Il gatto in macelleria. Bufala? In realtà era un “E.S.”

Il gatto intero nel reparto macelleria Conad. Bufala? In realtà in questo caso un “E.S.”. L’autore del post originale lo chiariva in modo molto limpido, in quanto l’articolo iniziava con la scritta E.S.=Esperimento Sociale. Che cosa è questo E.S.? È un fake-post, una bufala, ma con l’intenzione di indurre una riflessione sul nostro sentire. Una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

E’ facile intuire che queste false notizie, al di là del fenomeno dei “burloni”, servono per “tastare” il polso.

Per avere l’idea di come le persone siano pronte a saltare un ulteriore fosso.

Verso la disumanizzazione che si crea sempre più, in nome del consumismo più sfrenato.

Di cui non si vuole rendere conto che è matematicamente finito.

E’ possibile che qualcuno si stia sfregando le mani al possibile nuovo mercato di carne di gatto e cane, visto l’aumento della popolazione cinese in Italia.

Possibile che ogni tanto si sovvenzioni qualche fake-post per saggiare il terreno?

In fin dei conti una tradizione giapponese, come mangiare il pesce crudo è passata e divenuta alla moda anche in Italia.

Se pensate con quanta fatica l’uomo è giunto alla cottura, vien quasi da ridere.

La cottura non è un optional, neutralizza i microbi.

In quanto le alte temperature rendono difficile la diffusione di tossinfezioni.

Torniamo al fake-post sulla vendita di carne di gatto, creato per un esperimento sociale.

Secondo l’autore una riflessione sulla nostra percezione, costituita da abitudini e tradizioni.

Le stesse tecniche sono utilizzate anche per diffondere notizie false ben più dannose.

Comunque, l’E.S. in questo caso, come spiega l’autore era volto verso una domanda precisa.

“Se il vedere questa immagine ha portato a rabbia ed indignazione, allora è arrivata l’ora di porsi nuove domande. Perché ci si indigna di fronte all’uccisione di un animale come il gatto o il cane, che è usuale cibo in Cina e si accetta come “normale” l’uccisione di animali come il maiale, il vitello, il coniglio?”

Quest’ultimo assolutamente non si mangia in Cina, ma neanche negli USA. In Italia gli animalisti spingono per fare in modo di vietare il consumo di questa carne, dal momento che ritengono che il coniglio sia un animale da compagnia.

In Cina, un piatto a base di gatto, serpente e pollo viene chiamato “dragone, tigre e fenice” è successo che casi di vendita di questo piatto a base di gatto siano stati segnalati anche in Europa, precisamente in Belgio e in Svizzera.  

Noi occidentali, non mangiamo carne di gatto o cane per una questione morale.

Ci identifichiamo con i nostri animali da compagnia.

Ma è anche proibito dalla legge, in quanto è vietato allevare o mangiare animali fuori dal controllo sanitario delle ASL.

Vero o leggenda non si sa bene, ma i gatti spariscono sempre di più, pure il mio.

Vi sono state addirittura denunce di sparizione di gatti, guarda caso, nel Veneto, territorio in cui il gatto era un piatto tradizionale servito con la polenta. E i cinesi, abituati a gustarlo, credete che abbiano remore a gustarsi un piatto prelibato per loro, pensando a quanto siamo fessi noi a non mangiare una squisitezza?

Volutamente non si è postato nessuna foto macabra.

Lasciando libera scelta di guardare o meno in Internet l’orrore dei nostri amici animali pronti per diventare cibo.

Non è con l’orrore che si possono vincere le battaglie, ma con l’amore si vince la guerra.

 

                                                                                                   Paola Tassinari 

IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?

I simboli che parlano

mausoleo_di_galla_placidia_colombe_abbeverantiSe ipotizziamo che l’abate di Rennes le Chateau, fosse entrato in possesso di “una qualche verità”, su Maria Maddalena, Gesù Cristo e la loro presunta stirpe che, con il passare degli anni, si individuò nella dinastia dei Merovingi, e analizziamo i principali simboli di questa casata: il giglio e l’ape, beh troveremo che queste immagini sono presenti in maniera massiccia anche in Toscana e in Romagna. Il “Fleur-de-Lys” o giglio stilizzato, pare sia stato adottato dal re merovingio Clodoveo nel V sec., dopo una vittoria contro i Visigoti, nei pressi del fiume Lys, in Belgio, dove questo fiore cresce in abbondanza. Clodoveo, di cui più di tutto si conosce un blasone con tre rospi, ma come narra la favola il rospo si trasforma in principe, si convertì al cristianesimo e da quel momento in poi il giglio, è diventato il simbolo dei re cristiani di Francia. Con il diffondersi delle pseudo-teorie associate al Santo Graal ed alla discendenza di Cristo, il “Fleur-de-Lys” viene così associato al “Sangue Reale”: la base del simbolo rappresenterebbe, secondo questa nuova concezione, Maria Maddalena mentre i tre petali effigierebbero i figli che essa ebbe da Gesù: Tamar, Joshua e Josephes. La simbologia cristiana vede nel giglio un’allusione alla Trinità divina, nella base orizzontale la figura di Maria, nei tre petali stilizzati: il Padre, il Figlio, e lo Spirito Santo che emana da Loro. Il giglio è considerato simbolo di purezza, candore, innocenza e verginità, è un attributo della Madonna. Spesso, il giglio e il fiore di loto si sostituiscono l’uno all’altro rappresentando, in tempi più antichi, la Grande Madre, Iside, Isis, Ishtar, Diana, la stessa dea che ha molti nomi. Il simbolo “IS”, presente nel Tempio Malatestiano di Rimini e nel Dollaro statunitense, si favoleggia sia ispirato proprio alla dea Isis, la città di Parigi sarebbe poi dedicata a lei, (Par-is). Il giglio si può trasformare stilisticamente in una colomba, simbolo dello Spirito Santo che viene visto scendere dal cielo in forma di colomba durante il Battesimo di Cristo, la colomba è un emblema dei Catari, le colombe più famose sono nel Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna. Gioacchino da Fiore è stato uno dei primi teologi ad approfondire lo Spirito Santo, concepì  una teoria secondo cui, dopo un’era del Padre (Ebraismo e Antico Testamento), era seguita l’epoca del Figlio (Cristianesimo e Nuovo Testamento) e infine sarebbe giunta l’ultima era, quella dello Spirito. Molti teologi hanno ripreso questa concezione in relazione all’era dello Spirito che sarebbe iniziata negli anni Sessanta e Settanta del Novecento, con la nascita di numerosi movimenti e gruppi di preghiera sullo Spirito Santo, in ambito laico si pensi ai figli dei fiori, gli hippy, oppure si consideri oggi la New Age. Il giglio è il segno di riconoscimento di Sant’Antonio da Padova, uno dei Santi più amati e venerati della cristianità, la sua statua è presente nella chiesa di Rennes le Chateau, non credo sia un caso che la sede nazionale del Lectorium Rosicrucianum (Rosacroce), si trovi a pochi passi dall’Eremo di Montepaolo, luogo ove il Santo cominciò a predicare, il Santo era al tempo conosciuto col nome di Antonio da Forlì. Il giglio è nello stemma della città di Firenze e in Toscana c’è pure l’isola del Giglio, se ci si muove nel linguaggio dei simboli, il naufragio della Costa Concordia avvenuto il giorno 13 all’Isola del Giglio, può apparire come un sinistro messaggio. Eppure, il giglio che è analogo al fiore di loto e alla colomba, ha anche il significato di amore, il suo profumo è il contrario di un profumo casto; è un miscuglio di miele e di pepe, qualche cosa di acre e dolciastro, di tenue e forte; è fiore di Venere a causa del pistillo comparato al pene, è un simbolo della generazione, rappresenta anche il cedere alla volontà di Dio e alla realizzazione. Lo Spirito dell’era dell’Acquario, in cui doveva essere l’amore a far muovere le stelle e portarci alla pace e all’armonia, non si realizzerà sino a che i due emisferi celebrali, collegati alla razionalità e al sentimento, non smetteranno di farsi  guerra… sarà un caso che la Costa Concordia sia stata recuperata da un’azienda di Ravenna?

immagine: le colombe di Galla Placidia

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 06/03/2017

IL romagnolo che divenne re

Luigi Filippo  romagnolo

Il 17 aprile 1773, a Modigliana, in provincia di Forlì, vedeva la luce una bambina nata da una misteriosa coppia di nobili francesi e contemporaneamente a una coppia del luogo, i Chiappini, nasceva un maschio. Dopo alcuni giorni la coppia di nobili partiva portando con sé non la figlia ma il maschietto romagnolo. La coppia romagnola di fronte a probabili elargizioni aveva ceduto il bambino in cambio della bimba. La coppia francese era formata da Luigi Filippo, pretendente al trono di Francia, e da sua moglie Luisa Borbone Orleans. Luigi Filippo, dopo essere stato eletto Gran Maestro del Grande Oriente della Massoneria francese nel 1771,  aveva aderito alla Rivoluzione francese cambiando il suo nome in “Philippe Egalité” e, eletto deputato, aveva votato a favore della condanna a morte del cugino Luigi XVI, il che non lo aveva salvato dall’essere a sua volta ghigliottinato nel 1793. Luigi Filippo essendo privo di una discendenza maschile colse l’occasione per presentarsi in patria con un legittimo erede maschio, il quale fu registrato come nato e battezzato a Parigi. La famiglia Chiappini, mise a profitto i soldi ricevuti, riuscendo a ritagliarsi un buon posto nella società. La loro figlia, Maria Stella, andò sposa a un nobile inglese e poi ad un barone e visse nel lusso. Alla morte del padre un notaio le consegnò un plico che la informava dello scambio di neonati. Maria Stella si mise alla ricerca dei genitori, scoprì la verità, andò a Parigi infamando il maschietto romagnolo, che nel frattempo, nel 1830, era diventato re di Francia col nome di Luigi Filippo. Il nostro Luigi Filippo fu  stimato dalla borghesia per il fare dimesso e le riforme liberali, mentre i suoi avversari lo bersagliarono per la sua incoerenza e debolezza, ritraendolo sovente con la faccia a pera. Nel 1848 fu costretto ad abdicare, chiudendo poi la sua vita nel 1850 in Inghilterra. Questa assurda storia ne ingloba altre ancora più strane, come ad esempio che Carlo Alberto di Savoia avesse sostituito il figlio morto in un incendio, con il figlio di un macellaio, il sospetto che Chambord, chiamato il “figlio del miracolo” fosse un bastardo, l’arciduca Johann Salvator e il suo fantomatico gemello, per arrivare a Giuseppina di Beauharnais e a Napoleone Bonaparte e i loro presunti legami con il sangue reale dei Merovingi, i primi re dei Franchi, i re taumaturghi, ovvero guaritori, con il solo tocco delle mani. Per accettare un minimo di queste bizzarrie, occorre capire lo scontro, allora in atto in Francia, ma anche altrove, fra gli orleanisti e i legittimisti. Gli orleanisti, continuatori della Rivoluzione del 1789, auspicavano una monarchia costituzionale, non più di diritto divino, mentre i legittimisti rivendicavano la legittimità del potere dinastico spettante per grazia di Dio ed erano molto legati alla Chiesa. I legittimisti, nel 1830, rifiutarono di giurare fedeltà al re “romagnolo” Luigi Filippo, per rimanere fedeli alla linea primogenita dei Borbone, e sostennero, senza successo, la candidatura al trono del pretendente Enrico di Chambord, con il nome di Enrico V. Scrive Georges Lefebvre: “Dietro la rivoluzione dinastica vi fu una rivoluzione politica; la nazione scelse il suo re e gli impose una costituzione votata dai suoi rappresentanti… la minaccia di un ritorno all’ancien regime fu eliminata e la nuova società creata dalla Grande Rivoluzione fu messa al sicuro. La rivoluzione del 1830 è così l’ultimo atto della Rivoluzione cominciata nel 1789”. E tutto questo cosa c’entra con Rennes le Chateau? L’abate di Rennes avrebbe avuto la donazione di 3.000 franchi da Maria Teresa d’Asburgo Este, vedova del conte di Chambord, “detronizzato” dal “nostro” Luigi Filippo, e  successive elargizioni da parte del nipote di Maria Teresa, quell’enigmatico e misterioso arciduca Johann Salvator di Asburgo. Non basta, l’abate Bérenger Saunière, oltre ad aver avuto relazioni con alcuni membri degli Asburgo, potrebbe aver conosciuto un altro inquietante e famoso personaggio dell’epoca Karl-Wilhelm Naundorff , che affermava essere il Delfino di Francia, sopravvissuto alla morte dei suoi genitori, Maria Antonietta e Luigi XVI.

immagine: Luigi Filippo “romagnolo”

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/02/2012

IL MISTERO DI ARCADIA

Felice Giani

“Et in Arcadia ego” è una scritta riportata in alcuni importanti dipinti del Seicento e oltre. E’ presente nel quadro “I pastori di Arcadia”, (1640 ca.) del pittore francese Nicolas Poussin, in un’opera del Guercino (1620 ca.), e in tre immagini di Felice Giani; quest’ultimo lavorò moltissimo in Romagna, in particolare a Faenza e un olio su tela (1800 ca.), cm 26 x 36, con l’oscura scritta, si conserva alla Pinacoteca di Faenza. Tutti e tre i pittori sono stati spesso considerati degli iniziati ai Misteri. La frase può tradursi: “Anche in Arcadia io”, viene sottinteso il verbo per cui il significato può essere: “Io sono presente anche in Arcadia” oppure “Anche io ero in, facevo parte dell’Arcadia”. L’Arcadia è il mito di una terra campestre e idilliaca, dove uomini e natura vivono in perfetta armonia. Nell’immagine conservata a Faenza, di Giani, più che alla presenza di pastori si può pensare alla raffigurazione di Orfeo e Euridice e la scritta appare su un muro, mentre nel dipinto di Poussin, appaiono, tre pastori che sembrano eroi, e una donna mentre sono in raccoglimento intorno a una misteriosa tomba con l’enigmatica epigrafe. Generazioni di studiosi, ricercatori, interpreti fantasiosi, dilettanti allo sbaraglio hanno fornito una miriade di possibili significati iconologici e di fantasiosi anagrammi. La tesi che lega questi dipinti con la medesima epigrafe, a Rennes le Chateau, è che il sepolcro rappresentato sarebbe la tomba di Cristo, seppellito non in Palestina, bensì a Rennes Les Chateau, dove Cristo, sfuggito al Supplizio si sarebbe rifugiato con la sua compagna Maria Maddalena, dando vita ad una stirpe di sangue reale, “sang real”, ovvero il sangue della discendenza di Gesù, il vero graal, i cui segreti sarebbero stati conservati da una setta, il Priorato di Sion che aveva fra i suoi Gran Maestri, anche artisti famosi come Leonardo da Vinci, che avrebbero poi criptato nei loro dipinti il segreto. Vi è inoltre un’altra ipotesi che indicava come possibile fonte per la tomba del dipinto, un sepolcro rinvenuto negli anni’70, piuttosto antico, fra la vegetazione di una località vicino al paese di Rennes les Chateau. Esistono poi una serie di intricati enigmi, irrisolvibili, che si intrecciano con Rennes le Chateau e l’epigrafe “Et in Arcadia Ego”, tra cui il mistero della Porta Alchemica, (si trova a Villa Palombara a Roma), di cui l’abate Sauniere aveva una raffigurazione, lo stesso marchese di Palombara, amico di Cristina di Svezia, altra appassionata di esoterismo e alchimia, facevano parte di un’Accademia culturale che si rifaceva ai temi dell’Arcadia. Il mistero si infittisce con l’alchimista Francesco Giuseppe Borri, una specie di Cagliostro,   la leggenda racconta che dimorò per una notte nei giardini della villa alla ricerca di una misteriosa erba capace di produrre l’oro; al mattino era già scomparso, ma lasciò dietro di sé alcune pagliuzze d’oro e una misteriosa carta piena di enigmi e simboli magici. Il marchese fece incidere sui muri della villa il contenuto del manoscritto coi simboli e gli enigmi, nella speranza che un giorno qualcuno sarebbe riuscito a decifrarli. Tutto ciò si collega al misterioso manoscritto Voynich, un codice illustrato risalente al XV secolo non ancora decifrato, alla corte “magica” di Praga, all’artista liberty Alfons Mucha per finire con l’enigmatico dipinto del Giorgione: La Tempesta. Questa bailemme sarebbe decifrabile tramite l’opuscolo del Serpente Rosso, un libriccino criptico, che si compone di 13 pagine, svelerebbe tutto l’arcano legato nientemeno che alla favola della Bella Addormentata di Perrault e a tutta una serie di società segrete. Il tredicesimo capitolo del romanzo “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco, che tratta sulla ricerca del sacro graal e la storia dei cavalieri Templari, inizia con la frase: Et in Arcadia Ego… e il noto saggista e scrittore Eco di temi misteriosi e oscuri se ne intendeva.

immagine: Et in Arcadia ego – Felice Giani

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/02/2017

 

 

 

 

ROMAGNA-RENNES… la terra cava a Sarsina

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A Rennes le Chateau si possono distinguere due gruppi di ricercatori, uno che indaga sui misteri di Berenger Sauniere, l’altro che è interessato alle potenti correnti energetiche di questi luoghi, poi vi sono quelli che non escludono nulla. Ho conosciuto un cacciatore di UFO (ONVI li chiamano i francesi), e le foto che mi ha inviato le ho trovare straordinarie e non manomesse, anche se da foto “aliene”, sono prima apparse come allegato nella mail, poi si sono volatizzate e sono scomparse nel mondo della rete. Nelle foto si vedeva un oggetto a forma di grande sigaro uscire da dietro una roccia, in altre si notava un “classico disco” volante.    Vicino a Rennes vi è il Bugarach, il monte sacro che sarebbe l’entrata di Agartha, la città sotterranea del mito della terra cava, poi come al solito… ci sarebbero dei tesori, oppure ci sarebbe la“reliquia” dei tempi biblici: l’Arca dell’Alleanza, e ancora sarebbe la base sotterranea degli alieni, oppure che in una sua grotta ci sarebbero i resti di Gesù, che qui avrebbe vissuto scampando dal Supplizio. Questa montagna sacra, nata in un’epoca lontanissima da una forza tellurica straordinaria, i geologi dicono 135 milioni di anni fa, avrebbe forti onde magnetiche, talmente potenti da impedire il volo di aerei e ostacolare le comunicazioni con i telefoni cellulari. Questo monte, già sacro ai Catari, che in Linguadoca avevano la loro roccaforte, nel corso degli anni è stato oggetto di attenzioni e di studi di ogni genere. Su questa montagna avrebbero, infatti, effettuato scavi e ricerche i nazisti di Hitler (influenzati dal mito della Thule e ispirati da Otto Rahn) e la NASA che, alcuni anni fa, avrebbe condotto rilevazioni e saggi nel terreno. Tra la gente del posto, poi, si parla con insistenza della presenza in zona di militari e di appartenenti ai servizi segreti. E quando alcune fonti, soprattutto americane, lo individuarono come la località che avrebbe preservato dalla distruzione prevista dai Maya per il 21 dicembre 2012, fu invaso da centinaia di persone, alzando notevolmente il prezzo delle case, addirittura la polizia francese bloccò per qualche giorno l’accesso al luogo. Come ben sappiamo il 21/12/2012 è stato una grande bufala, se inteso come catastrofe ambientale, se visto in termini “altri” e cioè come svolta spirituale epocale, la verità la sapranno solo i nostri posteri. Il Bugarah sarebbe quindi una specie di entrata per la terra cava, queste entrate si troverebbero nei Poli, ma anche nei punti di incontro delle Ley Line, per la New Age sono linee di energia che contornano la terra e che si focalizzano nei luoghi sacri, già dal tempo antico. Sarsina o la zona di Galeata potrebbero essere una di queste entrate. Al Museo archeologico di Sarsina, esistono dei reperti mosaicati che raffigurano la terra cava, in zona vi è la presenza delle marmitte dei giganti e Sarsina è il luogo sacro di San Vicinio che forse era un druido. Si narra che i druidi provenissero da Atlantide, discendenti degli iperborei e questi dei giganti, che erano gli iniziali abitanti della terra cava. A Galeata ci furono degli scavi effettuati da archeologi tedeschi nel 1942, che erano seguiti anche dai sevizi segreti e Sant’Ellero, il Santo di questi luoghi, era pure lui un sacerdote/druido. Inoltre, la regione a noi confinante e affine: le Marche, ospita il cosiddetto “triangolo dell’Adriatico”, dove corrono le stesse favole di alieni, di resti sacri, di magnetismo e di energia, ed è a Loreto, e in nessun altro posto, che i Templari “decisero”, dopo vari spostamenti, doveva stare la Casa di Maria. La leggenda narra che la Santa Casa fu trasportata dagli angeli: le pietre della Casa, fra le quali furono trovate cinque croci di stoffa rossa, sarebbe arrivata a Loreto, per iniziativa della nobile famiglia Angeli, che regnava ai tempi sull’Epiro. Guarda caso a Rennes le Chateau sarebbe esistito un gruppo segreto chiamato Società degli Angeli, che accoglieva adepti del mondo letterario e artistico di cui facevano parte Nicola Poussin, Victor Hugo, George Sand, Anatole France, Julius Verne e altri, il cui motto di riconoscimento era…Et in Arcadia Ego e qui siamo in un nuovo segreto.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/02/2017

I MISTERI DI RENNES LE CHATEAU IN ROMAGNA

 

crocediferro Reda

Appena tornata da Rennes le Chateau, dopo un viaggio di 2500 chilometri in quattro giorni, con la febbre e un blocco autostradale di tre ore, invitata gentilmente da Pierluigi Pini e Annamaria Mandelli, ricercatori di lungo corso sui misteri di Rennes, al centenario della morte di Berenger Sauniere, vi aggiorno sugli ultimi “folli” legami fra Rennes e la Romagna. Il piccolo paese di Rennes è uno dei misteri più chiacchierati del XX secolo, su cui ormai è stato detto e scritto di tutto. Dopo il famoso romanzo di Dan Brown: “Il codice da Vinci”, si può dire che vi sono ben poche certezze in tutta questa storia: Berenger Sauniere, un parroco che nel 1885 viene trasferito alla decadente chiesa di Rennes le Chateau, un piccolo paese della Linguadoca, nel sud della Francia, ai confini con la Spagna; l’antica chiesa dedicata a Maria Maddalena era in condizioni pietose, il prete raccolse qualche offerta e poi iniziò i primi lavori di restauro; durante i lavori di rimozione dell’altare venne rinvenuto qualcosa all’interno di uno dei pilastri, si parla di una fiala di vetro con dentro delle pergamene, da due a quattro, non si sa. Appena Sauniere trovò “quella cosa che non si sa”, divenne molto ricco, tanto che non solo riportò a nuovo tutta la chiesa, ma fece costruire un giardino, una biblioteca, una serra, una torre, una villa e altro. Iniziò pure a ricevere personaggi nobili ed illustri offrendo loro lauti banchetti (esistono le fatture). Tra questi personaggi ve ne era uno, chiamato dai paesani “lo straniero”, forse l’arciduca Johann Salvator di Asburgo in incognito. (Johann Salvator il 30 gennaio 1889 rimase fortemente sconvolto dalla tragedia di Mayerling, nella quale perse la vita, in circostanze misteriose, suo cugino l’arciduca Rodolfo, fu scosso a tal punto che dopo pochi mesi decise ufficialmente di rinunciare ai suoi titoli, al suo rango e ai suoi privilegi, scomparendo pure lui in modo oscuro). La provenienza di queste ricchezze è in fin dei conti il vero, unico, mistero da scoprire. Tutto il resto, dal tesoro merovingio, al Priorato di Sion, dalle pergamene cifrate ai quadri di Poussin, dalla Maddalena al corpo mortale del Cristo, dal “Serpente Rosso” (uno scritto del 1967 pubblicato il mattino del 17 gennaio, data con particolari riferimenti occulti, la notte successiva i tre autori morirono misteriosamente),alla misteriosa pietra che ipotizzava origini extraterrestri per la stirpe merovingia, fino ad arrivare a uno strano anello fatato che ricorda tanto quello dei Nibelunghi o al Cavaliere del cigno, che è una delle leggende medievali commissionate dal principe Ludwig di Baviera, deposto come pazzo e poi morto pure lui in circostanze poco chiare. Tutto questo, anche se è talmente strano, che può dar da pensare, è soltanto frutto di ipotesi, speculazioni basate su fonti incerte, spesso dei falsi e su notizie riportate di autore in autore come leggende metropolitane. Chiarito ciò passiamo ai nuovi collegamenti che legano questo paese alla Romagna. Il nome di Rennes le Chateau proviene probabilmente dal gallico “Reda”, che significa un “carro a quattro ruote”. Ebbene nella pianura romagnola, a pochi chilometri da Faenza esiste la frazione di Reda, una tradizione locale vorrebbe che Reda sia derivata dal nome Rheda-ae, che significava presso i Romani “carretta”. La pieve di Reda è intitolata a San Martino, il Santo francese per eccellenza, antesignano dei Templari, con affinità con antichi riti celti e patrono dei sovrani di Francia. Inoltre qui a Reda, in Romagna, si favoleggiava di un tesoro, di una quercia famosa in tutta la zona di Faenza, chiamata la  cvérza ‘ d Maiôla.  Ad essa era legata anche la leggenda che il Passatore vi avesse seppellito una pentola piena di monete d’oro, certo che quando la quercia è stata abbattuta non si è trovato nulla. Il famoso presunto tesoro di Rennes sarebbe quello portato a Roma da Tito dal Tempio degli Ebrei, poi razziato da Alarico durante il sacco di Roma del 410, nascosto a Carcassonne, dove tutt’ora esiste  la montagna di Alarico, mentre fonti scritte lo danno come regalo di nozze da parte di Ataulfo a Galla Placidia, la quale se lo portò a Ravenna quando vi ritornò.

 immagine: croce di ferro a Reda

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”

I TEUTONICI E LA BOLLA D’ORO

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La Bolla d’oro di Rimini è una crisobolla  (bolla aurea impressa con un sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza del documento), con la quale Federico II di Svevia (imperatore del Sacro Romano Impero dal 1220 al 1250) riconobbe  all’Ordine Teutonico, la sovranità su una regione della Polonia centrale e su tutte le terre che i membri dell’Ordine fossero riusciti a conquistare ai Prussiani. I Malatesta in quegli anni erano fervidi sostenitori di Federico II, questi era molto legato ai Teutonici, che erano presenti in tutto il litorale adriatico. Un giorno di marzo del 1226, il gran Maestro dell’Ordine Teutonico, Hermann Von Salza, saliva le scale del palazzo dell’Arengo riminese, dall’Imperatore Federico II di Svevia che, in quei giorni, soggiornava nella  “fedelissima Rimini”, per ricevere la crisobolla. Hermann è stato il quarto Gran Maestro dell’Ordine Teutonico, fu per un ventennio il consigliere più stretto di Federico e suo intermediario nei confronti del papato. Hermann sottrasse più volte l’Imperatore  alla scomunica, in particolare, quando Federico rimandò la partenza della crociata che si era impegnato a condurre in Terra Santa. La Bolla è il riconoscimento per l’Ordine Teutonico di tutti i diritti di sovranità sui territori in questione, tra cui quello di emanare leggi e coniare moneta, e del compito di conquista di una terra ancora pagana, in vista della sua evangelizzazione.  I Pruzzi, come erano chiamati questi pagani che abitavano la Polonia avevano un paganesimo legato alla natura: “Poiché essi non conoscevano il Signore, adoravano erroneamente le sue creature, ovvero il sole, la luna, le stelle, gli uccelli, i quadrupedi, e anche le serpi. Essi possedevano fiumi, campi e boschi sacri, ove non osavano arare, pescare o raccogliere legna”. Sull’autenticità della Bolla d’oro di Rimini  si è molto dibattuto; tuttavia è certo che l’Ordine Teutonico si servì di questi documenti come fonte di legittimazione politica per la conquista militare delle terre baltiche. Ma chi erano i Teutonici? Nel 1189, dopo la caduta di Gerusalemme, fu indetta la terza Crociata, alcuni Crociati tedeschi costruirono un ospedale da campo a San Giovanni d’Acri, curando i loro connazionali, fino al loro rientro in Germania, lasciando l’ospedale a due religiosi tedeschi. Nacque così l’Ordine dei fratelli dell’ospedale di Santa Maria dei Tedeschi in Gerusalemme. Nel 1197 ebbe luogo una Crociata guidata dall’Imperatore Enrico VI. Quando questi morì, i Cavalieri che lo avevano preceduto in Terra Santa rientrarono in Germania, ma prima del rientro decisero di trasformare l’Ordine, sino ad allora esclusivamente ospedaliero, in un Ordine Monastico/Cavalleresco, con il nuovo compito militare di tutela dei pellegrini tedeschi. L’Ordine dei Cavalieri Teutonici era abbastanza simile a quello di altri Cavalieri gerosolimitani, con poche differenze. Oltre alla croce nera patente sul mantello bianco anziché rossa come i Templari, i Teutonici erano soltanto persone nobili, comunque benestanti, di origine germanica, mentre i Templari erano prevalentemente francesi e gli Ospitalieri, in maggioranza italiani. I Teutonici furono sempre aperti verso la cultura islamica, provenivano infatti dalle zone in cui era diffuso un tempo l’arianesimo, il quale credeva nel Cristo solamente umano, come è ancora oggi visto nel Corano. Si distinsero dagli altri ordini per la loro tendenza al sacrificio, il desiderio e l’orgoglio di morire in battaglia. Evidentemente questa era una caratteristica eredita dai loro avi di origine pagana, come celti e barbari. Un’altra particolarità dell’Ordine tedesco, fu quella di non impegnarsi solo in Terrasanta ma di operare anche nell’ Europa nordorientale, tanto da crearsi un proprio regno. I Teutonici appoggiarono gli imperatori germanici del Sacro Romano Impero, in primis Federico II di Svevia. L’importante episodio storico di Federico II, che promulgò a Rimini la Bolla d’oro è ricordato da un’epigrafe inserita, nel 1994,nei Palazzi comunali. La bolla d’oro, di cui nel Museo cittadino è esposta una riproduzione, è conservata a Berlino in due esemplari.

immagine:Hermann Von Salza

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 23/01/2017

 

LORENZO MONACO E GLI UFO

Natività Lorenzo Monaco

Anni fa visitando le Gallerie dell’Accademia a Firenze, ero entrata solo per vedere i Prigioni, ovvero le statue  eseguite per la tomba di Giulio II, e il David di Michelangelo, rimasi a bocca aperta nel vedere il tripudio di colori e bellezza delle tavole pittoriche che andavano dallo stile giottesco al primo Rinascimento, molte in Gotico  Internazionale, stile decorativo, chiamato anche fiorito o cortese. Il pittore Gherardo Starnina, tramite un viaggio a Valencia nel 1380, si aggiornò alle novità internazionali, quando tornò a Firenze influenzò alcuni pittori tra cui Pietro di Giovanni, conosciuto ai più come Lorenzo Monaco (1370/1425). Quest’ultimo, sia pittore che miniatore, prese i voti divenendo frate camaldolese. Lorenzo fa parte di quel gruppo di religiosi che si dedicarono all’arte, insieme al Beato Angelico, Fra’ Bartolomeo e Filippo Lippi, acquistandone fama. Lorenzo nacque, probabilmente a Siena, ma fu fiorentino per cultura, suo maestro fu Agnolo Gaddi. Elaborò uno stile elegante, sontuoso di ori e ricco di colori brillanti, con figure allungate e raffinate, le vesti con sofisticati e irrealistici panneggi. Fu l’ultimo esponente importante dello stile giottesco, prima della rivoluzione rinascimentale di Masaccio e del Beato Angelico, frate camaldolese pure quest’ultimo, e suo allievo, che oscurerà un poco il prestigio del maestro. Le opere di Lorenzo Monaco, sono tra le immagini più belle dell’arte medievale europea, trattano temi cristiani tradizionali e le forme tardo/gotiche sono eleganti e soffuse di ardente devozione religiosa. I primi quadri e miniature, del 1390, tendono al giottesco, nella maturità è evidente lo stile Internazionale, mentre nelle opere finali, si può riconoscere un iniziale Rinascimento. Al MAR di Ravenna si conserva una tavola di Lorenzo Monaco: “Crocifissione di Cristo con San Lorenzo” (1400/1415). Gran parte delle opere della collezione del Museo ravennate proviene dal Monastero dei Camaldolesi, oggi Biblioteca Classense, tramite le soppressioni napoleoniche, forse è per questo che l’importante tavola si trova a Ravenna, in fin dei conti Lorenzo Monaco era un frate camaldolese. Al MAR è custodita pure l’immagine del fondatore dei camaldolesi: San Romualdo, dipinta dal Guercino, dove il Santo tutto vestito di bianco, è inginocchiato e prega a braccia aperte, con gli occhi rovesciati in alto, alle sue spalle un angelo picchia con un bastone un diavolo che lo sta tentando, sullo sfondo uno scorcio di cielo con nubi. Nella tavola di Lorenzo Monaco, Cristo ha il corpo sinuoso e sofferente mentre la Maddalena col manto rosso e i lunghi capelli ondulati e biondi, gli bacia i piedi martoriati, a sinistra le pie donne, di cui una veste un mantello giallo acceso, sorreggono la Madre affranta. A destra San Lorenzo in blu e arancio col vessillo crociato, simbolo di martirio e San Giovanni in una veste riccamente panneggiata, di colore arancio cangiante; sullo sfondo improbabili rocce e angioletti, il tutto dà luogo ad un dolore sommesso e contemplativo, cui la bellezza del creato lenisce la pena. Un aneddoto curioso e bizzarro per un’opera di Lorenzo Monaco, qualche anno fa, in una trasmissione televisiva, in un ennesimo programma sulla ricerca, della presenza di Ufo e di alieni nell’arte, venne proposta, come prova, anche la Natività di Lorenzo Monaco (1409), conservata al Metropolitan Museum di New York. Sopra la Madonna compare una nube circondata da raggi dorati, ammesso che sia un poco strana stilisticamente, come pure è bizzarro il volto di San Giuseppe che guarda in alto in maniera davvero insolita, in una posizione che non può esistere, mi sembra veramente un po’ poco per dimostrare la presenza di un’astronave in questa Natività. Eppure gli ufologi ribadiscono che vi è la scena dell’annuncio ai pastori, descritta nel Vangelo di Luca, ma in quel racconto della natività non si parla di nubi luminose, da dove deriva allora questo particolare? La risposta è molto semplice, della nube luminosa si parla nei Vangeli apocrifi e gli artisti prendevano spunto molto spesso da questi Vangeli, basti pensare che la stessa presenza del bue e dell’asino non è narrata nei Vangeli canonici.

immagine: Natività di Lorenzo Monaco

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 09/01/2017

IL CANE, L’UOMO E LE LEGGENDE

San Cristoforo come cinocefalo

La leggenda sul ponte Tiberio di Rimini è nota, Tiberio invocò il diavolo che lo aiutasse nella costruzione del ponte e fece un patto con lui, il diavolo avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l’anima del primo che lo attraversava. L’imperatore accettò, ma quando venne il momento Tiberio ordinò che per primo passasse  un cane. Così fu fatto e il diavolo, che aspettava la sua anima sull’altra sponda del ponte, rimase a bocca asciutta, pieno di rabbia Satana cercò di abbattere il ponte ma rimase scornato. Questa leggenda penso che la conosciate in tanti, però forse non sapete che lo stesso mito è legato ad altri ponti cosiddetti del diavolo, ponti che troviamo a Cividale, a Bobbio e a Lucca per esempio. Il ripetersi e il trasmettersi per lungo tempo di una leggenda, può essere fonte di ipotesi su credenze antiche e metaforicamente nascondere una realtà scomoda o indicibile per i tempi. Proviamo a dipanare la matassa partendo dalla simbologia del cane. In tutte le culture indoeuropee di età classica, sono presenti i Cinocefali, gli uomini/cane, popolazioni che vengono descritte da vari autori latini e greci con nomi diversi, collocate nei luoghi più remoti, come creature mostruose realmente esistenti. Affine ai Cinocefali è anche la divinità egizia di Anubi, in questo caso però, l’uomo/cane è tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. San Cristoforo viene raffigurato in moltissime icone e affreschi bizantini con le fattezze di Cinocefalo, in un testo di epoca medioevale, molto diffuso, viene narrata la leggenda del Santo, che sarebbe stato proprio un Cinocefalo convertitosi al cristianesimo. San Cristoforo  presenta caratteri comuni sia al dio egizio (il Santo traghetta Gesù bambino, portandolo sulle spalle, da una riva all’altra di un fiume, così come Anubi traghetta le anime fra il regno dei vivi a quello dei morti) sia ai molteplici racconti di Cinocefali (talvolta San Cristoforo viene rappresentato come un gigante, attributo condiviso da diverse popolazioni di uomini/cane). La figura di San Cristoforo sarebbe, anche, un retaggio di culti pagani legati al moto astronomico di Sirio, stella appartenente alla costellazione del Cane Maggiore. La festa del Santo cade il 25 luglio e il riferimento astronomico riguarderebbe il periodo della canicola (o solleone) termine per indicare un periodo caldo ed afoso che parte dal 24 luglio arriva al 26 agosto, giorni in cui il sorgere e tramontare di Sirio coincidono con quelli del Sole. Altro Santo legato alla canicola è San Rocco, la cui festa è il 16 agosto, è un Santo molto popolare in Romagna, avrebbe soggiornato a Rimini, Forlì e Cesena. Protettore della peste, malattia dal quale guarì grazie a un cane che lo salvò dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane. Nel pensiero medievale, “ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo”. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti. Il simbolismo del cane è ambivalente, anticamente è impuro, col feudalesimo diventa un animale nobile, compagno del signore nella caccia, (pensandoci bene anche la caccia è ambigua).Nelle molte leggende, ci sono alcuni elementi fondamentali: il cane è uno psicopompo, vale a dire una guida delle anime, è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora ( Cerbero dei Greci o Anubis nell’antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l’aldilà. E siamo alla traduzione delle leggende legate ai ponti: all’inizio del Medioevo si persero  molte conoscenze tecniche per la costruzione di edifici, la popolazione guardava con meraviglia a questi ponti con arcate perfette, pensando che non fossero stati edificate da persone reali; mentre l’attraversamento del ponte stava a un cane, in quanto questo animale era visto come psicopompo, ma anche come diavolo, e forse era anche una metafora per mandare al diavolo gli inquisitori, che erano soprattutto domenicani, parola il cui significato è, cani del Signore, che certamente dovevano incutere all’epoca molto timore.  

immagine: San Cristoforo cinocefalo

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 02/01/2017