Un’ultima lezione come ricordo

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Giannino Balbis è nato nel 1948 a Bardineto un piccolo paese di 756 abitanti, della provincia di Savona, è un poeta e critico letterario. Dirige varie collane di studi, didattica e poesia. Ha fondato, assieme ad altri, il movimento poetico “003 e oltre”. Ha pubblicato oltre mille testi fra libri, articoli, recensioni e saggi. Autore di tre opere teatrali, più volte rappresentate: Sospiri d’alcione , La ballata di Myster Barmoon e Le rovine di Manhur . Ma non è per tutta la sua mole di lavoro letterario che è apparso sul palcoscenico dei mass media. Bensì per il suo modo di andare in pensione. Il Professor Giannino Balbis, infatti ha anche insegnato latino e italiano nei licei della provincia di Savona e ora che ha raggiunto il pensionamento ha deciso di radunare tutti i suoi allievi, oltre settecento, per salutarli con un’ultima lezione. Un evento, che è stato reso possibile grazie al tam tam di Facebook. Balbis ha prenotato per il 12 maggio, il teatro Chebello di Cairo Montenotte. Il teatro Chebello , intitolato da poco al “sindaco della gente” Osvaldo Chebello, a dieci anni dalla sua comparsa, sembra proprio, dato il nome, il più indicato per questo evento d’addio che sarà allietato anche da musica. Così il Professor Balbis, commenta la sua idea, un sogno nato agli inizi della carriera: “Penso si tratti di un evento unico, senza precedenti. L’idea è nata molto tempo fa, quando, ancora studente, stavo raccogliendo materiale per la mia tesi di laurea. In quell’occasione, rileggendo alcuni episodi della biografia di Cesare Pavese, incontrai lo spunto che mi fece pensare alla possibilità, un giorno, di offrire un’ultima lezione a tutti quelli che sarebbero stati i miei studenti. Ed è quello che, ora, mi appresto a fare”. Balbis, tiene a precisare che ringrazia tutte le persone, la maggioranza sono ex studenti, che si stanno dando da fare per riuscire a contattare tutti gli allievi che il professore ha avuto nella sua lunga carriera. Come non rammentare, l’evento dell’anno passato, un video da pelle d’oca che potete trovare in Internet, dove centinaia di studenti della Palmerston North Boys High School in Nuova Zelanda ringraziavano il loro professore che andava in pensione dopo 30 di insegnamento con una Haka molto commovente. La Haka è la danza tipica del popolo Maori, che vive in Nuova Zelanda. Una danza che rende visibili tutte le emozioni possibili. Anche l’evento del 12 maggio di Giannino Balbis sarà sicuramente un avvenimento da ricordare.

Un pellegrinaggio penitenziale e riabilitativo

pellegrinaggio-vocazionale-giovani-diocesi-di-comoUn pellegrinaggio, dal latino peregrinus, cioè straniero, è un viaggio compiuto per devozione, ricerca spirituale, o penitenza, verso un luogo considerato sacro. Oggi si intreccia al turismo non è più come un tempo in cui il pellegrino andava straniero, perciò senza protezione, con le fatiche i rischi dell’ignoto e l’animo volto alla pazienza e alla redenzione. I primi pellegrinaggi penitenziali risalgono all’VIII secolo. Il pellegrino penitente era visto come una figura di monaco , aveva alcuni segni di riconoscimento, un soprabito lungo, la escarsela, cioè una sacca per il cibo e il denaro, la pazienza ovvero un cordone legato ai fianchi. Al ritorno una palma se era andato a Gerusalemme, le chiavi di san Pietro se era stato a Roma, la conchiglia di San Giacomo se aveva fatto il cammino di Santiago di Compostela. Attorno all’Anno Mille, i pellegrinaggi furono talmente numerosi che negli itinerari dei loro cammini fiorirono a centinaia gli hospitalia, una specie di alberghi molto modesti per ospitarli e rifocillarli. Si pensi anche ai famosi Templari, Ordine di monaci/guerrieri sorto per la protezione dei pellegrini che andavano al Santo Sepolcro. Ora dopo mille anni, il pellegrinaggio è entrato nel turismo religioso di massa con finalità meno penitenziali. Ma esistono dei progetti europei, che propongono pellegrinaggi penitenziali e riabilitativi, per ora solo in Belgio, Francia, Spagna e Germania, al posto del carcere minorile. Sono progetti finalizzati a minori sottoposti a misure penali per piccoli reati, come furti e aggressioni, ma fra di loro c’è qualcuno che ha reati più gravi, come l’omicidio. Adolescenti problematici che iniziano un percorso, a tappe, di migliaia di chilometri verso Santiago o Roma, mete principali. Senza cellulare ma a contatto con la natura e con la fatica e la meditazione del camminare. Un percorso che li porterà alla libertà con consapevolezza. Certo qualcuno tenta di scappare, qualcun altro si dà i bagordi per qualche notte. Ma sembra che il pellegrinaggio al posto del carcere funzioni. Una riabilitazione che funziona più del carcere, perché la recidiva è di appena un terzo osserva Oikoten-Alba, l’associazione fiamminga che per prima, nel 1982, ha lanciato il progetto che adesso si cerca di portare in Italia. “Inserire i cammini nello strumento della messa alla prova? Perché no? Mi sembra interessante”. Così si esprime, Gemma Tuccillo, magistrato a capo del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità, sulla possibilità di aprire il pellegrinaggio riabilitativo per i minori anche in Italia.

 

 

 

 

L’amore fa perdere la testa… lo dice pure la scienza

amore-psiche-canovaL’innamoramento iniziale è come un tornado spazza via le inibizioni, il controllo, ci rende euforici, naturalmente se l’amore è corrisposto, altrimenti sono dolori. Come bene ha descritto Johann Wolfgang Goethe nel romanzo “I dolori del giovane Werther”, che tratta dei tormenti e delle sofferenze amorose di un giovane per la sua bella, già promessa sposa ad un altro uomo. L’amore romantico ci fa perdere la testa. Ora è scientifico, uno studio effettuato dal Dipartimento di ricerca cerebrale, di Okazaki, in Giappone, ha evidenziato che l’inizio di una relazione romantica si associa a una ridotta densità di materia grigia nello striato dorsale. La materia grigia è l’insieme delle cellule del nostro sistema nervoso. Lo striato è attivato da stimoli associati alla ricompensa, nuovi, inattesi o intensi. Gli innamorati quindi aumentano lo stimolo della ricompensa, del premio, del dono che anelano a ricevere, che viene rappresentato come una minore densità di materia grigia. Già si sapeva che con l’amore, ci sono gli stessi effetti e gli stessi percorsi neuronali di quando si è sotto l’effetto delle droghe, si ha la stessa euforia, con la differenza sostanziale che non si consuma robaccia dagli esiti deleteri e non si trasgredisce la legge. All’inizio degli anni ’60, ad esempio, non vi erano restrizioni al commercio della LSD, molti americani venivano trattati con questa droga, tra i pazienti più illustri l’attore Cary Grant e il senatore Robert Kennedy. LSD era una droga usata per la cura nei malati terminali, dava una specie di euforia senza temere la morte, e negli stati d’ansia e depressione. Ma poi vennero in luce i disastrosi effetti collaterali e ci si orientò verso il proibizionismo. Innamorare fa rimbambire, istupidire, ma è una delle più grandi sensazioni che esistano al mondo. Innamorati perdiamo la testa, perdiamo il controllo, siamo come drogati di LSD. Ma in modo tutto naturale e per quanto gli scienziati spieghino il funzionamento di valori chimici, molecole, cellule e neuroni e ci abbiano chiarito pure che l’innamoramento finisce, tramutandosi in affetto, ci sono ancora milioni di persone che ritengono che l’amore non sia solo biochimica che entri in gioco anche l’anima e che possa durare per sempre.

 

L’olio di nocciolo è un elisir

shutterstock_251365177-e1442922515544-700x515Il nocciolo è un arbusto che risale alla preistoria, sicuramente ben apprezzato dall’uomo neolitico. Per i cinesi è uno dei cinque nutrimenti sacri donati da Dio. Se ne fa menzione in un manoscritto, forse il più antico testo cinese sui farmaci, il cui autore è sconosciuto. Anche se una leggenda narra che chi lo scrisse fosse un imperatore, che introdusse in Cina le tecniche per l’agricoltura, chiamato il “Contadino Divino”. Probabilmente vissuto dal 2838 a.C. al 2698 a.C. Per i greci e i romani il nocciolo era rinomato al pari della vite. Apprezzavano le nocciole e ritenevano il loro olio medicamentoso e salutare. Difficile da ottenere senza l’impiego di tanti schiavi, venne in seguito sostituito con l’olio d’oliva, in quanto spremere le olive era molto più facile e si otteneva molto più olio. Il nocciolo al pari dell’alloro era associato al soprannaturale e alla magia. La rabdomanzia, ossia la ricerca dell’acqua nel sottosuolo, era effettuata con un ramo “biforcuto” di nocciolo. L’olio di nocciolo venne dimenticato sino ai tempi dell’ultima guerra, quando arrivarono gli anni dei razionamenti del grano e anche dell’olio. Una mancanza a cui si sopperiva col lardo o con lo strutto. Il Piemonte, è la terra in cui la nocciola, è un Prodotto Tipico Certificato (IGP), con prelibatezze che gradiamo tutti, del tipo: gianduia, gianduiotti e baci di dama. I contadini, si ingegnarono e con piccoli torchi ritornarono a spremere le nocciole per ottenerne l’olio. Le proprietà dell’olio di nocciola, sono non solo molto conosciute tra i buongustai che lo considerano un condimento sopraffino per tutte le pietanze, ma risultano assai preziose nella cosmesi e in particolare per il nutrimento della pelle. E’ indicato anche contro le rughe, l’acne, le smagliature e le cicatrici oltre che per massaggi tonificanti. L’olio di nocciola, come condimento, risulta utile per abbassare i livelli di colesterolo cattivo. Le nocciole infatti sono ricche di Omega 3 e Omega 6, di calcio, di vitamine e di sostanze antiossidanti. Gli antiossidanti sono in grado di neutralizzare i radicali liberi, i cui effetti negativi accelerano i processi di invecchiamento cellulare, attaccano il sistema immunitario e favoriscono l’insorgere di numerose malattie. Delle nocciole si usa tutto, i gusci si adoperano nelle stufe al posto della legna, mentre ciò che rimane dall’estrazione dell’olio è una specie di farina che viene usata per dolci. Una tradizione, quella dell’olio di nocciole, che era limitata solo a piccole aziende di nicchia, fuori dalla grande distribuzione. Fino a che, un giovane studente della facoltà di Agraria di Torino, Mattia Pariani, partendo dalla sua tesi di laurea, nel cui titolo vi era già una specie di premonizione: “Nocciolio” . E’ seguita la nascita di una start-up. In pochi anni l’azienda “green”, ubicata a Givoletto, in provincia di Torino, si è affermata esportando l’olio di nocciola, in 24 Paesi del mondo, dagli Stati Uniti al Giappone.“Tutto è cominciato tra i banchi dell’università – racconta Mattia Pariani -, analizzando i sistemi di estrazione dalla frutta secca. Poi con due compagni di studi ho partecipato al Premio nazionale dell’Innovazione. Ho continuato a crederci e non mi sono ancora fermato”.

 

 

 

 

 

 

 

 

I denti del giudizio vestigia di un tempo antico

Denti del giudizio, toglierli perché tanto non servono e sono fonte di problemi, oppure conservarli e toglierli solo in caso di carie e di problemi seri? Pare che tre italiani su dieci, in maggioranza donne, siano invitati a togliersi i denti del giudizio dal proprio dentista.

www.denti-bianchi.it

I terzi molari chiamati anche denti del giudizio, perché crescono attorno ai vent’anni, sembrano destinati a scomparire.

Sembra che una buona fetta della popolazione non li abbia e a un’altra buona parte non crescano correttamente causando dolori e infiammazioni.

Questo farebbe parte dell’evoluzione.

Le dimensioni della mandibola e della mascella si sono ridotte in confronto al passato.

Lasciando poco spazio per la crescita degli ultimi molari.

Il tipo di alimentazione, sempre più liquida e morbida, avrebbe comportato il minor uso della mandibola e il conseguente suo ridimensionamento.

Il primo ad accorgersi di questo fu Charles Darwin.

Secondo lui, i denti del giudizio non erano altro che un’eredità dei nostri antenati ominidi, che avevano una mascella più larga e con più denti per triturare meglio le foglie di cui si nutrivano, compensando così la incapacità di digerire cellulosa.

I denti del giudizio, hanno meno spazio per crescere, in quanto la mandibola si è ristretta.

Ma quest’ultima ha lasciato il posto a dimensioni maggiori del cervello.

Eureka!

No, secondo recenti studi sull’intelligenza, questa non sarebbe determinata dalle dimensioni del cervello ma dal suo schema di sviluppo. Le dimensioni non contano, sarebbe la corteccia cerebrale, quella specie di pellicola sottile che avvolge il  cervello, e la sua elasticità in particolare a determinare la genialità.

Anche se con gli studi sull’intelligenza tanto è ancora da scoprire.

Pare certo però che le dimensioni non c’entrano con buona pace per il genere maschile che ha il cervello più grande.

Gli uomini hanno la testa più grande delle donne.

In ogni caso i terzi molari o denti del giudizio sono denti vestigiali.

Organi che, con l’evoluzione, hanno perso la propria funzione originale e non servirebbero più a nulla.

Questo tenendo conto della teoria evoluzionistica, oggi criticata dal cosiddetto antievoluzionismo.  

Anche perché altre parti del corpo umano che si consideravano vestigiali, si è scoperto successivamente che avevano una funzione ben precisa.

Ad esempio negli Anni 60/70 era di moda asportare l’appendice vermiforme.

Un intervento chirurgico di appendicite non si negava a nessuno, neanche a quelli che non l’avevano infiammata.

Tanto quel piccolo tratto dell’intestino non serviva a nulla.

Mentre oggi la si cura anche se infiammata e la si asporta solo in casi estremi.

In quanto l’appendice vermiforme è molto importante per il sistema immunitario.    

                                                                                                               Paola Tassinari

Kenneth Clark e la difesa dell’Occidente

Kenneth Clark, Barone di Clark, (Londra 13 luglio 1903-21 maggio 1983) è stato un autore britannico, direttore di musei, uno dei più noti storici dell’arte della sua generazione. Unico figlio di una ricca famiglia scozzese, con radici nel commercio tessile.

Fonte:tate.org.uk/

Kenneth Clark frequentò la scuola di Wixenford, il “Winchester College” e il “Trinity College” di Oxford, dove studiò storia dell’arte.

Fortemente influenzato da John Ruskin, il critico d’arte, poeta e scrittore inglese del Romanticismo

Protetto da uno dei più influenti critici d’arte del tempo, Bernard Berenson.

Diventò rapidamente uno dei più autorevoli critici dell’arte britannica.

Nel 1933 all’età di 30 anni, fu nominato Direttore della National Gallery.

Il più giovane a ricoprire questa carica.

Un Barone che vestiva sempre in modo impeccabile, che non solo aveva ereditato una fortuna, ma l’aveva sempre accresciuta comprando e vendendo opere d’arte.

 

Venne nominato Sir e poi Lord, pochi storici dell’arte sono stati così omaggiati e allo stesso tempo invisi come lui.

Kenneth Clark sapeva capire e soprattutto sapeva trasmettere la sua conoscenza in modo semplice.

Aveva capacità di giudizio, non solo sull’arte, ma anche sulla vita e sull’individuo, di cui aveva punti fermi.

Senza nessun dubbio, per questo era poco amato, perché in un mondo relativo dove non ci sono più punti fermi, Kenneth Clark, calmo, eutrapelico, sicuro di sé ti snocciolava l’etica e da vero moralista ti diceva chiaro e tondo…è così!

Clark fu un docente infaticabile sia in ambienti accademici che in trasmissioni televisive.

La sua competenza fu quella di rendere accessibile una materia complessa e profonda, in modo tale che fosse apprezzata da un pubblico più ampio.

Nel 1969, presentò per la BBC, Civilisation: A Personal View.

Una serie di video conferenze, sulla storia della civiltà occidentale vista attraverso la storia dell’arte.

Civilisation è stata trasmessa, oltre che in Italia, anche negli Stati Uniti, ottenendo grande successo.

Ritagliando a Clark un profilo internazionale.

Civilisation fu ideata in contrappunto alle crescenti critiche della Civiltà Occidentale, al suo sistema di valori e ai suoi eroi.

Nell’esordio, Clark riferisce una citazione di Ruskin.

“Le grandi nazioni scrivono la loro storia in tre libri, quello delle loro azioni, quello delle loro parole e quello della loro arte, non uno di questi libri può essere compreso se non abbiamo letto gli altri due, ma dei tre l’unico affidabile è l’ultimo”.

Nel 1955, Clark acquistò il Castello di Saltwood nel Kent.

Barone di Saltwood, che in inglese si può tradurre con “legna/salata”.

Ciò fa pensare al fuoco per riscaldare ma anche a quello della passione e, pure alla legna come materia prima per l’artigiano, legna legata alla conoscenza teorica e pratica.

Esiste una forte somiglianza tra il sostantivo “scienza” e “legna”, in tutte le lingue celtiche.

Il significato di legna si può metaforicamente traslare al legnare, con senso di bastonare.

Non sto poi a lucrare sui significati molteplici del sale, “avere sale in zucca”, significa avere saggezza e buon senso, quindi il titolo di barone di Saltwood si può simpaticamente tradurre, adattandolo a Clark: la scienza e la passione del legno, che uniti alla saggezza e al buon senso del sale, legnano il nichilismo e il relativismo.

L’autorevolezza di Kenneth Clark, noto critico dell’arte inglese, è definita dalle sue onorificenze.

Nel 1938 fu ordinato Cavaliere Commendatore del Molto Onorevole Ordine del Bagno (KCB), ordine cavalleresco britannico.

Nel 1959, Kenneth fu insignito dell’Ordine dei Compagni d’Onore. 

Ordine Cavalleresco vigente nel Regno Unito e nel “Commonwealth”, di cui fa parte anche la sovrana Elisabetta.

Nel 1976 Kenneth fu nominato per l’Ordine al Merito.

Un’Ordine che dà riconoscimento per meriti speciali nel campo scientifico, artistico, letterario, militare e culturale.

Oggi, oltre alla regina Elisabetta II, solo ventiquattro membri viventi sono insigniti del titolo.

Nel 1959, Kenneth ricevette L’Ordine al Merito della Repubblica Austriaca o Gran Decorazione d’Onore.
                                                                                                                                     Paola Tassinari

Achillea e Amazone, c’è chi nasce gladiatrice anche se donna

A partire dagli anni Settanta le donne sono state ammesse nelle Forze Armate, degli eserciti occidentali, è sembrata una grande conquista, in realtà donne combattenti vi sono state anche nell’antichità: le gladiatrici. Se pensiamo al mito del gladiatore il pensiero corre al mondo maschile, un valoroso combattente che rischia la vita ogni volta che scende nell’arena, un divo amato dalle donne.

http://www.fscclub.com

Come per i campioni sportivi di oggi, è confermato dalle fonti, che le donne subivano il fascino di questi guerrieri.

Scritte sui muri di Pompei lo confermano.

“Lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze”

“Tormento e spasimo delle spettatrici”

Sembra non essere credibile, invece, che il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per volontà del pubblico, perché un bravo gladiatore prevedeva un lungo e costoso allenamento e mantenimento, oltre a proprie doti fisiche.

Da cancellare poi la credenza che il mondo dei gladiatori fosse esclusivamente solo maschile.

Nell’antica Roma scendeva nell’arena anche il genere femminile.

Un dato di fatto confermato da documenti scritti e testimonianze archeologiche.

Certo le gladiatrici piacevano al pubblico, combattevano a seno nudo, senza armatura ed elmo.

Piacevano meno ai legislatori, che emanarono leggi per regolare l’esercizio delle duellanti.

Proibizioni sull’età delle donne libere, dovevano avere più di vent’anni, divieti per le donne di rango equestre o senatoriale ( i divieti valevano anche per gli uomini).

Questo fa pensare che le ricche signore di alto ceto, non disdicessero di scendere nell’arena.

Piacevano poco anche agli scrittori, che le disprezzavano perché perdevano la femminilità, diventando virili.  

Ieri, come oggi, ci sono donne “amazzoni”, che se la cavano egregiamente anche in campi considerati maschili… è una questione di attitudini, di aspettative o di sogni, che nulla ha a che fare col genere.

E veniamo ad Achillea, che fa pensare all’eroe  Achille, e Amazone, alle mitiche guerriere, certamente due pseudonimi.

Probabile che Achillea e Amazone  appartenessero a famiglie senatoriali e che abbiano combattuto per diletto.

Su queste due gladiatrici, ci è giunto un rilievo in marmo del II secolo d. C., rinvenuto nella città turca di Alicarnasso, custodito odiernamente al British Museum, di Londra. Le due donne hanno i gambali e le protezioni alle braccia, scudo e spada e niente altro.

I loro nomi sono incisi in greco sul marmo.

L’iscrizione spiega che le due combattenti hanno ricevuto la “missio” ovvero la sospensione del combattimento che decretava il pari valore delle due atlete. Il fatto che l’evento sia stato commemorato su un mezzo costoso e durevole come il marmo, presuppone che le due combattenti fossero assai conosciute e apprezzate.

                                                                                                                          Paola Tassinari

Malena e Klepetan, una piccola, grande storia d’amore, fra… cicogne

Molti sono con il naso all’insù, in attesa di Klepetan, quest’anno è un po’ in ritardo, ci sono stati falsi allarmi sul suo avvistamento, ma ancora non è tornato dalla sua bella. Una struggente storia d’amore, che parla di lontananza, di solitudine, di ostacolo e impedimento e tanto affetto, quasi un “matrimonio” ben riuscito. Un po’ strappa lacrime ma con tanta fedeltà e coronata da un bel po’ di “pargoli”.

Klepetan

www.meteoweb.eu

Brodski Varos, in Croazia, un nido posto sul tetto di una casa rossa, dove Malena una femmina di cicogna aspetta per lunghi mesi il ritorno del suo compagno: Klepetan.

Malena ha ali danneggiate, fu ferita da un cacciatore, più di due decenni fa.

Non è più in grado di volare accanto a Klepetan.

Per non parlare poi di seguirlo all’inizio dell’autunno nel viaggio migratorio di oltre 10mila miglia verso il Sudafrica.

Sono 16 anni che Klepetan torna dalla sua amata, all’inizio di primavera, negli ultimi giorni di marzo.

Il periodo di riproduzione delle cicogne.

Quando le uova si schiuderanno e verrà il momento di insegnare a volare ai piccoli, dato che Malena non è in grado di farlo, sarà Klepetan ad eseguire questo compito.

I piccoli se ne andranno poi con lui nel viaggio migratorio.

Malena resterà tutta sola, ad aspettarlo sul comignolo della casa rossa.

Le cicogne, diversamente dalle oche, non si accoppiano per tutta la vita, tendono però a ritornare, come le rondini, allo stesso nido, ecco spiegata, togliendo un po’ di romanticismo, la fedeltà di Klepetan. 

In Croazia, la storia di Klepetan e Malena, le due cicogne innamorate con una sfilza di “cicognini”, oltre quaranta nascite lungo gli anni, è diventata un’attrazione.

Un richiamo fascinoso, parte della campagna ufficiale dell’Ente del Turismo croato con questi slogan:

“Saluta la primavera”
“Saluta qualcuno che ami”.

Invitando a postare sui social network il video, si trova su You Tube, di  “Klepetan  e Malena”.

Oppure inviando cartoline online ispirate all’amore delle due cicogne con frasi del tipo:
“Non vedo l’ora che sia primavera per stare con te!”
“Viaggerei per migliaia di chilometri per passare un momento con te!”.

                                                                                                                  Paola Tassinari

Il gatto in macelleria. Bufala? In realtà era un “E.S.”

Il gatto intero nel reparto macelleria Conad. Bufala? In realtà in questo caso un “E.S.”. L’autore del post originale lo chiariva in modo molto limpido, in quanto l’articolo iniziava con la scritta E.S.=Esperimento Sociale. Che cosa è questo E.S.? È un fake-post, una bufala, ma con l’intenzione di indurre una riflessione sul nostro sentire. Una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

E’ facile intuire che queste false notizie, al di là del fenomeno dei “burloni”, servono per “tastare” il polso.

Per avere l’idea di come le persone siano pronte a saltare un ulteriore fosso.

Verso la disumanizzazione che si crea sempre più, in nome del consumismo più sfrenato.

Di cui non si vuole rendere conto che è matematicamente finito.

E’ possibile che qualcuno si stia sfregando le mani al possibile nuovo mercato di carne di gatto e cane, visto l’aumento della popolazione cinese in Italia.

Possibile che ogni tanto si sovvenzioni qualche fake-post per saggiare il terreno?

In fin dei conti una tradizione giapponese, come mangiare il pesce crudo è passata e divenuta alla moda anche in Italia.

Se pensate con quanta fatica l’uomo è giunto alla cottura, vien quasi da ridere.

La cottura non è un optional, neutralizza i microbi.

In quanto le alte temperature rendono difficile la diffusione di tossinfezioni.

Torniamo al fake-post sulla vendita di carne di gatto, creato per un esperimento sociale.

Secondo l’autore una riflessione sulla nostra percezione, costituita da abitudini e tradizioni.

Le stesse tecniche sono utilizzate anche per diffondere notizie false ben più dannose.

Comunque, l’E.S. in questo caso, come spiega l’autore era volto verso una domanda precisa.

“Se il vedere questa immagine ha portato a rabbia ed indignazione, allora è arrivata l’ora di porsi nuove domande. Perché ci si indigna di fronte all’uccisione di un animale come il gatto o il cane, che è usuale cibo in Cina e si accetta come “normale” l’uccisione di animali come il maiale, il vitello, il coniglio?”

Quest’ultimo assolutamente non si mangia in Cina, ma neanche negli USA. In Italia gli animalisti spingono per fare in modo di vietare il consumo di questa carne, dal momento che ritengono che il coniglio sia un animale da compagnia.

In Cina, un piatto a base di gatto, serpente e pollo viene chiamato “dragone, tigre e fenice” è successo che casi di vendita di questo piatto a base di gatto siano stati segnalati anche in Europa, precisamente in Belgio e in Svizzera.  

Noi occidentali, non mangiamo carne di gatto o cane per una questione morale.

Ci identifichiamo con i nostri animali da compagnia.

Ma è anche proibito dalla legge, in quanto è vietato allevare o mangiare animali fuori dal controllo sanitario delle ASL.

Vero o leggenda non si sa bene, ma i gatti spariscono sempre di più, pure il mio.

Vi sono state addirittura denunce di sparizione di gatti, guarda caso, nel Veneto, territorio in cui il gatto era un piatto tradizionale servito con la polenta. E i cinesi, abituati a gustarlo, credete che abbiano remore a gustarsi un piatto prelibato per loro, pensando a quanto siamo fessi noi a non mangiare una squisitezza?

Volutamente non si è postato nessuna foto macabra.

Lasciando libera scelta di guardare o meno in Internet l’orrore dei nostri amici animali pronti per diventare cibo.

Non è con l’orrore che si possono vincere le battaglie, ma con l’amore si vince la guerra.

 

                                                                                                   Paola Tassinari 

IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?