Montefiore Conca, panorama impagabile, castello, fantasma, tesoro, città sprofondata, antichi riti… che altro c’è?

Montefiore Conca, panorama impagabile, castello, fantasma, tesoro, città sprofondata, antichi riti… che altro c’è?

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 10 Lug 2018, 19:12

 

Il Castrum Montis Floris è citato per la prima volta in un documento del XII secolo. Una concessione fatta da papa Alessandro III alla Chiesa di Rimini. Monte del Fiore o Montefiore Conca, già il nome evoca un luogo ameno, è un borgo posto tra le colline di Romagna e Marche. A venti chilometri da Rimini, su un tragitto un tempo assai frequentato.

Tanto da essere citato da Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso, per indicare la via da percorrere da Rimini ad Urbino: “Quindi mutando bestie e cavallari, /Arimino passò la sera ancora;/ né in Montefiore aspetta il matutino/ e quasi a par col sol giunge in Urbino,”(Orlando Furioso c. XLIII, s. 147). Montefiore Conca è inserito fra i 100 borghi più belli d’Italia, si abbarbica con le sue case attorno al castello, capolavoro dell’architettura malatestiana, venne costruito nel Trecento, pare sia stato iniziato da Malatesta “Guastafamiglia”, il figlio di Pandolfo I Malatesta, chiamato così perché “guastava” le famiglie, condannando a morte molte persone.

Dopo una salita in auto un poco tortuosa si arriva al paese, si sale poi a piedi per ripide scarpate per accedere al castello, oggi restaurato e visitabile nei suoi grandi saloni, come quello dell’Imperatore con gli affreschi di Jacopo Avanzi, quello del Trono, e i terrazzi panoramici. Un po’di “fiatone” per essere ripagati da viste mozzafiato, un panorama che abbraccia a tuttotondo la Romagna intera, partendo da Ravenna l’occhio arriva sino al profilo del monte Conero.

Nel 1322 i Malatesti acquistarono dal comune di Rimini e dal papa tutti i diritti su Montefiore. Iniziarono così ad abbellire il castello, fornendolo di tutte le comodità. Un maniero non solo difensivo ma arricchito di affreschi e ornamenti. Così divenne una delle dimore estive predilette dai Malatesti e luogo di rappresentanza per ricevere ospiti del calibro del re d’Ungheria Luigi D’Angiò, papa Gregorio XII e papa Giulio II e altri. Dopo la sconfitta di Sigismondo Malatesti (1462) Montefiore tornò sotto il dominio della Chiesa, governato prima da Cesare Borgia (1500-1503), poi dai Veneziani (1504-1505).

Nel 1514 fu concesso dal papa in feudo al principe macedone Costantino Comneno, condottiero e capitano di ventura, nel 1517 a Lorenzo di Piero de’ Medici, nel 1524 ancora al Comneno (che qui morì nel 1530). Dalla metà del XV secolo fino all’Unità d’Italia, il castello fu proprietà dello Stato Pontificio, subendo un processo di progressivo abbandono. I primi restauri si ebbero tra gli anni ’50 e ’70, l’attuale aspetto è invece il frutto dei lavori del 2006 /2008. Come ogni castello che si rispetti ha il suo fantasma, quello di Costanza Malatesta.

La tradizione vuole fosse la madre di Azzurrina, la bimba morta misteriosamente nella Rocca di Montebello. Costanza andò sposa giovanissima, rimase ben presto vedova. Ritornò a Montefiore con una ricca dote, dandosi alla pazza gioia assieme a numerosi amanti. Questo fatto provocò le ire dello zio Galeotto, che ordinò ad un sicario, di ucciderla. Ma sei anni dopo Costanza risultava ancora viva, forse fu per questo che si iniziò a parlare del suo fantasma, avvistandolo nella Rocca.

Oltre al fantasma, Montefiore ha altri misteri, sembra che nelle mura del maniero sia nascosto il tesoro di Sismondo Malatesta e che le fondamenta del castello celino la città scomparsa di Conca. La leggenda di un’Atlantide sommersa è nata a seguito di un’annotazione di un anonimo commentatore della Divina Commedia. In cui si parla della “città profondata”, si favoleggia quindi di una città sommersa dall’acqua al largo della foce del fiume Conca. Nei pressi di Cattolica, ma “città profondata”, può riferirsi sia a profondità di mare che di terra.

Panorama impagabile, fantasma, tesoro, città perduta… che altro c’è? Un senso religioso profondo, a Montefiore Conca si trovano numerosi Santuari. Da sempre meta di fedeli, tra cui il Santuario della Madonna di Bonora e quello della Madonna di Carbognano. Inoltre si svolge una cerimonia antica, la cui origine si perde nel tempo: la Processione del Venerdì Santo, con riti precisi e ripetuti nei secoli, tramandati da padre in figlio, ogni mantello con cappuccio, ogni ruolo della processione appartiene ad una famiglia di Montefiore da lontanissime generazioni.

Altro evento, che quest’anno giunge alla 25° edizione, è Rocca di luna, si terrà sabato 14 luglio e le vie e le piazze del borgo si riempiranno di musica, spettacoli e divertimenti per grandi e bambini. La festa si chiuderà con un grande spettacolo piromusicale realizzato dalla Rocca malatestiana. Durante la manifestazione saranno presenti bancarelle di prodotti tipici, artigiani e hobbisti. Ingresso 7 euro. Gratuito per bambini fino 10 anni e per i residenti del comune di Montefiore Conca.

Paola Tassinari

‘In a Blink of a Night’: 100 chitarre elettriche al Palazzo di San Giacomo a Russi, faranno rivivere venerdì la Versailles di Romagna

‘In a Blink of a Night’: 100 chitarre elettriche al Palazzo di San Giacomo a Russi, faranno rivivere venerdì la Versailles di Romagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 19 Giu 2018, 12:25

La Famiglia Rasponi non aveva mai abitato in campagna. Chissà come mai al conte Guido Carlo Rasponi, venne in mente di costruirsi un palazzo enorme, in mezzo alla campagna. Talmente grande da essere chiamato la “Versailles di Romagna”. Forse fu per celebrare, il fratello maggiore, il cardinale Cesare Rasponi, illustre alto prelato; che quando Papa Urbano VIII morì e i Barberini, filofrancesi, caddero in disgrazia, si recò in Francia per ricucire gli strappi politici.

A Parigi, fece amicizia con la regina e il cardinale Giulio Mazzarino. A tal punto che a Cesare Rasponi fu chiesto di rimanere in Francia e gli fu offerta una pensione generosa. Scrisse al ritorno a Roma nel 1650, un Diario ricco di annotazioni di quel viaggio. Il cardinale Cesare fu autore di varie opere letterarie e fu un religioso misericordioso. Al punto di lasciare gran parte dei suoi beni a un’opera di bene fondata dal sacerdote concittadino Francesco Negri. (Quest’ultimo è stato un esploratore e naturalista italiano, che viaggiò sino a Capo Nord). All’epoca si narrava che, se non fosse incorso in una morte prematura, probabilmente sarebbe divenuto papa.

Alla Biblioteca Classense di Ravenna, un dipinto ad olio di Andrea Barbiani, raffigura il cardinale Cesare Rasponi seduto su un seggiolone con alto schienale, con indosso la mozzetta rossa su un candido camice merlettato. Col volto girato di lato, lo sguardo intenso, un poco strabico, con baffi e pizzo alla d’Artagnan e lunghi capelli scuri. Appare come una persona dal carattere pacato ma deciso. Nel 1664 il conte Guido Carlo Rasponi, fratello minore del cardinale Cesare Rasponi, acquistò la tenuta di Raffanara, sita nella campagna ravennate, a circa 2 km dall’abitato di Russi.

Nella tenuta vi erano due edifici, una chiesa dedicata a San Giacomo, e le rovine di un castrum. I Rasponi edificarono la loro residenza estiva sulle rovine dell’antico castello. Il Palazzo è ubicato sotto il fiume Lamone, in un grande spiazzo, in mezzo alla campagna e conserva un bel viale di accesso alberato. Conosciuto anche come “Palazzaccio” o “Palazzo delle 365 finestre”, è veramente imponente, presenta una facciata lunga quasi ottantacinque metri, alta quindici e conclusa da torri di venticinque metri.

Conserva all’interno una serie di affreschi a tema mitologico e allegorico che costituiscono il più vasto ciclo pittorico del Sei-Settecento presente in Romagna. Nella sala dedicata al cardinale Cesare Rasponi, affreschi di Cesare Pronti e di Filippo Pasquali, col ciclo delle divinità rappresentanti i giorni della settimana (Saturno, Mercurio, Giove, Venere, Marte, Luna). Le sale sono affrescate con allegorie dei segni zodiacali. La saletta centrale con l’allegoria delle quattro parti del mondo all’epoca conosciute: al centro del soffitto è dipinto il sole, ai quattro angoli Europa, Asia, Africa e America, con i loro simboli identificativi. Nella saletta della Torre Nord è raffigurata la simbologia dell’Amore; la sala dell’alcova presenta gli affreschi di Zeus e Venere.

Nel 1757 venne aggiunta la cappella esterna, dedicata a San Giacomo, poi ristrutturata da Cosimo Morelli. Durante il Risorgimento il palazzo diventò nascondiglio dei rivoluzionari e sede di riunioni clandestine. La famiglia Rasponi cessò di utilizzare la residenza dopo il 1880, mantenere un’architettura così mastodontica doveva avere costi molto alti. All’inizio del XX secolo furono distrutti il giardino all’italiana e molti elementi architettonici del palazzo. La proprietà passò alla Diocesi di Faenza e fu smantellata, da ignoti, di tutti gli arredi e le suppellettili.

Dal 1975 è proprietario il Comune di Russi; dopo un periodo di degrado, ha ricevuto importanti interventi di restauro grazie a finanziamenti europei, statali, regionali, comunali e di privati. Si narra che il pittore Mattia Moreni, negli anni ‘70, durante i suoi soggiorni estivi a Russi, dipingesse dentro a queste grandi camere. Muovendosi lungo i corridoi e le innumerevoli stanze con una bicicletta. Con gli importanti lavori di messa in sicurezza e restauro, dal 2006, è diventato un luogo perfetto per appuntamenti speciali di Ravenna Festival.

Venerdì 22 giugno, ore 21:30, si terrà lo spettacolo “In a Blink of a Night”cento chitarre elettriche in concerto, lampeggeranno e strideranno, un’occasione da non perdere. Show organizzato da Rockin’1000, l’evento nato a Cesena che ogni anno vede radunarsi mille musicisti e cantanti che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, in collaborazione con Ravenna Festival. Euro 15, posto in piedi.

Paola Tassinari

Russi, espressione romagnola di una storia millenaria. E quell’origine del nome….

Russi, espressione romagnola di una storia millenaria. E quell’origine del nome….

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 30 Mag 2018, 14:19

Russi è una piccola e placida città della Romagna, situata fra Lugo e Ravenna, con la piazza centrale, le chiese, i resti della rocca e due gioielli architettonici, la Villa Romana e il Palazzo di San Giacomo. Nota a molti per la tradizionale “Fira di Sett Dulur”, una delle più antiche feste di tutta la Romagna, che si tiene la terza domenica di Settembre. La Villa Romana, scoperta grazie a un caso fortuito, è uno dei ritrovamenti romani più importanti e meglio conservati del nord Italia; nel 1969, si ritrovarono, sotto la pavimentazione, due tombe con corredo funebre, databili tra fine VII e inizio VI secolo a.C. Appartengono a due salme, un guerriero e un altro personaggio e testimoniano una presenza antichissima.

Nel Trecento i “Da Polenta”, importante famiglia ravennate, vi edificò un fortilizio. Rivestì, nel Basso Medioevo, un ruolo molto importante, nelle lotte per la supremazia nel territorio romagnolo. Lotte che impegnarono, tra gli altri, i Manfredi, la Repubblica di Venezia e lo Stato della Chiesa. Nel XVI secolo, la città ebbe grandi sofferenze, prima passò il Borgia con le sue milizie. Poi nel 1512, il passaggio delle truppe franco-ferraresi guidate dalla “Folgore d’Italia”. Così era chiamato il famoso Gastone de Foix, un personaggio che fu molto osannato, forse perché, aitante e spavaldo, fisicamente assomigliava ad Alessandro Magno. Morì giovanissimo nella Battaglia di Ravenna, ultimo scontro cavalleresco. Ciò ha lasciato ai posteri un alone mitologico, in realtà, Gastone, fu crudele e saccheggiò molte città.

A Russi, il Foix, devastò il paese, trucidando la popolazione. Pochi anni dopo, nel 1527, la città fu sottoposta a nuovi saccheggi da parte dei Lanzichenecchi, in marcia verso Roma. Nel Settecento, si ebbe la trasformazione che conduce alla Russi dei giorni nostri. Nel XIX secolo Russi, fu un importante centro di azione risorgimentale, annoverando fra i suoi cittadini, grandi personaggi come Luigi Carlo Farini e Alfredo Baccarini. Curioso e significativo è il fatto che il toponimo sia rimasto praticamente invariato nei secoli.

Russi evoca la Russia e i suoi abitanti ma che c’azzecca il freddo Nord con la nostra città romagnola? “ET-RUSSKI, cosa lega russi ed etruschi?” è un libro, in cui Alberto Baschiera e Irina Hurkova, hanno tentato di rispondere a questa domanda, aprendo la ricerca a nuovi insospettati percorsi che potrebbero riscrivere totalmente la storia di questo popolo. Le origini del popolo etrusco sono ancora oggi controverse, misteriose, non chiare anche perché vengono chiamati con nomi diversi. Gli storici russi, gli esperti anglosassoni, la scuola romano-germanica sono solo alcune delle innumerevoli strade intraprese nei decenni per risolvere questo enigma. L’autore dopo essersi avvicinato alla cultura etrusca, ricerca alcuni aspetti riguardanti la lingua per coglierne elementi specifici e nuovi che pongono nuova luce su questo affascinante popolo.

È possibile che gli Etruschi fossero originari della Russia? Nella loro lingua, gli Etruschi, si chiamavano “Rasenna o Rasna. Rasenna, con significato di “diversi”, particolarità già riconosciuta dagli antichi. Il termine Rasnia o Rasenna, di cui non si conosce la pronuncia può avvicinarsi al termine “Rassiani” col quale si indicano oggi gli abitanti della Russia. In lingua russa esiste un termine “rasnia” con significato di “diversi”. Non risulta che ci fosse, prima di Cristo, una terra chiamata Russia. I Vichinghi, IX secolo, che con le loro lunghe navi, colonizzarono le coste e i fiumi in tutto il mondo allora conosciuto, come la Grecia, la Persia, Costantinopoli, Gerusalemme, l’Italia, Londra, l’Inghilterra e la Russia a cui hanno dato il nome.

Nel Baltico i Vichinghi erano chiamati rops, termine norreno che significa rematori, che passò alle lingue slave come Rus. Il termine Rhos è usato anche nelle fonti greche e bizantine, deriva dal norreno antico var, che ha significato di fratellanza. E’ possibile che ci sia un collegamento fra Russi e la Russia tramite gli Etruschi e successivamente coi Vichinghi? “L’archeologia non pone problemi da risolvere, ma misteri da vivere” (Kierkegaard).

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Viaggio nella tradizione culinaria della Romagna

Viaggio nella tradizione culinaria della Romagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 4 Giu 2018, 17:31

 

In Italia la tradizione culinaria è diversa, da regione a regione, è sicuramente una ricchezza in più. Diversi anche i gusti e i consumi di carne. Maiali, pecore e bovini non sono apprezzati ovunque allo stesso modo. In Romagna si apprezza la carne del maiale, però questo vale solamente appunto in Romagna. Diversamente dall’Emilia, dove si ha il trionfo della pecora e del castrato. La Romagna, la “terra dei romani”, come allora erano chiamati i bizantini, che si ritenevano i veri romani in quanto l’Impero Romano d’Occidente, era caduto.

La pecora era l’animale simbolo della tradizione romana. Il maiale, che i romani pure apprezzavano, era un simbolo alimentare delle genti germaniche. L’Emilia, occupata precocemente dai germani, in questo caso i longobardi, mentre la Romagna mantiene la tradizione bizantina/romana.

L’opposizione tra queste due culture si vede anche nel modo in cui vengono riempiti i cappelletti e i tortellini. Quest’ultimi con ripieno di formaggio e carne, si ispirano alla cultura del maiale. Mentre i cappelletti con ripieno di solo formaggio, fanno riferimento alla pecora come fornitrice di latte e formaggio. Nell’Alto Medioevo, lo scontro fra romani e barbari, si ha anche col tipo di alimentazione: la cultura del pane, del vino e dell’olio, simboli della civiltà agricola romana, si oppone alla cultura della carne, della birra e del burro, emblemi della civiltà barbarica e in particolare delle popolazioni germaniche, più legate all’uso della foresta che alla pratica dell’agricoltura.

Alla tradizione antica romana della misura, si sovrappone la cultura celtica e germanica del grande mangiatore come personaggio positivo. La misura nel cibo e nella vita degli antichi romani della repubblica, certo non coincide allo stile di quella imperiale romana, dove gli invitati approfittavano del cibo e del vino fino all’inverosimile, quello che non riuscivano a bere, mangiare e vomitare lo facevano gettare via dagli schiavi, ordinavano altro cibo con il solo scopo di vederselo servire, ma senza averlo neppure assaggiato lo facevano gettare a terra e calpestare dal viavai degli schiavi.

La presenza di tanti cibi che esaltavano i piaceri della vita, ma anche del vino dai cui eccessi spesso derivava una tristezza etilica, portava con sé anche una riflessione sulla morte, che costituiva spesso un tema rappresentato nei mosaici dei triclini (il triclinio era il locale in cui si pranzava, prese il nome dai tre cuscini, ovvero tre letti imbottiti su cui i padroni di casa e i loro ospiti si sdraiavano per tutta la durata del pranzo) nella forma di scheletri che portano anfore contornate da scritte che proclamano sentenze come “Godi, finché sei in vita, il domani è incerto”, “La vita è un teatro”, “Il piacere è il bene supremo”. Ma torniamo al convivio dei barbari del Medioevo , che era caratterizzato da una grande abbondanza di carni, poteva durare ore e addirittura giorni, allietato da danzatrici, musici, giocolieri.

Anche la posizione a tavola cambiò: dallo stare coricati sui letti, allo stare seduti sulle sedie. I due poli piano piano si avvicinarono, dando luogo a due prodotti principali giunti sino a noi, il pane e la carne. Se per la cultura romana il pane era il cibo ideale dell’uomo, per la cultura barbarica questo ruolo spettava alla carne. La tradizione del pane è giunta sino a noi, pensiamo ad esempio al coperto del ristorante che non è altro che il cestino del pane. Mentre per il consumo di carne, stanno aumentando i vegetariani, con ragioni morali più che nutrizionali. E se pensiamo a cosa accade al povero castrato prima di giungere sul nostro piatto, magari alla brace con contorno di pomodorini, i vegetariani non hanno tutti i torti.

Gli agnelli del gregge venivano prima castrati, poi fatti ingrassare dai pastori o anche dai contadini, ai quali venivano ceduti quale compenso per l’uso dei pascoli, per essere utilizzati come riserva di carne dalla famiglia. La castrazione si eseguiva per evitare che, avvicinandosi all’anno di età, la carne assumesse odori troppo forti. Inoltre, consentiva anche il pascolo di questi capi insieme al resto del gregge, senza il rischio di ingravidare le pecore presenti.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Il gatto in macelleria. Bufala? In realtà era un “E.S.”

Nuova immagine (63)Il gatto intero nel reparto macelleria Conad. Bufala? In realtà in questo caso un “E.S.”. L’autore del post originale lo chiariva in modo molto limpido, in quanto l’articolo iniziava con la scritta E.S.=Esperimento Sociale. Che cosa è questo E.S.? È un fake-post, una bufala, ma con l’intenzione di indurre una riflessione sul nostro sentire. Una notizia completamente falsa ma che, spacciata per autentica, è in grado di influenzare una parte dell’opinione pubblica, divenendo di fatto un argomento reale, dotato di un apparente senso logico.

E’ facile intuire che queste false notizie, al di là del fenomeno dei “burloni”, servono per “tastare” il polso.

Per avere l’idea di come le persone siano pronte a saltare un ulteriore fosso.

Verso la disumanizzazione che si crea sempre più, in nome del consumismo più sfrenato.

Di cui non si vuole rendere conto che è matematicamente finito.

E’ possibile che qualcuno si stia sfregando le mani al possibile nuovo mercato di carne di gatto e cane, visto l’aumento della popolazione cinese in Italia.

Possibile che ogni tanto si sovvenzioni qualche fake-post per saggiare il terreno?

In fin dei conti una tradizione giapponese, come mangiare il pesce crudo è passata e divenuta alla moda anche in Italia.

Se pensate con quanta fatica l’uomo è giunto alla cottura, vien quasi da ridere.

La cottura non è un optional, neutralizza i microbi.

In quanto le alte temperature rendono difficile la diffusione di tossinfezioni.

Torniamo al fake-post sulla vendita di carne di gatto, creato per un esperimento sociale.

Secondo l’autore una riflessione sulla nostra percezione, costituita da abitudini e tradizioni.

Le stesse tecniche sono utilizzate anche per diffondere notizie false ben più dannose.

Comunque, l’E.S. in questo caso, come spiega l’autore era volto verso una domanda precisa.

“Se il vedere questa immagine ha portato a rabbia ed indignazione, allora è arrivata l’ora di porsi nuove domande. Perché ci si indigna di fronte all’uccisione di un animale come il gatto o il cane, che è usuale cibo in Cina e si accetta come “normale” l’uccisione di animali come il maiale, il vitello, il coniglio?”

Quest’ultimo assolutamente non si mangia in Cina, ma neanche negli USA. In Italia gli animalisti spingono per fare in modo di vietare il consumo di questa carne, dal momento che ritengono che il coniglio sia un animale da compagnia.

In Cina, un piatto a base di gatto, serpente e pollo viene chiamato “dragone, tigre e fenice” è successo che casi di vendita di questo piatto a base di gatto siano stati segnalati anche in Europa, precisamente in Belgio e in Svizzera.  

Noi occidentali, non mangiamo carne di gatto o cane per una questione morale.

Ci identifichiamo con i nostri animali da compagnia.

Ma è anche proibito dalla legge, in quanto è vietato allevare o mangiare animali fuori dal controllo sanitario delle ASL.

Vero o leggenda non si sa bene, ma i gatti spariscono sempre di più, pure il mio.

Vi sono state addirittura denunce di sparizione di gatti, guarda caso, nel Veneto, territorio in cui il gatto era un piatto tradizionale servito con la polenta. E i cinesi, abituati a gustarlo, credete che abbiano remore a gustarsi un piatto prelibato per loro, pensando a quanto siamo fessi noi a non mangiare una squisitezza?

Volutamente non si è postato nessuna foto macabra.

Lasciando libera scelta di guardare o meno in Internet l’orrore dei nostri amici animali pronti per diventare cibo.

Non è con l’orrore che si possono vincere le battaglie, ma con l’amore si vince la guerra.

 

                                                                                                   Paola Tassinari 

Sciucaren, un suono antico dal ritmo moderno

sciucaren x sito

Chi non ha mai sentito parlare degli sciucaren… una tradizione romagnola che porta  gioia e buonumore nelle feste della Romagna contadina? Perché si chiamano sciucaren? Da cosa deriva questo nome?
In dialetto romagnolo “sciucher” vuol dire “schioccare la frusta”, gli sciucaren  sono coloro che sanno maneggiare la frusta con maestria, accompagnando canzoni e balli popolari. Gli antichi Romani celebravano la festa dei Lupercali, con una cerimonia  in cui dei  giovanotti  muniti di fruste  correvano colpendo le donne sterili. La frusta quindi era un simbolo di fecondità femminile e di fertilità della terra, questo rito sembra derivare dalla festa celtica di Imbolc, celebrata in onore della dea Brigid. Infatti un’altra storia racconta che la tribù gallica che nel quarto secolo a.C. si stanziò in Romagna, era esperta nel maneggiare cavalli e carri e  già sapeva far “schioccare”  la frusta. Luogo d’origine dei celti era la città francese di Perpignan, e “parpignan” in dialetto romagnolo è il nome del manico della frusta. Altri studiosi suggeriscono origini ungheresi, slave e pure cosacche. E’ bene poi ricordare che San Martino, festeggiato in Romagna con grandi feste, proprio come la nostra Befana, scendendo dalla cappa del camino, portava regalini per i più buoni, depositando una frusta per i più cattivi. La tradizione narra che nelle lunghe ore di cammino sulle strade i barrocciai  cantavano le loro canzoni accompagnandosi con gli schiocchi delle fruste, il loro primo strumento di lavoro, il cui maneggio era considerata una vera e propria arte. Un’altra usanza narra che quando si arava il campo, una persona aveva la mansione di schioccare la frusta in aria (come per dare un colpo “a salve”) per intimidire i buoi che non stavano andando al ritmo giusto. Se le bestie non avessero tenuto il ritmo, la prossima schioccata non sarebbe stata lanciata in aria, ma avrebbe colpito  gli animali. Con il passare del tempo questo originale e apprezzato modo di  maneggiare la frusta prese sempre più piede, e in Romagna  si inserirono i sciucaren  nelle bande musicali o nei corpi da ballo. La frusta è formata da una corda solitamente con una maniglia rigida. È usata per assestare colpi agli esseri umani o agli animali come mezzo di controllo, di potere, di punizione, di tortura  o anche come cilicio… ma noi in Romagna l’abbiamo resa giocosa e brillante come al circo.

immagine: sciucaren

 

articolo già pubblicato il giorno 20/07/2015 sul quotidiano “La Voce di Romagna”

Un cedro miracolo

bancarelle-con-i-cedri-modificata-e1402006585776

Il 1° maggio a casa mia alla fine del pasto, si gustava come dessert un piatto a base di cedri sbucciati, tagliati a fette, precedentemente lasciati macerare con lo zucchero, buonissimi, ne ero ghiotta e per lungo tempo ho ritenuto i cedri legati ai simboli della Festa del Lavoro o a quelli celtici. Mi sbagliavo. La Chiesa di Santa Maria dei Servi di Forlì, detta anche Chiesa di San Pellegrino, sorge in Piazza Morgagni, piazza dedicata all’illustre medico e patologo forlivese, fondatore della medicina clinica moderna, la scelta di posizionare qui la sua statua fu ben azzeccata. La basilica fu costruita intorno al 1250 e fu subito occupata dai frati mendicanti dell’ordine dei Servi di Maria, che arrivarono a Forlì nel 1271. La chiesa divenne famosa per la santità di frate Pellegrino Laziosi, taumaturgo, pregato e invocato contro i mali inguaribili, in particolare   contro le malattie cancerogene. Pellegrino non diventa sacerdote, non predica e non scrive, prega con penitenza severa sempre sorridendo. Si inventa una speciale mortificazione: sta trent’anni senza mai sedersi, procurandosi danni fisici che prevedono l’amputazione della gamba. L’intervento non si fa, perché la gamba guarisce spontaneamente. Pellegrino disse di aver visto in sogno il Signore che lo liberava dall’infermità scendendo dalla croce e toccandogli la gamba. Dopo il miracolo, tutti accorrevano dal frate per chiedere guarigioni e alla sua morte, 1° maggio 1345, accorsero da ogni dove per cui non fu possibile chiudere le porte della città. Avvennero anche dei miracoli: sanati un cieco e un’ossessa. Il 1° maggio, a Forlì si svolge, la Sagra dei Cedri, il frutto che per le proprietà farmacologiche è diventato il simbolo del Santo,   per le sue virtù terapeutiche.(Ve la ricordate la Magnesia San Pellegrino pubblicizzata un tempo come la panacea per tutti i mali?La scelta del Santo non era casuale). L’edificio, nonostante i vari rimaneggiamenti nei secoli, conserva tracce che ne testimoniano l’antichità. Notevole è il portale esterno, in pietra e laterizio, dalle linee in stile gotico padano. L’interno, secentesco è una bomboniera, un sobrio barocco dove il colore predominante è il rosa cipria. L’impianto è basilicale a tre navate scandite da pilastri. La Cappella di San Pellegrino, è ricca di marmi e ori, qui si conserva  la salma del Santo, sul fondo, la tela di Simone Cantarini:“Crocifisso che risana la gamba a San Pellegrino”. Cantarini valido pittore, fu allievo di Guido Reni, era molto arrogante, arrivava al punto di criticare e correggere il Maestro in pubblico e di insultare i suoi compagni di studi; fu così definito:“Largo stimator di se stesso, sprezzator d’ogni altro”. La chiesa non ha finito di mostrare i suoi gioielli, vi  è un pregevole quattrocentesco coro ligneo ad intarsi ma soprattutto vi è il sepolcro Numai. Appena entrati troviamo sulla destra, la tomba di Luffo Numai (1441-1509), personaggio importante che seppe ben introdursi nella Forlì rinascimentale, dal periodo di Pino Ordelaffi III  fino all’avvento di Cesare Borgia. Di famiglia antica e nobile, ricoprì alte cariche, ospitò perfino il Borgia in casa propria. Volle far erigere, per sé e sua moglie, un pregevole monumento funebre (1502), dove appare la scena della Natività, scolpita da Tommaso Fiamberti e da Giovanni Ricci. L’interno della chiesa sembra che prenda i colori dalla lastra tombale, in quanto il sepolcro ha le stesse tinte pastello: avorio e rosa cipria. E’ una Natività dalle belle figure classiche e armoniose, vi è la Sacra Famiglia, il bue, l’asino,i pastori e gli angeli musicanti e insolitamente, un grosso uccello sulla capanna che pare proprio un corvo. La leggenda narra che la Sibilla Cumana, che predisse la nascita di Gesù, si era illusa di essere lei la vergine designata, poi sentì gli angeli annunziare la nascita del Bimbo, capì la sua presunzione e venne trasformata in corvo. Nel 1509 il Fiamberti scolpì un secondo monumento funebre, commissionato da Luffo Numai, si trova nella chiesa di San Francesco a Ravenna. Numai fu cacciato per un periodo da Forlì, riparando a Ravenna, ma poi vi fece ritorno ed è sepolto nella tomba di Forlì.
articolo già  pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/04/2015

Le tradizioni culinarie della Quaresima romagnola

castagne-al-rum-L-ujdXgg

“Chi dzona tot’ la quaresima infera a e’ sàbat sânt quând l’ariva a Pasqua l’à pers e’ fiânc”. Chi digiuna tutta la Quaresima fino al Sabato Santo quando arriva a Pasqua ha perso il fianco. La Quaresima ha inizio dal Mercoledì delle ceneri, giorno in cui era usanza cospargere la fronte dei fedeli con le ceneri benedette. All’inizio il rito era riservato solo ai penitenti poi, in seguito abolita la penitenza pubblica, il rito fu esteso a tutti i fedeli, per rammentare il destino mortale provocato dal peccato originale. Una delle formule rituali del Mercoledì delle ceneri recita:“Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. La Quaresima è un periodo di digiuno che inizia dopo l’ultimo giorno di Carnevale, il  Martedì grasso, dura quaranta giorni (escludendo le domeniche) e termina con la Pasqua. Ricorda i quaranta giorni che Gesù passò nel deserto, ma il numero quaranta è simbolicamente presente più volte anche nel Vecchio Testamento. E’ un periodo di purificazione durante il quale si effettua il digiuno (Mercoledì delle Ceneri e Venerdì Santo) e l’astinenza dalle carni (tutti i Venerdì), permesso il pesce. La carne era molto costosa un tempo mentre il pesce era a buon mercato. Fino a quarant’anni fa in Quaresima era imperativo mangiare di magro, anche i ricchi, però loro avevano il pan cotto arricchito di latte e formaggio, mentre il pan cotto dei poveri era pane e acqua. Nella tavola si portavano il pane, polenta, zuppe o minestre di ortaggi, brodo matto, uova, pesce fresco o conservato, noci, nocciole e “cuciarul” (castagne secche). Per i più poveri l’aringa, una sola per tutti i commensali, ci si sfregava il pane a turno, si mangiava col profumo e basta. I nostri bisnonni la Quaresima la facevano tutto l’anno e molti soffrivano di pellagra. Oggi non si seguono più i precetti religiosi, si ha carne in abbondanza e si ricercano i piatti poveri di una volta. Io ricordo con l’acquolina alla bocca i cuciarul. Vi scrivo la ricetta. Mettete a bagno i cuciarul la sera prima, poi cuoceteli in acqua con qualche foglia d’alloro per circa due ore fino a quando saranno diventati teneri. Gustateli col loro brodo, oppure scolateli, nel brodo cuocete i quadrettini all’uovo, intanto rimettete sul fuoco i cuciarul per un quarto d’ora con vino e zucchero. Il castagno era chiamato “l’albero del pane” e i cuciarul fanno parte dei prodotti tradizionali della Romagna.

 

immagine: i cuciarul

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 16/02/2015

Il capro espiatorio della miseria? Un serpente

cervone.jpg_2008923164456_cervone

Nel ricco folklore della Romagna, soprattutto nelle campagne di un tempo, fra  i Mazapegul, i  Calcarel, i draghi, i mostri e i serpenti c’è un animale fantastico chiamato béssa latôna ( la biscia lattona  o il serpente lattaro) essa doveva il suo nome all’abitudine di nutrirsi solo di latte. Un tempo si trovava nelle campagne, dove la si vedeva spesso succhiare il latte dalle mammelle delle mucche. Mentre di notte, narra la leggenda, si nascondeva sulle travi poi scendeva per nutrirsi di latte sottraendolo al neonato. Ai primi vagiti del bimbo, approfittando dello stato di dormiveglia nel quale la madre si apprestava a porgere il seno al bambino, la biscia maledetta  sostituiva con la propria bocca quella del neonato, mettendo in bocca all’infante l’estremità della sua coda per farlo tacere. Il nascituro così deperiva di giorno in giorno, fino a morire lasciando la madre affranta. Esiste un serpente chiamato Cervone, molto frequente in Italia, oggi è protetto in quanto sta scomparendo, vive  nei pressi  di boschi, radi e soleggiati, a vegetazione sparsa,  nei muretti a secco e negli edifici abbandonati. È il più lungo serpente italiano ed uno tra i più lunghi d’Europa. La sua lunghezza può variare dagli 80 ai 240 cm. È di colore bruno-giallastro con barre  scure. Si nutre di topi, uccelli, lucertole  e uova, è un terricolo ma è un buon nuotatore e un agile arrampicatore, aiutandosi con la coda prensile. Può vivere oltre vent’anni. La credenza popolare voleva che fosse attirato dal latte delle vacche e delle capre al pascolo, e che per procurarselo si attaccasse alle mammelle degli animali, o addirittura lo leccasse dalle labbra sporche dei lattanti è perciò chiamato anche serpente del latte o lattaro. Così ecco decifrata la leggenda, i contadini romagnoli conoscevano certamente le caratteristiche di questo serpente: sempre affamato e in grado di arrampicarsi sulle travi  il quale diveniva il capro espiatorio delle loro condizioni miserevoli. Con chi dovevano prendersela se le loro donne erano malnutrite e perciò col latte scarso e povero di nessuna sostanza per i loro figli, i quali già denutriti in fasce, morivano in tanti. Con chi dovevano prendersela i contadini? Col padrone? (Allora si chiamava così, non datore di lavoro o principale) Avrebbero perso anche quel poco che avevano, la béssa latôna invece non avrebbe protestato.

immagine: il serpente Cervone

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 08/12/2014 

 

PRIMO MAGGIO DA RINASCITA

beltane-024

Da bimbetta di appena due o tre anni avevo compreso che c’erano delle feste molto importanti che si festeggiavano il primo del mese, ma tendevo a confonderle. Una non mi piaceva per niente, essendo femmina anche se piccola, non mi era permesso mettere il naso fuori dalla porta, portavo iella, trovavo questa cosa ingiusta e guardavo dai vetri della finestra, dispiacendomi di essere nata  bambina, era il primo gennaio. L’altra era legata a degli scherzi che facevano divertire qualcuno ed arrabbiare qualcun altro  e capitava pure che litigassero, a me non piaceva per niente, era il primo d’aprile. Ma c’era un giorno in cui essere femmine era bello, la nonna mi metteva un rametto  d’acacia tra i capelli, la porta era adornata di questi fiori odorosi, io potevo uscire e scorazzare dove volevo, raccogliendo fronde e rami per le finestre, i grandi erano contenti e le donne ricevevano fiori, era il primo maggio. “…nella notte d‘ingresso di tale mese, elettrizzandosi la gioventù, accorrono i giovani a cantare il maggio sotto le finestre delle loro favorite. Contemporaneamente si sentono torme di giovinette cantare canzoni ponendo sulle finestre ed alle loro porte rami di albero con fiori, come dire di avere piantato maggio” (Michele Placucci – 1818). Il concetto di folklore come insieme di documenti e resti del passato è molto vivo in Romagna, il Calendimaggio o cantar maggio, trae il nome dal periodo in cui ha luogo, cioè l’inizio di maggio. Una tradizione antica imponeva che venissero lasciati fiori e ramoscelli intrecciati sui davanzali delle case di fanciulle da corteggiare, alla sera venivano eletti il re e la regina di maggio,  mentre  la mattina presto gli uomini innalzavano “l’albero di maggio”, di solito un pioppo o una betulla, che veniva  adornato di cui ne rimane il retaggio nell’odierno albero della cuccagna. Un po’ più vicino a noi, solo qualche decennio fa in Romagna  “la piòpa” (il pioppo era l’albero della libertà piantato in tante piazze al tempo della Rivoluzione francese perché il nome scientifico è Populos ovvero popolo)  del primo maggio aveva in cima un  vessillo rosso, si svolgevano cortei di  bestiame e di trattori, molti uomini portavano all‘occhiello un garofano rosso… tutto si era mescolato. La festa del lavoro è il primo maggio, i motivi risalgono ai gravi incidenti accaduti nei primi giorni di maggio del 1886 a Chicago (USA), alle battaglie dei lavoratori, e forse anche perché  in questo giorno si festeggia San Giuseppe lavoratore, ma  ne siamo sicuri? Il primo maggio potrebbe risalire a una festa celtica che si svolgeva in questo giorno:  “Beltaine” in cui si festeggiava l’amore e il corteggiamento, il falò era una parte rituale molto importante, saltare sui carboni ardenti era propiziatorio sia per le persone che per il bestiame. Si innalzava  un palo inghirlandato  che piantato nella terra, simbolicamente la fecondava. Si eleggevano il re e la regina di maggio, mentre i giovani del villaggio raccoglievano i fiori con cui decorare se stessi, i loro familiari e le loro case. Vi erano poi i “matrimoni di maggio” che potevano durare  forse solo per quella notte ma  qualsiasi bambino fosse stato concepito durante la festa veniva considerato figlio degli dei, erano i figli di maggio, nati nel mese della dea Maia, una dea romana che  prende il posto della dea celtica Bona. Eppure  anche se ai Celti subentrano i Romani, alla dea Maia, Vulcano  (dio del fuoco) il primo di maggio  le offriva una scrofa gravida, i sottintesi ci sono tutti, la parola maiale deriverebbe dal nome della dea Maia. Questi riti antichi la Chiesa li ha trasformati  nel mese della Madonna e di San Giuseppe lavoratore già molto tempo fa, nonostante ciò nelle nostre campagne  sopravvivevano fino  a pochi decenni fa. Il primo maggio di oggi è la festa dei lavoratori e quindi di tutti, si festeggia anche oggi all’aperto di solito fra alberi, magari con un pic nic, in un clima conviviale ascoltando oltre a un piccolo comizio l’orchestra… cantar di maggio continua.

immagine: Palo di Maggio ( rievocazione di Beltane)

articolo già pubblicato dal quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 28 aprile 2014