ROMAGNA-RENNES… la terra cava a Sarsina

Bugarach_h_partb

A Rennes le Chateau si possono distinguere due gruppi di ricercatori, uno che indaga sui misteri di Berenger Sauniere, l’altro che è interessato alle potenti correnti energetiche di questi luoghi, poi vi sono quelli che non escludono nulla. Ho conosciuto un cacciatore di UFO (ONVI li chiamano i francesi), e le foto che mi ha inviato le ho trovare straordinarie e non manomesse, anche se da foto “aliene”, sono prima apparse come allegato nella mail, poi si sono volatizzate e sono scomparse nel mondo della rete. Nelle foto si vedeva un oggetto a forma di grande sigaro uscire da dietro una roccia, in altre si notava un “classico disco” volante.    Vicino a Rennes vi è il Bugarach, il monte sacro che sarebbe l’entrata di Agartha, la città sotterranea del mito della terra cava, poi come al solito… ci sarebbero dei tesori, oppure ci sarebbe la“reliquia” dei tempi biblici: l’Arca dell’Alleanza, e ancora sarebbe la base sotterranea degli alieni, oppure che in una sua grotta ci sarebbero i resti di Gesù, che qui avrebbe vissuto scampando dal Supplizio. Questa montagna sacra, nata in un’epoca lontanissima da una forza tellurica straordinaria, i geologi dicono 135 milioni di anni fa, avrebbe forti onde magnetiche, talmente potenti da impedire il volo di aerei e ostacolare le comunicazioni con i telefoni cellulari. Questo monte, già sacro ai Catari, che in Linguadoca avevano la loro roccaforte, nel corso degli anni è stato oggetto di attenzioni e di studi di ogni genere. Su questa montagna avrebbero, infatti, effettuato scavi e ricerche i nazisti di Hitler (influenzati dal mito della Thule e ispirati da Otto Rahn) e la NASA che, alcuni anni fa, avrebbe condotto rilevazioni e saggi nel terreno. Tra la gente del posto, poi, si parla con insistenza della presenza in zona di militari e di appartenenti ai servizi segreti. E quando alcune fonti, soprattutto americane, lo individuarono come la località che avrebbe preservato dalla distruzione prevista dai Maya per il 21 dicembre 2012, fu invaso da centinaia di persone, alzando notevolmente il prezzo delle case, addirittura la polizia francese bloccò per qualche giorno l’accesso al luogo. Come ben sappiamo il 21/12/2012 è stato una grande bufala, se inteso come catastrofe ambientale, se visto in termini “altri” e cioè come svolta spirituale epocale, la verità la sapranno solo i nostri posteri. Il Bugarah sarebbe quindi una specie di entrata per la terra cava, queste entrate si troverebbero nei Poli, ma anche nei punti di incontro delle Ley Line, per la New Age sono linee di energia che contornano la terra e che si focalizzano nei luoghi sacri, già dal tempo antico. Sarsina o la zona di Galeata potrebbero essere una di queste entrate. Al Museo archeologico di Sarsina, esistono dei reperti mosaicati che raffigurano la terra cava, in zona vi è la presenza delle marmitte dei giganti e Sarsina è il luogo sacro di San Vicinio che forse era un druido. Si narra che i druidi provenissero da Atlantide, discendenti degli iperborei e questi dei giganti, che erano gli iniziali abitanti della terra cava. A Galeata ci furono degli scavi effettuati da archeologi tedeschi nel 1942, che erano seguiti anche dai sevizi segreti e Sant’Ellero, il Santo di questi luoghi, era pure lui un sacerdote/druido. Inoltre, la regione a noi confinante e affine: le Marche, ospita il cosiddetto “triangolo dell’Adriatico”, dove corrono le stesse favole di alieni, di resti sacri, di magnetismo e di energia, ed è a Loreto, e in nessun altro posto, che i Templari “decisero”, dopo vari spostamenti, doveva stare la Casa di Maria. La leggenda narra che la Santa Casa fu trasportata dagli angeli: le pietre della Casa, fra le quali furono trovate cinque croci di stoffa rossa, sarebbe arrivata a Loreto, per iniziativa della nobile famiglia Angeli, che regnava ai tempi sull’Epiro. Guarda caso a Rennes le Chateau sarebbe esistito un gruppo segreto chiamato Società degli Angeli, che accoglieva adepti del mondo letterario e artistico di cui facevano parte Nicola Poussin, Victor Hugo, George Sand, Anatole France, Julius Verne e altri, il cui motto di riconoscimento era…Et in Arcadia Ego e qui siamo in un nuovo segreto.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 13/02/2017

I MISTERI DI RENNES LE CHATEAU IN ROMAGNA

 

crocediferro Reda

Appena tornata da Rennes le Chateau, dopo un viaggio di 2500 chilometri in quattro giorni, con la febbre e un blocco autostradale di tre ore, invitata gentilmente da Pierluigi Pini e Annamaria Mandelli, ricercatori di lungo corso sui misteri di Rennes, al centenario della morte di Berenger Sauniere, vi aggiorno sugli ultimi “folli” legami fra Rennes e la Romagna. Il piccolo paese di Rennes è uno dei misteri più chiacchierati del XX secolo, su cui ormai è stato detto e scritto di tutto. Dopo il famoso romanzo di Dan Brown: “Il codice da Vinci”, si può dire che vi sono ben poche certezze in tutta questa storia: Berenger Sauniere, un parroco che nel 1885 viene trasferito alla decadente chiesa di Rennes le Chateau, un piccolo paese della Linguadoca, nel sud della Francia, ai confini con la Spagna; l’antica chiesa dedicata a Maria Maddalena era in condizioni pietose, il prete raccolse qualche offerta e poi iniziò i primi lavori di restauro; durante i lavori di rimozione dell’altare venne rinvenuto qualcosa all’interno di uno dei pilastri, si parla di una fiala di vetro con dentro delle pergamene, da due a quattro, non si sa. Appena Sauniere trovò “quella cosa che non si sa”, divenne molto ricco, tanto che non solo riportò a nuovo tutta la chiesa, ma fece costruire un giardino, una biblioteca, una serra, una torre, una villa e altro. Iniziò pure a ricevere personaggi nobili ed illustri offrendo loro lauti banchetti (esistono le fatture). Tra questi personaggi ve ne era uno, chiamato dai paesani “lo straniero”, forse l’arciduca Johann Salvator di Asburgo in incognito. (Johann Salvator il 30 gennaio 1889 rimase fortemente sconvolto dalla tragedia di Mayerling, nella quale perse la vita, in circostanze misteriose, suo cugino l’arciduca Rodolfo, fu scosso a tal punto che dopo pochi mesi decise ufficialmente di rinunciare ai suoi titoli, al suo rango e ai suoi privilegi, scomparendo pure lui in modo oscuro). La provenienza di queste ricchezze è in fin dei conti il vero, unico, mistero da scoprire. Tutto il resto, dal tesoro merovingio, al Priorato di Sion, dalle pergamene cifrate ai quadri di Poussin, dalla Maddalena al corpo mortale del Cristo, dal “Serpente Rosso” (uno scritto del 1967 pubblicato il mattino del 17 gennaio, data con particolari riferimenti occulti, la notte successiva i tre autori morirono misteriosamente),alla misteriosa pietra che ipotizzava origini extraterrestri per la stirpe merovingia, fino ad arrivare a uno strano anello fatato che ricorda tanto quello dei Nibelunghi o al Cavaliere del cigno, che è una delle leggende medievali commissionate dal principe Ludwig di Baviera, deposto come pazzo e poi morto pure lui in circostanze poco chiare. Tutto questo, anche se è talmente strano, che può dar da pensare, è soltanto frutto di ipotesi, speculazioni basate su fonti incerte, spesso dei falsi e su notizie riportate di autore in autore come leggende metropolitane. Chiarito ciò passiamo ai nuovi collegamenti che legano questo paese alla Romagna. Il nome di Rennes le Chateau proviene probabilmente dal gallico “Reda”, che significa un “carro a quattro ruote”. Ebbene nella pianura romagnola, a pochi chilometri da Faenza esiste la frazione di Reda, una tradizione locale vorrebbe che Reda sia derivata dal nome Rheda-ae, che significava presso i Romani “carretta”. La pieve di Reda è intitolata a San Martino, il Santo francese per eccellenza, antesignano dei Templari, con affinità con antichi riti celti e patrono dei sovrani di Francia. Inoltre qui a Reda, in Romagna, si favoleggiava di un tesoro, di una quercia famosa in tutta la zona di Faenza, chiamata la  cvérza ‘ d Maiôla.  Ad essa era legata anche la leggenda che il Passatore vi avesse seppellito una pentola piena di monete d’oro, certo che quando la quercia è stata abbattuta non si è trovato nulla. Il famoso presunto tesoro di Rennes sarebbe quello portato a Roma da Tito dal Tempio degli Ebrei, poi razziato da Alarico durante il sacco di Roma del 410, nascosto a Carcassonne, dove tutt’ora esiste  la montagna di Alarico, mentre fonti scritte lo danno come regalo di nozze da parte di Ataulfo a Galla Placidia, la quale se lo portò a Ravenna quando vi ritornò.

 immagine: croce di ferro a Reda

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”

I TEUTONICI E LA BOLLA D’ORO

Hermann_von_Salza_Painting

La Bolla d’oro di Rimini è una crisobolla  (bolla aurea impressa con un sigillo in oro, ad indicare la particolare importanza del documento), con la quale Federico II di Svevia (imperatore del Sacro Romano Impero dal 1220 al 1250) riconobbe  all’Ordine Teutonico, la sovranità su una regione della Polonia centrale e su tutte le terre che i membri dell’Ordine fossero riusciti a conquistare ai Prussiani. I Malatesta in quegli anni erano fervidi sostenitori di Federico II, questi era molto legato ai Teutonici, che erano presenti in tutto il litorale adriatico. Un giorno di marzo del 1226, il gran Maestro dell’Ordine Teutonico, Hermann Von Salza, saliva le scale del palazzo dell’Arengo riminese, dall’Imperatore Federico II di Svevia che, in quei giorni, soggiornava nella  “fedelissima Rimini”, per ricevere la crisobolla. Hermann è stato il quarto Gran Maestro dell’Ordine Teutonico, fu per un ventennio il consigliere più stretto di Federico e suo intermediario nei confronti del papato. Hermann sottrasse più volte l’Imperatore  alla scomunica, in particolare, quando Federico rimandò la partenza della crociata che si era impegnato a condurre in Terra Santa. La Bolla è il riconoscimento per l’Ordine Teutonico di tutti i diritti di sovranità sui territori in questione, tra cui quello di emanare leggi e coniare moneta, e del compito di conquista di una terra ancora pagana, in vista della sua evangelizzazione.  I Pruzzi, come erano chiamati questi pagani che abitavano la Polonia avevano un paganesimo legato alla natura: “Poiché essi non conoscevano il Signore, adoravano erroneamente le sue creature, ovvero il sole, la luna, le stelle, gli uccelli, i quadrupedi, e anche le serpi. Essi possedevano fiumi, campi e boschi sacri, ove non osavano arare, pescare o raccogliere legna”. Sull’autenticità della Bolla d’oro di Rimini  si è molto dibattuto; tuttavia è certo che l’Ordine Teutonico si servì di questi documenti come fonte di legittimazione politica per la conquista militare delle terre baltiche. Ma chi erano i Teutonici? Nel 1189, dopo la caduta di Gerusalemme, fu indetta la terza Crociata, alcuni Crociati tedeschi costruirono un ospedale da campo a San Giovanni d’Acri, curando i loro connazionali, fino al loro rientro in Germania, lasciando l’ospedale a due religiosi tedeschi. Nacque così l’Ordine dei fratelli dell’ospedale di Santa Maria dei Tedeschi in Gerusalemme. Nel 1197 ebbe luogo una Crociata guidata dall’Imperatore Enrico VI. Quando questi morì, i Cavalieri che lo avevano preceduto in Terra Santa rientrarono in Germania, ma prima del rientro decisero di trasformare l’Ordine, sino ad allora esclusivamente ospedaliero, in un Ordine Monastico/Cavalleresco, con il nuovo compito militare di tutela dei pellegrini tedeschi. L’Ordine dei Cavalieri Teutonici era abbastanza simile a quello di altri Cavalieri gerosolimitani, con poche differenze. Oltre alla croce nera patente sul mantello bianco anziché rossa come i Templari, i Teutonici erano soltanto persone nobili, comunque benestanti, di origine germanica, mentre i Templari erano prevalentemente francesi e gli Ospitalieri, in maggioranza italiani. I Teutonici furono sempre aperti verso la cultura islamica, provenivano infatti dalle zone in cui era diffuso un tempo l’arianesimo, il quale credeva nel Cristo solamente umano, come è ancora oggi visto nel Corano. Si distinsero dagli altri ordini per la loro tendenza al sacrificio, il desiderio e l’orgoglio di morire in battaglia. Evidentemente questa era una caratteristica eredita dai loro avi di origine pagana, come celti e barbari. Un’altra particolarità dell’Ordine tedesco, fu quella di non impegnarsi solo in Terrasanta ma di operare anche nell’ Europa nordorientale, tanto da crearsi un proprio regno. I Teutonici appoggiarono gli imperatori germanici del Sacro Romano Impero, in primis Federico II di Svevia. L’importante episodio storico di Federico II, che promulgò a Rimini la Bolla d’oro è ricordato da un’epigrafe inserita, nel 1994,nei Palazzi comunali. La bolla d’oro, di cui nel Museo cittadino è esposta una riproduzione, è conservata a Berlino in due esemplari.

immagine:Hermann Von Salza

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 23/01/2017

 

LORENZO MONACO E GLI UFO

Natività Lorenzo Monaco

Anni fa visitando le Gallerie dell’Accademia a Firenze, ero entrata solo per vedere i Prigioni, ovvero le statue  eseguite per la tomba di Giulio II, e il David di Michelangelo, rimasi a bocca aperta nel vedere il tripudio di colori e bellezza delle tavole pittoriche che andavano dallo stile giottesco al primo Rinascimento, molte in Gotico  Internazionale, stile decorativo, chiamato anche fiorito o cortese. Il pittore Gherardo Starnina, tramite un viaggio a Valencia nel 1380, si aggiornò alle novità internazionali, quando tornò a Firenze influenzò alcuni pittori tra cui Pietro di Giovanni, conosciuto ai più come Lorenzo Monaco (1370/1425). Quest’ultimo, sia pittore che miniatore, prese i voti divenendo frate camaldolese. Lorenzo fa parte di quel gruppo di religiosi che si dedicarono all’arte, insieme al Beato Angelico, Fra’ Bartolomeo e Filippo Lippi, acquistandone fama. Lorenzo nacque, probabilmente a Siena, ma fu fiorentino per cultura, suo maestro fu Agnolo Gaddi. Elaborò uno stile elegante, sontuoso di ori e ricco di colori brillanti, con figure allungate e raffinate, le vesti con sofisticati e irrealistici panneggi. Fu l’ultimo esponente importante dello stile giottesco, prima della rivoluzione rinascimentale di Masaccio e del Beato Angelico, frate camaldolese pure quest’ultimo, e suo allievo, che oscurerà un poco il prestigio del maestro. Le opere di Lorenzo Monaco, sono tra le immagini più belle dell’arte medievale europea, trattano temi cristiani tradizionali e le forme tardo/gotiche sono eleganti e soffuse di ardente devozione religiosa. I primi quadri e miniature, del 1390, tendono al giottesco, nella maturità è evidente lo stile Internazionale, mentre nelle opere finali, si può riconoscere un iniziale Rinascimento. Al MAR di Ravenna si conserva una tavola di Lorenzo Monaco: “Crocifissione di Cristo con San Lorenzo” (1400/1415). Gran parte delle opere della collezione del Museo ravennate proviene dal Monastero dei Camaldolesi, oggi Biblioteca Classense, tramite le soppressioni napoleoniche, forse è per questo che l’importante tavola si trova a Ravenna, in fin dei conti Lorenzo Monaco era un frate camaldolese. Al MAR è custodita pure l’immagine del fondatore dei camaldolesi: San Romualdo, dipinta dal Guercino, dove il Santo tutto vestito di bianco, è inginocchiato e prega a braccia aperte, con gli occhi rovesciati in alto, alle sue spalle un angelo picchia con un bastone un diavolo che lo sta tentando, sullo sfondo uno scorcio di cielo con nubi. Nella tavola di Lorenzo Monaco, Cristo ha il corpo sinuoso e sofferente mentre la Maddalena col manto rosso e i lunghi capelli ondulati e biondi, gli bacia i piedi martoriati, a sinistra le pie donne, di cui una veste un mantello giallo acceso, sorreggono la Madre affranta. A destra San Lorenzo in blu e arancio col vessillo crociato, simbolo di martirio e San Giovanni in una veste riccamente panneggiata, di colore arancio cangiante; sullo sfondo improbabili rocce e angioletti, il tutto dà luogo ad un dolore sommesso e contemplativo, cui la bellezza del creato lenisce la pena. Un aneddoto curioso e bizzarro per un’opera di Lorenzo Monaco, qualche anno fa, in una trasmissione televisiva, in un ennesimo programma sulla ricerca, della presenza di Ufo e di alieni nell’arte, venne proposta, come prova, anche la Natività di Lorenzo Monaco (1409), conservata al Metropolitan Museum di New York. Sopra la Madonna compare una nube circondata da raggi dorati, ammesso che sia un poco strana stilisticamente, come pure è bizzarro il volto di San Giuseppe che guarda in alto in maniera davvero insolita, in una posizione che non può esistere, mi sembra veramente un po’ poco per dimostrare la presenza di un’astronave in questa Natività. Eppure gli ufologi ribadiscono che vi è la scena dell’annuncio ai pastori, descritta nel Vangelo di Luca, ma in quel racconto della natività non si parla di nubi luminose, da dove deriva allora questo particolare? La risposta è molto semplice, della nube luminosa si parla nei Vangeli apocrifi e gli artisti prendevano spunto molto spesso da questi Vangeli, basti pensare che la stessa presenza del bue e dell’asino non è narrata nei Vangeli canonici.

immagine: Natività di Lorenzo Monaco

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 09/01/2017

IL CANE, L’UOMO E LE LEGGENDE

San Cristoforo come cinocefalo

La leggenda sul ponte Tiberio di Rimini è nota, Tiberio invocò il diavolo che lo aiutasse nella costruzione del ponte e fece un patto con lui, il diavolo avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l’anima del primo che lo attraversava. L’imperatore accettò, ma quando venne il momento Tiberio ordinò che per primo passasse  un cane. Così fu fatto e il diavolo, che aspettava la sua anima sull’altra sponda del ponte, rimase a bocca asciutta, pieno di rabbia Satana cercò di abbattere il ponte ma rimase scornato. Questa leggenda penso che la conosciate in tanti, però forse non sapete che lo stesso mito è legato ad altri ponti cosiddetti del diavolo, ponti che troviamo a Cividale, a Bobbio e a Lucca per esempio. Il ripetersi e il trasmettersi per lungo tempo di una leggenda, può essere fonte di ipotesi su credenze antiche e metaforicamente nascondere una realtà scomoda o indicibile per i tempi. Proviamo a dipanare la matassa partendo dalla simbologia del cane. In tutte le culture indoeuropee di età classica, sono presenti i Cinocefali, gli uomini/cane, popolazioni che vengono descritte da vari autori latini e greci con nomi diversi, collocate nei luoghi più remoti, come creature mostruose realmente esistenti. Affine ai Cinocefali è anche la divinità egizia di Anubi, in questo caso però, l’uomo/cane è tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti. San Cristoforo viene raffigurato in moltissime icone e affreschi bizantini con le fattezze di Cinocefalo, in un testo di epoca medioevale, molto diffuso, viene narrata la leggenda del Santo, che sarebbe stato proprio un Cinocefalo convertitosi al cristianesimo. San Cristoforo  presenta caratteri comuni sia al dio egizio (il Santo traghetta Gesù bambino, portandolo sulle spalle, da una riva all’altra di un fiume, così come Anubi traghetta le anime fra il regno dei vivi a quello dei morti) sia ai molteplici racconti di Cinocefali (talvolta San Cristoforo viene rappresentato come un gigante, attributo condiviso da diverse popolazioni di uomini/cane). La figura di San Cristoforo sarebbe, anche, un retaggio di culti pagani legati al moto astronomico di Sirio, stella appartenente alla costellazione del Cane Maggiore. La festa del Santo cade il 25 luglio e il riferimento astronomico riguarderebbe il periodo della canicola (o solleone) termine per indicare un periodo caldo ed afoso che parte dal 24 luglio arriva al 26 agosto, giorni in cui il sorgere e tramontare di Sirio coincidono con quelli del Sole. Altro Santo legato alla canicola è San Rocco, la cui festa è il 16 agosto, è un Santo molto popolare in Romagna, avrebbe soggiornato a Rimini, Forlì e Cesena. Protettore della peste, malattia dal quale guarì grazie a un cane che lo salvò dalla morte per fame, portandogli ogni giorno un tozzo di pane. Nel pensiero medievale, “ogni oggetto materiale era considerato come la figurazione di qualcosa che gli corrispondeva su un piano più elevato e che diventava così il suo simbolo”. Il simbolismo era universale, e il pensare era una continua scoperta di significati nascosti. Il simbolismo del cane è ambivalente, anticamente è impuro, col feudalesimo diventa un animale nobile, compagno del signore nella caccia, (pensandoci bene anche la caccia è ambigua).Nelle molte leggende, ci sono alcuni elementi fondamentali: il cane è uno psicopompo, vale a dire una guida delle anime, è collegato agli inferi, che custodisce o nei quali dimora ( Cerbero dei Greci o Anubis nell’antico Egitto) e alla morte in genere, tanto da poter mettere in contatto con l’aldilà. E siamo alla traduzione delle leggende legate ai ponti: all’inizio del Medioevo si persero  molte conoscenze tecniche per la costruzione di edifici, la popolazione guardava con meraviglia a questi ponti con arcate perfette, pensando che non fossero stati edificate da persone reali; mentre l’attraversamento del ponte stava a un cane, in quanto questo animale era visto come psicopompo, ma anche come diavolo, e forse era anche una metafora per mandare al diavolo gli inquisitori, che erano soprattutto domenicani, parola il cui significato è, cani del Signore, che certamente dovevano incutere all’epoca molto timore.  

immagine: San Cristoforo cinocefalo

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 02/01/2017

 

OMO SELVATICO IL NOSTRO YETI

santuario carbognano

Le leggende sull’omo salvatico sono molto diffuse lungo l’arco alpino e gli Appennini almeno fino al Medioevo. L’omo salvatico vi compare come un vero e proprio uomo, dotato di razionalità, più ingenuo e semplice, forse, ma a volte anche superiore all’uomo civilizzato, di solito presenta il corpo ricoperto da un folto pelo che rende in genere superfluo l’uso di abiti. Alle origini del mito possiamo identificare Pan, divinità ellenica, mezzo uomo e mezzo caprone, che incarnava alcune caratteristiche positive ad altre negative, possiamo ritrovarvi qualcosa degli antichi druidi, i sacerdoti dei Celti, delle divinità dei boschi Silvano e Fauno e qualcosa anche degli eremiti. L’Alta Valtiberina è una valle che comincia in Romagna e si dispiega tra Toscana ed Umbria, qui in questa valle precisamente a Monterchi si preserva la storia dell’omo salvatico. Quest’ultimo, conosciuto anche col nome di Agnolaccio, era un essere mostruoso a metà tra l’uomo e il gigante, e ai tempi del Granduca (XVIII secolo) abitava il fitto bosco tra i castagni secolari, dell’Appennino. Viveva in uno spoglio rifugio e, poco distante dalla sua casa, si trova ancora oggi la grossa vasca di pietra dove uccideva gli animali di cui si cibava. La Tina, questo il nome della grande vasca, sorge in un una piccola radura dove sono rimasti anche i resti della chiesetta da cui prese il nome il poggio stesso. La Tina appare come un grande blocco monolitico scavato in due buche profonde, una delle quali ha un foro e un gradino. Qui l’Agnolaccio sgozzava i polli, gli agnelli e addirittura i vitelli che rubava ai contadini. Tutti temevano l’Agnolaccio: contadini, bambini e donne. Secondo la leggenda durante la Festa paesana della Polenta, attratto dalle risa e dall’allegria della gente, rubati dei vestiti e sistematosi alla meglio, sarebbe corso nella piazza del paese per passare qualche ora in allegria insieme a tutta la gente, ma tutti scapparono impauriti. A uccidere l’Agnolaccio, liberando i contadini dal peso delle sue ruberie, sarebbe stato un certo Marco, un abile cacciatore, che ricevette in dono da un frate di passaggio una pallottola d’oro benedetta. Con questa, Marco uccise l’omo salvatico e come ricompensa il Granduca concesse a lui e alla sua discendenza, per sette generazioni, la patente di caccia. La leggenda di Monterchi, probabilmente attesta la presenza di antichi culti pagani, che il cristianesimo (il frate che offre la pallottola benedetta) ha fatto molta fatica ad estirpare, culti che forse perdurarono sino alla fine del Medioevo. Anche da noi in Romagna certamente esisteva questo mito, vediamo dove trovarne traccia. A Carbognano la campagna nei dintorni di Rimini un tempo era adibita ad agricoltura e pastorizia. Qui abitava, al tempo dei romani, la famiglia Carbonia, che dà il nome al luogo, famiglia piuttosto importante che fece costruire, sul luogo ove oggi c’è il Santuario della Madonna, un tempio dedicato al culto del dio Pan, che veniva invocato, dai sacerdoti Luperci   perché proteggesse i raccolti e le greggi. Luperco era un antico dio latino, identificato con il lupo sacro a Marte, poi considerato epiteto di Fauno, e infine assimilato al dio Pan. Il Lupercale, era la sacra grotta dove i gemelli Romolo e remo erano stati allattati dalla lupa. Nel 1822 scavando nel piazzale del Santuario è venuta alla luce una lapide scritta in latino, su cui era inciso il nome di uno dei sacerdoti, che veniva addirittura da Roma, ciò attesta l’importanza del luogo. Affini ai Luperci erano i sacerdoti Arvali, un antico collegio sacerdotale romano dedito alla dea Dia e al dio Silvano associato a Marte. Il loro tempio si trovava sempre in un luogo nei boschi, erano quasi antesignani degli eremiti. Questo dio Silvano/Marte, ha molte analogie con l’omo salvatico, infatti se ne sta nei boschi, protegge orti, confini e bestiame, è un po’ misogino, un po’ ridotto male, con la barba ed irsuto, spaventa i contadini, ma non era considerato cattivo. Ma chi era Dia? La dea Dia degli Arvali è una divinità proto celtica, protettrice dei campi, che significa buona dea, divenne poi dea Bona, la Vergine di Bonora a Montefiore Conca probabilmente mutua il nome da questa dea.   

immagine: Santuario di Carbognano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 12/12/2016

GLI ARCHETIPI DEL TEMPO

green-man-legend

Nelle aree montuose più impervie, sembra a volte che siano sopravvissute, in età cristiana, reminiscenze magico-religiose pre o proto-storiche, reminiscenze superstiziose mai completamente dimenticate. Senza entrare nel dettaglio si può sottolineare, il paganesimo di questi luoghi, da certi toponimi, come nella zona attorno a Rimini, il caso delle Grotte di Onferno, un tempo Inferno, oppure certe feste, come la Notte delle Streghe a San Giovanni in Marignano, dove sembra abitasse un tempo, Artemisia la strega buona. Questi luoghi erano ritenuti infestati di streghe, inganni e superstizioni fin dal Medioevo. Si può notare, come nel folklore, siano rimasti riti legati alle streghe, alle lamie, ai capri, questi ultimi nella festa di San Martino. Ve ne sono anche che ricordano “l’omo salvatico” e tutti questi personaggi hanno alcuni tratti che si collegano con il tempo atmosferico e con gli astri. L’omo salvatico è una sorta di benigno Yeti, profondo conoscitore e maestro della pastorizia e della lavorazione dei relativi prodotti. Ha un particolarissimo rapporto con le condizioni meteorologiche: esegue sempre il suo lavoro con il sole, la pioggia e la neve, ma fugge terrorizzato quando tira vento, per lui vero e proprio maltempo. Le lamie erano spesso spettri meridiani, ossia comparivano alle due estreme ore della giornata, mezzogiorno e mezzanotte. L’ariete è l’animale /totem della preistoria. Esso fa parte di quella gamma di animali cornuti addomesticati, che erano la ricchezza dei pastori neolitici, assieme al bue o al toro. Questi ultimi affascinano ancora l’immaginario popolare della Romagna, c’è un detto che dice, “I a bu i bu” ( hanno bevuto i buoi) al singolare bo al plurale bu (sembra un linguaggio neolitico), “I bu”, è pure il titolo di una raccolta di poesie di Tonino Guerra. Ma torniamo alla simbologia, in un ambito diverso ritroviamo la medesima rappresentazione, Abramo, fermato da Dio, sacrificò un ariete al posto di Isacco, è forse testimonianza del passaggio dal sacrificio umano a quello animale. Sembra esserci una certa differenza tra l’ariete ed il capro: il primo è emblema di bontà e perfezione, mentre il secondo di lussuria e malignità, fino a figurare il diavolo nel sabba delle streghe. Povere capre sono così simpatiche, puzzano un po’ è vero, ma non mi sembra che per questo possano essere viste come malvagie, mentre gli ovini debbano essere sempre visti come buoni, la differenza non cambia però, perché vengono uccisi e mangiati entrambi. Il capro è anche animale “tragico”. Tragedia significa letteralmente “canto del capro”, pare che derivi dai canti che accompagnavano il sacrificio di questo animale a Dioniso e dalle relative processioni. Infine il corno o le corna sono simbolo di potenza, dotati di corna erano i seguenti dei: il celtico Cernunnos con corna di cervo, gli egizi Hator ed Amon (quest’ultimo con testa d’ariete), la semitica Astarte (Isthar, Iside, Tanit, ecc.).Nei giorni del Carnevale, a Roma si celebravano i Lupercalia, riti di carattere purificatorio con forti tratti pastorali, sotto il patrocinio del dio Fauno, al quale veniva sacrificata una capra per propiziare la fecondità delle greggi. Il culto di Fauno venne in seguito sostituito da quello di un dio, di umile origine, Silvano che in certe raffigurazioni è immagine di Cristo. A queste rappresentazioni si collega l’omo Salvatico la cui leggenda perdura sino al Medioevo. Chiamato anche Green Man solitamente è associato alla Regina di Maggio, legato quindi anche ai riti celtici del 1° Maggio. Dal capro siamo arrivati a questo leggendario Robin Hood o uomo selvatico, il cui agire viene dalla natura, un archetipo che appare nella coscienza umana quando serve. L’omo salvatico non deve essere soggiogato, deve essere solo addolcito dalla sua regina di Maggio. Il Green Man romagnolo, racconta la leggenda, si chiamava Agnolaccio che è il dispregiativo di Agnolo, termine medievale per Angelo, che induce a un accostamento con l’Angelo per eccellenza, ossia San Michele Arcangelo. Sarà un caso che accanto ai Santuari di San Michele sovente vi sia accanto un Santuario dedicato alla Madonna Nera?

 immagine: Green Man

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 28/11/2016

 

 

 

 

PASSEGGIATE IN PINACOTECA

klimt_nudo

La collezione Moderna e Contemporanea della Pinacoteca del Mar si è rinnovata, le opere di ’800 e ’900 di artisti quali Vittorio Guacimanni, Domenico Baccarini, il fascinoso “nudo di donna” di Klimt, le opere di Schifano, Boetti e Cattelan sono in un nuovo e luminoso percorso. Accanto a queste opere la collezione antica merita sicuramente una visita. Da vedere, la Madonna con il  Bambino e Santi, con le storie di Cristo del XIV sec. del Maestro del Coro Scrovegni, il piccolo  “tempietto” con l’Ultima  Cena e l’Orazione nell’Orto di Giorgio Klontzas, e gli artisti come Marco Palmezzano, Francesco Zaganelli, Bartolomeo Montagna, Lorenzo Monaco, Taddeo di Bartolo, Antonio Vivarini, Paris Bordon ed altri. Baldassare Carrari è ben presente con le iniziali opere ancora un po’ gotiche e dal segno secco e grave come, “La cattura di Cristo”, con un intrico di lance, spade e braghe a righe rosse e bianche per arrivare a quelle più tarde dove i tratti si addolciscono. Notevole la grande tela affollatissima di personaggi di Giorgio Vasari. Mistica la “Madonna che adora il Bambino”, di ambito forse francese, dalle belle mani giunte, gli occhi socchiusi, vestita di velluto e broccato verde e rosso, dipinto che piacque tanto al critico d’arte Federico Zeri. Poi i corpi nudi di varie opere che riprendono le fattezze di San Sebastiano infilzato da frecce, che trafiggono questo Santo che è un po’ “il bel corpo” per eccellenza nella storia della pittura. La grande tela del Guercino, fa la sua figura, con San Romualdo e un angelo che bacchetta il diavolo che sta tentando il Santo. Bella la tela piena di movimento di Cecco Bravo con Apollo e Dafne dai colori contrastanti e stridenti, uniti in una composizione a croce di Sant’Andrea. “La  Sacra Famiglia”, di pittore emiliano con un Bambinone talmente grande che pare di due anni, “Allegoria dell’Abbondanza”, del Maestro di Flora è molto originale con una figura di donna vista da tergo, e bambini che le si avviluppano tutto attorno. E poi naturalmente la star della Pinacoteca, la statua di Guidarello Guidarelli, guerriero e cavaliere morto per una camicia. Nella Pinacoteca c’è questo e molto altro ma io voglio scrivervi di un olio che non avevo mai notato nelle mie precedenti visite. Un dipinto, dalla simbologia strana, rappresenta la “Creazione dell’uomo”, di un pittore veneto del XVII secolo. Ebbene raffigura Dio che scende dall’alto con veemenza portando la scintilla ad Adamo, con accanto una capra, una scimmia, un coniglio e un cane, davvero una simbologia strana, come se Dio avesse voluto dare all’uomo le caratteristiche di questi animali. In origine, la capra era considerata l’essenza stessa della virilità, il simbolo della potenza sessuale maschile. Gli ebrei la usarono come “capro espiatorio”, cioè come mezzo per liberare il popolo dai propri peccati. Per i greci la “tragedia”, significava “canto dei capri”, poiché veniva eseguito da attori mascherati da caproni. I romani celebrarono il caprone nel dio Fauno, protettore delle campagne e delle greggi. Col tempo, e sotto l’influenza della Chiesa cattolica, il caprone è passato a rappresentare il demonio. Il coniglio e la lepre rappresentano entrambi la sessualità ardente; sono simboli lunari, sono emblema indiscusso di fertilità. Il coniglio in genere reca buona sorte, una zampa di coniglio o di lepre veniva considerata un amuleto. La natura della scimmia, è il voler imitare tutto ciò che vede fare, è l’animale più simile a noi e per il cristianesimo è simbolo di sfrenatezza sessuale. Alla figura del cane vengono associate numerose qualità che vanno dalla più totale lealtà, alla più profonda amicizia e caratteristiche come la dolcezza, la sicurezza, l’innocenza e l’altruismo, ma soprattutto il saper dimenticare e perdonare. Nell’antico Egitto, Anubi aveva la testa di un cane (o di uno sciacallo) era il custode del regno dei morti. Si può quindi ipotizzare che l’anonimo pittore veneto riconoscesse nell’uomo, per prima cosa una gran fertilità, poi un po’ di demonio, quindi l’espiazione dei peccati e un po’ di fortuna, e ancora le virtù come l’amicizia, la lealtà e l’altruismo e la capacità di saper perdonare e dimenticare, per poi infine morire.  

immagine: Nudo Gustav Klimt

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 21/11/2016

MARCOLINO PER LA PACE

B-Madonna-della-Pace-(Vitale-da-Bologna)

Marcolino Amanni (1317/1397) entrò giovanissimo nell’Ordine Domenicano a Forlì, visse in semplicità avendo cura dei poveri e dei bambini. Portava sempre con sé un’immagine della Madonna opera del pittore Vitale da Bologna. Attraverso questa piccola icona il Beato Marcolino avrebbe parlato con la Madonna e la Madonna con lui. Marcolino vestì l’abito a soli dieci anni, non brillò né sulla cattedra, né sul pulpito. La sua azione fu silenziosa e nascosta, la sua predica fu con gli esempi di vita quotidiana. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Forlì. La Pinacoteca Civica di Forlì, intitolata a Melozzo degli Ambrogi, ha sede presso i Musei di San Domenico, il complesso è formato da cinque edifici: Palazzo Pasquali, Chiesa di San Giacomo Apostolo, Convento dei Domenicani, Convento degli Agostiniani e Sala Santa Caterina. Qui sono conservate opere strettamente legate a Marcolino: la sua tavoletta con l’immagine della Madonna, il sarcofago rinascimentale e chissà un giorno anche la pala del Guercino. La Madonna della Pace, appartenuta al Santo, è opera pittorica di Vitale da Bologna databile alla meta del Trecento. Vitale da Bologna, il cui vero nome era Vitale degli Equi, è stato probabilmente il più importante pittore bolognese del Trecento, si formò osservando la pittura del grande Giotto, ma fu influenzato anche dalla pittura gotica francese e dalla miniatura. Infatti nella Madonna di Marcolino si ravvisa la bellezza tipica del gotico fiorito, ravvisabile dallo sfondo decorato e dalla dolcezza degli occhi allungati della Vergine. La Madonna della Pace è legata alla “Tabula Pacis” una tavoletta dipinta con un’immagine sacra che un tempo veniva mostrata ai fedeli per il bacio della Pace (oggi si augura la Pace con una stretta di mano). L’icona  dopo un accurato restauro è stata collocata accanto all’arca marmorea del beato Marcolino. La tavola raggiunge così il sarcofago del Santo, nel luogo dove un tempo viveva e pregava. L’arca di raffinata fattura rinascimentale è dello scultore fiorentino Antonio Rossellino 1427/1479,  il cui vero nome era Antonio Gamberelli, ma fu soprannominato Rossellino per il colore dei suoi capelli. Il sarcofago marmoreo simula un edificio formato da pietre, risulta intercalato da pilastrini  decorati con linee, negli archi le immagini dei frati domenicani, fra cui Marcolino, sono ritratte realisticamente. Il coperchio presenta due angeli svolazzanti con cartiglio ed in cima vi è l’Annunciazione: l’arcangelo Gabriele dalle vesti in movimento e la Madonna che quasi nasconde il capo timorosa. Giovanni Francesco Barbieri detto il Guercino, a causa di una menomazione all’occhio destro subita in età infantile, fu un pittore ferrarese ritenuto uno degli artisti più rappresentativi del barocco. Nella pala d’altare di Forlì è raffigurato il Santo davanti alla Madonna con Bambino in compagnia di un angelo, colori sontuosi e movimento sono le peculiarità del dipinto che raffigura l’apparizione della Vergine che Marcolino pare avesse di notte stando in estasi. La grande tela fu rubata al tempo delle spoliazioni napoleoniche, fu considerata perduta fino a quando fortunosamente fu recuperata, oggi è a Brera. La fama di Marcolino era diffusa fra la popolazione, i suoi confratelli lo consideravano un “buono a niente”, (un po’ come il nostro detto che dice, è tanto buono che è un… quajòn). Ma il popolo che lo vedeva correre a sedare le numerose risse imponendo ai contendenti di baciare la tavoletta, lo amava. Straordinario è il fervore con la quale i forlivesi seguivano il Beato Marcolino e ancora più straordinario sono le pregevoli opere d’arte, ben tre capolavori unici, che lo riguardano a testimonianza che la bontà è il pregio più bello. I confratelli deridevano la semplicità del Santo, consideravano i suoi miracoli e le sue profezie un caso, ma il popolo lo santificava e alla sua morte, fu tale la gente accorsa, che i frati lo seppellirono di notte, ma la mattina dopo, le persone accorse incuranti dei frati lo disseppellirono. Si parla di 1200 pellegrini in un solo giorno. Avvennero molti miracoli, il suo corpo emanava profumo e per molto tempo fu viva la devozione. 

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 07/11/2016

C’E’ BISOGNO DI VERI EROI

image-8

“La Benemerita e Fedelissima Arma dei Carabinieri d’Italia, il cui motto è: ‘Nei secoli fedele’, è indubbiamente ispirata alla fedeltà. La loro Patrona è la Madonna ‘Virgo Fidelis’, raffigurata  con il Bambino Gesù che poggia sulle sue ginocchia e regge il mondo: segno della grande fede di Maria, in forza della quale meritò di divenire Madre di Dio e madre dell’umanità, o con  queste parole: ‘Esto fidelis usque ad mortem’, ovvero ‘Sii fedele fino alla morte’ (Ap 2, 10). La Fede è una luce che ti permette di credere a ciò che è invisibile, ti dà la sicurezza che qualcosa d’Altro esista, è una ricchezza senza fine. Molta parte della scienza nega lo spirituale, si sofferma solo sul reale, ma in fin dei conti che differenza di sostanza c’è, fra qualcosa che esiste solo nel presente, nell’attimo e poi ti lascia un ricordo labile che il più delle volte dimentichi, con qualcosa d’altro che non esiste nel presente, che non vedi, ma che non svanirà mai dalla tua mente?”. Mentre stavo scrivendo queste righe, per il mio nuovo romanzo, mi ha telefonata Medardo Resta, l’artista della scrittura gotica, invitandomi all’ intitolazione, a Ulderico Barengo, medaglia d’Argento al Valor Militare, della sede di Ravenna dell’Associazione Nazionale Carabinieri, svoltasi qualche settimana fa. La cerimonia, è iniziata con la deposizione di una corona d’alloro al monumento ai Caduti, è proseguita con lo scoprimento della targa alla presenza delle Autorità, quindi il convivio e poi la giornata si è conclusa con il concerto della Fanfara dei Carabinieri di Firenze. Il ravennate Ulderico Barengo passò dalla Fanteria all’Arma nel 1917.  Nel 1919 era tra gli ufficiali inviati in Albania, come istruttore, per strutturarne la Gendarmeria. Di questo lavoro svolto dall’Arma, dal 1915/20, rimase una traccia indelebile di professionalità, riscontrata quando, dal 1928, ripresero i rapporti tra Italia ed Albania, poi quando lo Stato balcanico divenne brevemente parte del Regno d’Italia;  ma rimase una valida conoscenza anche per gli ultimi interventi in Albania, nell’ultimo decennio del XX secolo. Barengo nel 1940 diventerà Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, nel 1943 morirà dilaniato da una bomba d’aereo, assieme al suo Comandante Generale, Azolino Hazon, mentre accorrevano al quartiere romano di San Lorenzo per organizzare i soccorsi a favore della popolazione vittima di un bombardamento. Barengo è considerato lo “storico” per eccellenza dell’Arma, pubblicò in 20 anni, numerose opere storiche, con particolare riguardo al Risorgimento. Nel 1933, Barengo in una conferenza al Circolo Ufficiali  Allievi di Roma parlando dell’Arma ricordò che i Carabinieri erano sorti a Torino; rammentò che erano soldati scelti, dovevano avere spiccate qualità fisiche e indubbia moralità. Gli aspiranti carabinieri, la data della loro fondazione è il 1814, in un’epoca di analfabetismo, dovevano saper leggere e scrivere correttamente. Avevano privilegi di ordine morale e altri di natura economica, ad esempio un semplice Carabiniere guadagnava più di un Furiere Maggiore (grado assimilabile al Sergente); ogni Carabiniere aveva diritto ad avere un letto tutto per sé mentre nelle altre Armi un letto doveva servire per due militari. All’inaugurazione del  Monumento al Carabiniere, del 1933, che si trova nei giardini reali di Torino, opera dello scultore Edoardo Rubino,   Barengo ha così commentato: “Con una concezione profondamente umana il sommo artista non ha voluto fare di lui un eroe da leggenda, raffigurarlo in atteggiamento di combattente, di salvatore, di vittima. E’ un Carabiniere in piedi, in atteggiamento tranquillo, con lo sguardo diretto lontano. In posizione di riposo, ma vigilante riposo. E’ il Carabiniere che possiamo vedere dovunque; è il soldato cui è stato detto: quando tutti dormiranno tu veglierai, perché essi possano riposare tranquilli; quando tutti si divertiranno, tu vigilerai… e vedrai cadere il camerata senza farne vendetta. La strada che i Carabinieri percorrono è seminata di tombe; ma il sacrificio non è mai sterile e il sangue versato, come nella canzone del Poeta, fa rifiorire le rose”.

  articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 31/10/2016