. L’inquietante figura nascosta sotto il nero cappuccio è uno dei confratelli anonimi che si dedicavano ad una delle opere di carità più difficili da svolgere: assistere i prigionieri nelle ultime ore di vita e accompagnarli fino al patibolo, prendendosi poi cura dei poveri resti.“Visitare i carcerati e seppellire i morti”, nel Medioevo, vi era la compassione verso i più disprezzati, i rei colpevoli, di cui la società si liberava uccidendoli, vi era il rispetto dovuto ad ogni corpo, perché destinato alla resurrezione. Sono gli stessi incappucciati che nelle processioni sacre e rappresentazioni del Venerdì Santo, accompagnavano Cristo lungo la Via Crucis e poi al sepolcro. Ancora oggi, in Spagna, uno dei momenti più importanti dell’anno per gli abitanti di Sivigliasono le processioni che si tengono durante la Settimana Santa, dove i penitenti sono incappucciati e spesso scalzi. Ma anche da noi in Romagna, a Pennabilli, si svolge da secoli una processione notturna, il Venerdì Santo, che parte dalla Chiesa della Misericordia, aperta soltanto in questa occasione, arrivando al monastero delle Suore Agostiniane, in un’atmosfera suggestiva, assieme ai fedeli in corteo, fra preghiere e canti popolari, fra fuochi e fiaccole, partecipano alla processione oltre cento figuranti in costumi d’epoca, tra cui gli incappucciati. Questa pietas risale a un episodio della vita di Caterina da Siena (1347/1380), compatrona d’Italia e d’Europa. La Santa, visita più volte, in carcere, un giovane perugino, condannato a morte con l’accusa di spionaggio, il ragazzo è disperato, ma Caterina riesce a confortarlo. Il giorno dell’esecuzione il giovane “sereno e forte” va al suo destino, la Santa gli resta vicino fin sul patibolo, gli fa il segno della croce, riceve la testa mozzata nelle sue mani, la ripara sotto il mantello. Il gesto fa scandalo, un malvivente riceve le attenzioni di una religiosa importante, come Caterina, che divide il suo tempo fra la meditazione e il fervido attivismo per riportare il Papa da Avignone a Roma. Il coraggio di Caterina, ci dice che la morte azzera tutto,e che a ogni corpo si deve rispetto. La Santa evoca il mito greco di un’altra donna coraggiosa:Antigone. Quest’ultima chiede il corpo del fratello Polinice, accusato di tradimento, al tiranno Creonte, il quale aveva decretato: “Nessuno osi seppellire il corpo di Polinice, chi trasgredirà sarà ucciso”. Ma Antigone ubbidisce solo alla sua coscienza, all’affetto che la lega al fratello, e all’idea che per ogni essere umano ci sia una dignitosa sepoltura: “Non sono queste leggi di oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero e come”. Ricordiamocelo, un’azione non è giusta solo perché sono in tanti ad approvarla, senza riferimento alla legge morale naturale, si può arrivare a una sterile procedura, in fin dei conti, la legge morale naturale, altro non è che la nostra coscienza.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/06/2016