LE SPOGLIE DI SAN GIULIANO

 

Borgo San GiulianoDal centro storico di Rimini si giunge al ponte di Tiberio, lo si passa e si entra nel Borgo San Giuliano. E’ un piacere passeggiare fra le sue stradine e piazzette, immaginandosi le povere case di una volta, la vita dei pescatori e dei marinai; oggi tutto è perfettamente ristrutturato: muri color pastello spesso decorati da grandi murales e vasi di fiori sui balconi. Si dice che il Borgo fosse il luogo preferito di Federico Fellini e Giulietta Masina, di cui vi è un bel murales, di certo qui si percepisce l’orgoglio di essere “del borgo”. La Chiesa di San Giuliano Martire, si trova qui, è un importante edificio che contiene tesori. La Chiesa è stata edificata nel XI secolo, e restaurata nel Cinquecento, periodo al quale risale la facciata rinascimentale che la caratterizza per linee eleganti e pulite. All’interno troviamo il sarcofago romano che conteneva le spoglie di San Giuliano, un polittico del XV secolo realizzato da Bittino da Faenza con le storie del Santo e una tela col suo martirio, capolavoro di Paolo Veronese. Nel 1910 fu eseguita una ricognizione al sarcofago,fu datato al periodo imperiale romano, si notò che appariva consunto e abraso in molte parti: i fedeli avevano infatti l’abitudine di grattarne la superficie per ottenere una polvere che credevano miracolosa. La tradizione vuole che il sarcofago sia approdato sulla spiaggia di Rimini, dalla Dalmazia.Bittino da Faenza(1357/1427) fu un pittore italiano minore, attivo soprattutto in Emilia Romagna, il suo stile è gotico, ma risulta assai piacevole nella sua minuziosità. Nella chiesa di San Giuliano lascia un polittico con le scene della vita di Giuliano, martirizzato appena diciottenne. Vi compare la figura della madre, che gli è d’incoraggiamento, sia durante l’interrogatorio, sia nell’esecuzione del martirio. Il giovane Giuliano dopo essere stato condannato dal Tribunale, venne messo dentro un sacco chiuso contenente sabbia e serpenti e gettato in mare, dove morì annegato, si suppone forse nel 249. Il suo corpo fu restituito dal mare sulla costa dell’isola di Marmara (Turchia), e qui deposto in un sarcofago; ma poi attorno al 961, il sarcofago precipitò in mare e galleggiando nell’Adriatico, guidato da angeli, approdò a Rimini, in località Sacramora (sacra dimora). Qui dove sostò l’arca di Giuliano sgorgò poi una fonte di acqua pura. Si cercò di trasportarlo in cattedrale ma gli sforzi risultarono vani, per cui furono indette molte preghiere, infine con l’aiuto di due bovini, e con tutto il popolo riminese si riuscì a trasportarlo nel vicino monastero dei Santi Pietro e Paolo, oggi Chiesa di San Giuliano. Il giovane martire è molto venerato dalla città di Rimini, di cui è patrono dal 1225. Paolo Veronese (1528/1588) nato e formatosi a Verona, per lo più operò a Venezia. Il suo stile è decorativo, con influssi manieristici del Parmigianino e di Giulio Romano, la sua pittura risulta libera e sinuosa col colore sempre intenso e ricco. Il suo soggetto preferito sono state le Cene, tele monumentali che dovevano rappresentare cene religiose in realtà banchetti sontuosi. Con il Convito in casa Levi (Gallerie dell’Accademia, Venezia), lo sfarzo scenografico e l’esaltazione del lusso gli valsero un processo del Santo Uffizio in quanto la tela era stata commissionata dai frati domenicani come “Ultima cena”. Il suo capolavoro è la Sala del Collegio a Palazzo Ducale di Venezia. Dal XVI secolo ci furono molti pittori veneti che operarono lungo tutta l’area adriatica dalla Romagna alle Marche. La pala di Veronese del San Giuliano accentua una forte pietà terrena, in contrapposizione a una grande gloria divina. La parte superiore del quadro presenta la figura della Madonna attorniata dai Santi di cui uno ha uno spettacolare manto rosso; in basso è raffigurata la scena del martirio, Giuliano è biancheggiante nella sua nudità, indifeso e tenero coi capelli biondi e ricci, immagine luminosa fra lo scuro degli armigeri e di altri personaggi, vicino a lui la figura addolorata della madre. La divisione fra la parte celeste e quella terrena è data da uno splendido scorcio di nubi fra il cielo blu e in lontananza il verde di colline e pianure.

 

immagine: Borgo San Giuliano

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 05/09/2016

 

 

Il profilo riminese

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Piero della Francesca(1415?/1492) è senza dubbio uno dei più grandi pittori italiani del Quattrocento. Piero fu un grande sperimentatore, pittore della luce (per la luminosità dei suoi lavori) e del buio (inteso come impenetrabilità dell’interpretazione dei suoi soggetti). Nel 1451 Piero è a Rimini e lavora a un autentico e sibillino capolavoro: l’affresco “Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo”. L’affresco è parecchio rovinato, ha perso parte dei colori degli abiti dei protagonisti e dello sfondo. In un’architettura decorata all’antica con girali e rose quadripetali, sotto a pilastri decorati con festoni pieni di frutti e a uno stemma, è inginocchiato il Signore di Rimini. Ritratto di profilo, statuario con le mani giunte e lo sguardo fisso e fiero, i capelli a caschetto come voleva la moda del tempo, ha le braghe rosse, anche se ormai di colore ne è rimasto poco. Egli è inginocchiato davanti al suo protettore, San Sigismondo, re dei Burgundi, divenuto Santo per aver convertito il suo popolo al cattolicesimo. Il Santo è seduto in trono su un alto podio, ha lo scettro, il globo e sul copricapo, l’aureola. Le fattezze del viso ricordano quelle di Sigismondo di Lussemburgo, l’imperatore del Sacro Romano Impero, che nel 1433 aveva nominato cavaliere il quindicenne Gismondo insieme al fratello Domenico. Dopo questa investitura, fu dato loro un nuovo nome: Gismondo, con l’aggiunta di una sillaba, divenne Sigismondo, mentre Domenico, Signore di Cesena, fu chiamato Novello. Il ritratto di San Sigismondo rivela anche diverse corrispondenze con il Padre Eterno e con il Re Salomone dipinti da Piero negli affreschi della Leggenda della Vera Croce di Arezzo, realizzati un anno dopo, nel 1452; inoltre assomiglia proprio tanto al presunto ritratto di Ermete Trismegisto, se lo si confronta con la figura di Ermete nel Duomo di Siena. Sulla nostra destra, troviamo uno splendido oculo panoramico, raffigura la residenza del Malatesta: Castel Sismondo. In primo piano due splendidi levrieri uno bianco e uno nero guardano in modo opposto, il bianco ha le orecchie abbassate e simbolicamente raffigura la vita e il giorno, il nero ha le orecchie alte, segno di vigilanza, di morte, di notte.   Sigismondo, come nelle altre corti più raffinate, era attratto dalle filosofie orientali, l’ultima impresa di Sigismondo fu quella di andare a Mistrà, nel Peloponneso a prendere le ossa di Giorgio Gemisto Pletone  per custodirle in un’arca nel suo Tempio. Pletone era un vecchio e prestigioso filosofo greco, che il Malatesta aveva ospitato a Rimini e al quale aveva legato il proprio destino.“Un pagano che esalta il Sole e i pianeti, promuovendoli a mediatori tra Dio e l’uomo”, lo definiva la Chiesa sia orientale che occidentale. Pletone predicava l’unione delle Chiese che doveva comprendere anche la religione ebrea e quella dell’islam, secondo gli scritti del “favolistico” Ermete Trismegisto (significato del nome:“Ermes il tre volte grandissimo”). In quegli anni a Firenze e a Rimini si studiavano i testi di Platone e di Trismegisto, dando origine a quella filosofia chiamata Ermetismo (un misto di conoscenze greche ed egizie) a cui si riallaccia anche l’Alchimia. “Il più basso è simile in tutto al più alto e il più alto è simile in tutto al più basso, e questo perché si compiano i miracoli di una sola cosa”. Con ciò Ermete intende che il microcosmo è legato al macrocosmo, si fonda sul dualismo: bianco/nero, luce/tenebra, vita/morte. Ecco che allora possiamo intravedere nei due levrieri di colore e posa opposti, il dualismo del Bene e del Male che convivono e combattono fra di loro, una volta vince l’uno, una volta l’altro, l’importante è non cedere. Ma se mettiamo in gioco le braghe rosse di Sigismondo assieme al colore dei due cani otterremo un processo alchemico, di crescita interiore. La nigredo (il nero) è la fase più oscura,la parte più “bassa” dell’evoluzione della coscienza. La rubedo (il rosso) è la fase intermedia, quella che ci spinge all’azione per ottenere la nostra ascesa. L’albedo (il bianco) è  l’equilibrio di questi due aspetti, quella fase che permette finalmente l’ascesa… l’alba.

immagine:“Sigismondo Pandolfo Malatesta in preghiera davanti a San Sigismondo” di Piero della Francesca

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 15/06/2015

La calma e la spiritualità e i santuari di Covignano

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“Rimani su” è l’anagramma di Ariminus , l’antico nome di Rimini. Senza nulla togliere alla bellezza della città, della spiaggia e del mare, nella “Rimini su”, volendo anche con una passeggiata, c’è un percorso segnalato, troviamo il colle di Covignano  (letteralmente collina delle vigne). Senza bisogno di fare tanti chilometri per andare in India, qui si respira calma e spiritualità, una Rimini tranquilla col Santuario dedicato alla Madonna delle Grazie, il Museo degli Sguardi  e la Chiesa di S.Maria in Scolca. Il Santuario delle Grazie sorge sul colle di Covignano , si narra che un pastorello entrò nel bosco e rimase colpito da un albero che sembrava avesse fattezze umane, decise di tagliarlo per farne una statua in onore della Vergine, ma non riusciva a realizzarla quando fu avvicinato da due angeli che completarono l’opera e poi l’invitarono a metterla su una barca nel mare. La barca arrivò a Venezia e si fermò davanti alla chiesa di San Marziale, dove ancora oggi c’è una cappella in cui si venera la Madonna di Rimini. La statua di Rimini se ne sta là a Venezia in San Marziale fra opere di Tiziano e di Tintoretto. I veneziani raccontano così la leggenda: nel 1286 fu ritrovata, trasportata dalle acque, un’immagine della Vergine con il Bambino, scolpita da un certo Rustico da Rimini, il cui volto fu intagliato da angeli. Il legno giunto nei pressi di San Marziale vi fu collocato  solennemente, dopo un evento miracoloso. La devozione popolare si diffuse e continuò nei secoli. A Covignano sin dal 1286 esisteva una  cappella in onore della Vergine. Nel 1391 fu eretta una chiesa con piccolo convento, affidata ai francescani. Nel 1578 accanto alla primitiva chiesa ne venne costruita una seconda assai più grande. La facciata della chiesa presenta un aggraziato portico. La prima chiesa è dedicata alla Madonna delle Grazie, la seconda al Crocifisso. Notevole è il soffitto di legno a cassettoni dipinti a forma di carena di nave. All’interno della chiesa opere di Scuola giottesca e un’Annunciazione quattrocentesca. Ai piedi del colle una  croce di marmo indica l’inizio della Via Crucis: 14 edicole contenenti grandi pannelli in ceramica del maestro riminese Elio Morri, un percorso che prelude  al misticismo se si ha il cuore…“Potete visitare tutta la Terra, ma non troverete in alcun luogo la vera religione. Essa non esiste che nel vostro cuore”. (Ramakrishna)

 

immagine: Santa Maria delle Grazie, San Marziale, Venezia

Articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 12/01/2015

la storia e i misteri di Santa Maria Annunziata Nuova

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Il complesso dell’Abbazia di Santa Maria Annunziata Nuova di Scolca (oggi parrocchia di San Fortunato) fu edificato nel 1418 grazie ad una donazione effettuata da Carlo Malatesta (signore di Rimini dal 1385 al 1429). La chiesa ed il convento furono inizialmente  affidati agli agostiniani, poi il complesso passò ai monaci benedettini di Monte Oliveto Maggiore. Il grande monastero appartenne a lungo agli olivetani (i monaci dal saio bianco), sorgeva sul colle di Covignano. Nel 1512 nel monastero attiguo alla chiesa fu ospitato il pontefice Giulio II. Nel 1547 fu ospite il pittore Giorgio Vasari, che mentre gli eruditi olivetani gli correggevano il suo famoso manoscritto: “Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti”, il pittore con gli aiuti di bottega affrescava l’abside con una splendida, luminosa ed esotica Adorazione dei Magi, con il  sontuoso Re Magio nero. Gli olivetani ressero l’abbazia e tutti i suoi possedimenti fino al 1797 quando furono allontanati a causa delle soppressioni napoleoniche. La Seconda Guerra Mondiale causò gravi danni a tutto il complesso, in parte non più ricostruito. La parola Scolca significa vedetta, sarà per questo, sarà che il territorio di Rimini è tutto bucherellato come il formaggio groviera, ma si narra una leggenda che ha come protagonisti i “frati bianchi”e le loro gallerie misteriose. La leggenda risale al Medioevo parla di frati che scendevano di notte fino in città attraverso gallerie e sbucavano in piazza nientemeno che… per rapire le fanciulle! I frati ghermivano le giovani per farle vestire i panni della Vergine, le drogavano in modo che non rammentassero nulla poi le restituivano alla famiglia. Una notte ritornando con una fanciulla scoprirono che aveva i capelli rossi. L’Abate allarmato disse a loro: “Basta con questa  tradizione che dura già da troppi anni. Iddio ha voluto che sceglieste la giovine sbagliata per avvisarvi del suo  dispiacere. Questo è un funesto presagio…i capelli rossi sono il simbolo delle forze del male. Un simile affronto proprio dentro le nostra mura  portatela via! Per la rappresentazione useremo una statua e da ora in poi  tutto si svolgerà alla luce del sole, ma soprattutto sotto gli occhi di Dio”. Pare che esista realmente una serie di gallerie sotterranee che partono dalla zona del Santuario Mariano a Covignano e arrivano fino a Piazza Cavour a Rimini.

immagine: S:Maria Annunziata Nuova, Rimini

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 29/12/2015

 

Perchè Rimini si chiama così

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L‘origine del nome Rimini potrebbe essere umbra: Pausania, parla spesso del re umbro Arimno. Altre fonti dicono che i Romani sconfissero definitivamente i Galli nel 268 a.C. e il Senato di Roma fondò la colonia di Ariminum,nome tratto da quello del fiume Marecchia (chiamato allora Ariminus).I Romani occuparono Rimini perché si trovava in una posizione geografica strategica     per conquistare la Pianura Padana territorio dei Galli. I Romani crearono a Rimini una prima impronta urbana, grazie allo sviluppo delle vie di comunicazione, sino a giungere al massimo splendore all’epoca dell’Imperatore Augusto. Ora io vorrei proporvi un altro punto di vista sull’origine di Rimini. Partendo dal presupposto che mutui il nome dal Marecchia e risalendo con una breve passeggiata alla sorgente del fiume. Non mi  dilungherò sulla questione di chi erano gli Umbri, i Villanoviani, gli Etruschi o i Galli, gli studiosi sono discordanti, c’è addirittura chi scrive che fossero tutti Protocelti. Per Protocelti ( 3000/ 2500 a. C.) si intende una popolazione indeuropea, ricostruita sulla base di metodi comparativi di storia linguistica, stanziatasi in Europa Occidentale nell‘area sia mediterranea che atlantica. Nella nostra passeggiata incontriamo ben presto Verrucchio, di origine molto antica come testimoniano i ricchi corredi funerari, (monili, fibule, vestiario, vasellame, armi) qui ritrovati che attestano la presenza della civiltà villanoviana (età del ferro XII/ VII sec. a.C.), è tutto da dimostrare chi siano, forse erano Etruschi. Proseguendo la salita della valle del Marecchia, incontriamo Pennabilli, ridente paese montano, tanto amato da Tonino Guerra. Pennabilli il cui nome Penna deriva dalla Dea Pen o Penna, divinità celtica che significa vetta o cima, la quale dà il nome anche alla catena degli Appennini; mentre Billi è una parola celtica che significa “albero sacro”. Non lontano al monte Penna, c’è il balzo, dove oggi ci sono le campane tibetane testimonianza della visita del Dalai Lama… nei luoghi celtici c’è sempre il Balzo. E intanto noi siamo giunti in località Balze, poco prima di giungere alla sorgente. Una località con tale nome non può che ricordare la “tragedia del Balzo”. Il Balzo era un rito celtico arcaico di iniziazione, si volava dalla cima del monte in un salto che molte volte era mortale, qualcosa che ricorda da vicino il mito di Icaro e Dedalo. Qualcosa che ricorda il terribile gioco di certi giovani di oggi: il parkour (è una disciplina ma io la trovo pericolosa ), con la differenza che l’uomo preistorico effettuava il Balzo per ingraziarsi la benevolenza della natura, che doveva essere ai tempi, senza le comodità di oggi, assai crudele. Le origini del paese Balze è incerta, la leggenda racconta di due sorelle una sordomuta ed una cieca che all’apparizione della Madonna su di un grosso masso siano guarite. La notizia del miracolo si sparse e sul luogo del prodigio fu costruito l’oratorio della Madonna del Sasso, attorno al  santuario crebbe poi il paese. I Celti credevano che l’incontro dell’acqua con la roccia generasse la vita, una Madonna legata al sasso ricorda certamente antiche memorie. A ribadire la religiosità dei luoghi è la presenza, attorno all’anno Mille, degli eremiti:  Sant’ Alberigo e  San Romualdo. Ma ora siamo giunti alle sorgenti del Marecchia, si tratta di una triplice sorgente: la prima scende dall’alto, la seconda si aggiunge da sinistra, la terza dalla destra, qualche metro più in basso, come non pensare al simbolo celtico della Grande Madre il Triskele? E il monte da cui nascono le sorgenti: il monte Zucca come non collegarlo alla zucca celtica simbolo di fertilità e di luna piena… il monte Zucca fa parte dell’Alpe della Luna. E non è finita qui,a Pratieghi  piccolo paese, frazione di Badia Tedalda  si può trovare la misteriosa pianta Taxus baccata, una pianta nota anche con il nome di “Albero della morte”, si può trovarla all’interno dell’Area Naturale Protetta. E’ una pianta rara,  sacra per i Celti, simbolo di vita perché è un sempreverde, simbolo di morte perché i suoi semi sono velenosi, sin dall‘antichità dal suo legno si ricavavano i bastoni dei Druidi e le armi.    

 immagine: le Campane di Pennabilli

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 19 maggio 2014

 

 

 

 

Un ponte leggendario per i riminesi e non solo

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Il ponte romano di Rimini sul fiume Marecchia, l’antico Ariminus , quest’anno compie duemila anni, eppure nonostante la vetustà la pietra d’Istria biancheggia luminosa, le cinque arcate che poggiano su massicci piloni si allungano elegantemente dalla città al borgo San Giuliano, il suo stato di conservazione è quasi perfetto, anzi con la vecchiaia è diventato ancora più affascinante. Pensate a quante persone e mezzi vi hanno transitato, non so fare un conto di quante persone lo abbiano visto, considerate che è ancora interessato dalla viabilità cittadina, segno questo dell’incredibile perizia edile dei romani. Ormai è leggendario come la storia mitica della sua costruzione. Molti riminesi chiamano l’antico Ponte di Tiberio con l’appellativo di “Ponte del Diavolo” il nomignolo  è legato al mito  della sua indistruttibilità. Iniziato dall’imperatore Augusto nel 14 d.C. fu completato dal figlio adottivo Tiberio, da cui prese il nome, nel 21 d.C.  I lavori procedevano molto a rilento perché ogni qual volta che si costruiva un nuovo pezzo del ponte questi crollava o comunque non riusciva bene. Sembrava un’opera edilizia destinata a non finire così la leggenda racconta che Tiberio fece un patto col diavolo, quest’ultimo  avrebbe costruito il ponte ma in cambio si sarebbe preso l’anima del primo che lo avrebbe attraversato. Il patto fu concluso e il ponte fu terminato da Satana. Venne il momento dell’inaugurazione e il diavolo aspettava la sua ricompensa ma Tiberio escogitò un modo per svincolarsi dal  pattuito: fece passare sul ponte per primo un cane, il diavolo  che aspettava la sua anima sull’altra sponda, rimase a bocca asciutta. Satana, incollerito per la beffa ricevuta decise di buttare giù il ponte, ma l’aveva costruito lui e l’aveva reso indistruttibile. Provò e riprovò, ma il ponte non crollò il diavolo dovette andarsene scornato. A testimonianza di questo episodio si racconta  di alcune impronte caprine impresse su di una delle grosse pietre poste all’inizio del ponte. Il manufatto è sopravvissuto ai terremoti, alle piene del fiume, agli episodi bellici quali l’attacco nel 551 durante la guerra fra Goti e Bizantini di cui restano i segni nell’ultima arcata verso il borgo, da ultimo il tentativo di minarlo da parte dei tedeschi, ma il ponte è ancora là e lo sarà anche nel 4014… mica per niente l’ha costruito il diavolo in persona.

immagine: Ponte di Tiberio (Rimini)

articolo già pubblicato  sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 05 maggio 2014

   

IL DOLLARO E’ NATO A RIMINI


 

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Il Tempio Malatestiano di Rimini ha le carte in regola per far parte del Patrimonio dell’Umanità, possiede opere di una bellezza inaudita, di grandi artisti, a ciò unisce un esoterismo molteplice e una particolarità unica: si celebra ancora oggi la Messa… in un Tempio pagano, fra simboli erotici, alchimia e astrologia un mix affascinante ed unico. Papa Pio II, scomunicò, nel 1460, Pandolfo Malatesta, il signore di Rimini, dichiarando che il monumento: “non sembra un Tempio di Cristo, bensì di fedeli adoratori di demonio“. Sigismondo fermò i lavori e così il Tempio è ancora oggi incompiuto. Non scrivo del Tempio, ci vorrebbero pagine e pagine, ma di una curiosità. Il Tempio è zeppo di simboli che raffigurano il dollaro statunitense. Follia…vedremo. La sigla di Sigismondo, è quasi identica al dollaro, gli studiosi la spiegano come usanza fra i principi di quel tempo di adoperare per il loro monogramma le prime due lettere del loro nome: troviamo KA per Carlo Malatesta, FE per Federico di Urbino, quindi la SI per Sigismondo Pandolfo Malatesta, che con la I sovrapposta alla S assomiglia al dollaro. I poetici asseriscono che la S abbraccia la I di Isotta, il grande amore del Malatesta. Questi con grande  sforzo riuscì a recuperare le ceneri di Giorgio Gemisto Pletone, un grande filosofo, forse un po’ dimenticato, fu il vero ideatore del Rinascimento fiorentino. Perché tanta fatica? Forse Pletone fu veramente il suo Maestro Spirituale e Iniziatore a quella religione Universale, che riconosce l’esistenza di un Dio Unico Creatore e che in ogni uomo c’è un’anima che sopravvive dopo la morte. Questa filosofia è molto legata ai Pianeti e all’ Astrologia, che pure troviamo esaltati nel Tempio. La medesima simbologia è cara agli esoteristi e agli alchimisti, fino ad arrivare ai Rosacroce e ai Massoni. La banconota degli Stati Uniti  fu adottata nel 1792 dal presidente massone George Washington e reca altri simboli di stampo esoterico. Le spiegazioni ufficiali sulla scelta della S per il dollaro non convincono e comunque è più affascinante che il dollaro abbia  un po’di Rimini e un po’della Romagna.

 

immagine: una delle tante raffigurazioni del  ”dollaro” all’interno del Tempio Malatestiano  (Rimini)

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”

RIMINI TERRA DI STREGHE

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Forse non sarà un caso o forse sì, nel territorio di Rimini, precisamente a San Giovanni in Marignano, alla fine di giugno si festeggiano le streghe. La festa affonda le sue radici negli antichi riti del ciclo agrario. E’ la festa  pagana del solstizio d’estate dove tutto può accadere, dove santi e streghe convivono. Oggi alle streghe non ci crede più nessuno, ci si augura, eppure in  giro ci sono un mucchio di chiromanti e lo confido solo a voi, una mia amica mi confessò, non molti anni fa, che doveva procurarsi le interiora, il cuore di un gallo e qualcosa di personale del marito, il quale l’aveva abbandonata  a favore  di una più giovane donzella. Il materiale occorreva per un rito, tramite il quale con  l’aiuto di una pseudo fattucchiera, il marito sarebbe tornato all’ovile. Vi prego di non ridere, sono cose che fanno tristemente pensare. Nel riminese si conoscono un paio di streghe vissute nei secoli scorsi. Il poeta latino Orazio in una delle sue opere narra di un atroce sortilegio, perpetrato ai tempi suoi da quattro temibili donne riconosciute come streghe, ai danni di un povero bambino a cui vennero inflitti crudeli supplizi. Sotterrato fino al mento, venne lasciato morir di fame mentre le perfide streghe tra cui la riminese Foglia, mescolavano i loro demoniaci intrugli in un calderone. Il tutto per creare una pozione d’amore. Altra strega di Rimini è  Vaccarina  bruciata sul rogo nel 1587.  Era una vecchia di povera condizione della quale rimangono poche righe : “La Vaccarina, vecchia, fu abbrugiata per strega”. Povera vecchia certamente  bruciata per superstizione e  capro espiatorio per un qualcosa, a lei non fu eretta una statua ma solo poche stringate parole. Pochi anni  più tardi a Cesena si svolse un processo per stregoneria ai danni di una donna di Rimini che pare fosse in grado di evocare il demonio, in sembianze di caprone nero. Che Rimini, possa ancora oggi essere infestata dalle streghe? Ma non preoccupatevi delle streghe, noi romagnoli abbiamo pur sempre la caveja, questa  è considerata ricca di virtù, anche  per il suono squillante degli anelli, la cultura popolare la riteneva capace di allontanare i malefici e gli influssi negativi  sia di streghe che  di diavoli. Dimenticavo di  scrivervi che, il marito della mia amica non è ritornato, anzi ha una donna ancora più giovane, forse occorreva più che un filtro d’amore, l’elisir di giovinezza.

 

immagine:Notte delle streghe a San Giovanni in Marignano

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”