Le api, nostre benefattrici

Le api nostre amiche

Gli antichi Romani quando brindavano alzavano le coppe dicendo: “prosit”, un’esclamazione latina che significa: “sia a favore” e molto spesso lo facevano con l’idromele.  L’idromele è una bevanda alcoolica ricavata dalla fermentazione di acqua e miele. L’uomo primitivo può avere facilmente scoperto che una miscela di miele e acqua, lasciata in un ambiente tiepido, poteva fermentare e diventare una bevanda capace di indurre stati alterati di coscienza o di dare la sensazione di poteri magici… una bevanda simile al vino, Omero la chiama ambrosia. Le origini dell’idromele sono   difficilmente databili. Si hanno notizie del fatto che fosse largamente diffuso e consumato sia nell‘Antico  Egitto, sia dai Greci e dai Romani, dai Celti, dai Vichingi e dagli Slavi, doveva costituire una sorta di bevanda nazionale per un intero emisfero geografico e culturale. Era una bevanda considerata sacra, spesso chiamata il nettare degli dei, e offerta in dono alle varie divinità pagane. Durante le feste e i banchetti era sempre presente, simbolo di fertilità e felicità, e veniva regalato alle coppie di sposi in grandi quantità come dono beneaugurante. Alcuni  ritengono che proprio da questa usanza di regalare idromele e miele ai neo sposi derivi la parola  “luna di miele”. Nell’antichità l’ape era sacra, ma ancora oggi questo insetto è nel nostro immaginario come un qualcosa di particolare. “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”, questo è ciò che avrebbe detto Einstein, considerata oggi una bufala, ma ne siamo certi? C’è chi asserisce che le api non si avvicinano a campi con coltivazione OGM, ritenendoli “avvelenati ”. Aldilà  di questa opinione, e del fatto che le api siano le maggiori impollinatrici, ci sarebbe anche un legame comportamentale, un paragone fra il modo di fare delle api, dei ragni e di noi stessi:“la battaglia fra ragni ed api”. Questa contesa è connessa alla disputa fra gli antichi e i moderni, una polemica nata nell’Accademia francese del XVII secolo, che si risolse più o meno così: Il ragno individualista, simbolizza i moderni, crede di dovere tutto al proprio patrimonio, l’ape, rappresenta gli antichi, riconosce nella sua attività il fatto che il linguaggio sia preesistente e che la scoperta non sia una creazione, ma un trovare e un ritrovare. Appare quindi l’arroganza del ragno “moderno” contro l’umiltà  dell’ape “conservatrice”.  Ma torniamo alle api, le quali hanno rischiato seriamente di sparire a causa dell‘uomo. Ora la loro salute è migliorata, ma tanto deve essere ancora fatto per salvare, con loro, la biodiversità vegetale. Oggi, nel nostro Paese l’idromele è quasi sconosciuto, ma ogni anno si producono circa 23mila tonnellate di miele, secondo recenti dati in Italia ci sono circa 40mila apicoltori. Sono quattro le qualità di miele che rientrano nell’elenco dei prodotti tradizionali della regione Emilia Romagna: Il Miele dell’Appennino, il Miele di erba medica della pianura, il Miele vergine integrale e infine il Miele di tiglio, tipico della provincia di Ravenna. La Romagna dedica alla fine di agosto (quest’anno il 6/7 settembre) una festa al miele, a pochi chilometri dalla costa romagnola risalendo verso l’entroterra di Rimini: a Montebello; dove è possibile ammirare il Castello divenuto famoso per la leggenda di Azzurrina. Durante le due serate della sagra si  possono gustare i prodotti  dell’alveare,rallegrarsi fra mercatini ed  intrattenimenti vari lungo le vie di questo borgo affascinante sulle colline riminesi. Tipico di questa zona è il miele di castagno, dal gusto amarognolo e forte, che è l’abbinamento  ideale del formaggio di fossa e la melata, ricavata dagli alberi di querce, dal colore ambrato e ricca di minerali, come il potassio. La melata è un liquido zuccherino e vischioso che ricopre le foglie solo di certi alberi, liquido secreto da afidi che si nutrono della linfa di queste piante, e bottinato dalle api come il nettare dei fiori. Altre produzioni apistiche tipiche sono il polline, ottimo ricostituente, il propoli utile come rimedio contro le malattie stagionali e la pappa reale usata come ricostituente.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/08/2014

 

Usi, costumi e pregiudizi dei contadini napoleonici

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Tradizione è ciò che ci viene trasmesso, come un’eredità, sono abitudini che a volte sono preziose e sono da mantenere, altre volte sono da abbandonare, in qualche caso è meglio lasciare il vecchio per abbracciare il nuovo, altrimenti non ci sarà posto per il futuro. La tradizione ci da sicurezza ispira fiducia, pensiamo spesso al buon tempo passato guardando con paura al progresso e alla scienza.     Michele Placucci (Forlì 1782-1840) era segretario generale di Forlì ebbe così l’occasione di conoscere i risultati dell’inchiesta svoltasi nel 1811 condotta dal Governo del Regno d’Italia, siamo in epoca napoleonica, da cui trasse l’opera: “Usi, costumi e pregiudizi dei contadini della Romagna”. Placucci scrive su ogni ambito della vita del contadino romagnolo. Il libro inizia con le credenze: se senti cantare la civetta per tre volte avrai un morto in casa, se il cane abbaia a lupo avrai una disgrazia, se la gallina fa il verso al gallo altra triste disgrazia, né di martedì  né di venerdì  mai iniziare un lavoro o partire ed altre simili. Io che sono nata in campagna vi posso dire che queste convinzioni erano in uso fino a pochi decenni fa, a tal punto che se sento cantare la civetta sto bene attenta a quante volte lo fa. Ma voglio raccontarvi una storia di povertà di quando si era veramente poveri e le famiglie bisognose mandavano i propri figli a lavorare presso la casa di un contadino più abbiente come garzone, che il più delle volte voleva dire lavorare dalla mattina presto fino a sera e poco cibo perché non ce n’era. Erano ragazzini, era lavoro minorile, per tradizione, il giorno scelto per la loro partenza era il 25 marzo, i maschi lavoravano nei campi e nelle stalle, le femmine in casa con l’azdora. Valmina siccome in famiglia erano in tanti fu mandata in una casa colonica della campagna riminese, aveva dieci anni, doveva lavorare sempre, continuamente rimproverata e se per caso le rimaneva un po’ di tempo l’azdora le faceva lavare le zampe alle galline. Valmina aveva paura delle galline perché la beccavano e un bel giorno non ce la fece più fece un fagotto con  le sue poche cose e se ne andò di notte, fece venti chilometri a piedi, non ebbe mai paura, ritrovò la sua casa. La sua famiglia non ebbe il coraggio di rimandarla indietro. Valmina oggi non c’è più la vita con lei è stata sempre molto dura, ma lei l’ha affrontata col sorriso avendo fiducia nel progresso.  

immagine: la gazza

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 30/06/2014  

L’ANNO NUOVO ANTICHISSIMO

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Pare che il Capodanno abbia origine in Mesopotamia, sin dai tempi remoti del secondo millennioa. C., i mesopotamici credevano che l’universo fosse nato dopo una violenta notte fra il loro dio Marduk e la dea del  caos chiamati. La vittoria andò a Marduk. Ogni anno l’impresa era ricordata. Si ricreava il caos, bevendo, permettendo agli schiavi di insultare i padroni e commettendo atti immorali. Si trovano cenni alla celebrazione del Capodanno anche tra gli antichi egizi. Qui la protagonista diventa Hathor, la dea dell’amore e della gioia, della musica e della danza. Nell’antica Roma i rituali del Capodanno erano molto complessi. Il mese di gennaio era sacro a Giano, egli proteggeva le entrate e le uscite, e simbolicamente, anche l’anno che se ne andava e quello che arrivava. Per questo motivo era rappresentato con un volto barbuto e anziano e uno giovane. I romani avevano mutuato gianodalla dea celtica Juana. Janua è la Signora del Tempo e madre degli Dei, è la divinità dei passagi, è la porta e rappresenta il ciclo dell’eterno divenire. Genova deve il suo nome a Lei, (Genua) la porta sul mare. A questa divinità i sacerdoti offrivano farro e una speciale focaccia, chiamata ianual, fatta di formaggio, farina e uova. Quello stesso giorno i romani usavano invitare a pranzo gli amici,scambiarsi vasi di miele con datteri e fichi come augurio di fortuna e felicità. Anche in questo caso l’inizio dell’anno nuovo assumeva un significato religioso mescolato però a sregolatezza e a festeggiamenti sfrenati. La data del Capodanno è cambiata nel corso del tempo, fra gli antichi celti si celebrava tra il 31 ottobre e il 2 novembre, come fine del ciclo agricolo ed inizio del nuovo. L’uso in voga oggi di iniziare l’anno dal 1 gennaio cominciò con la riforma del calendario voluta da Giulio Cesare, successivamente quando il calendario fu adottato dai cristiani, si continuò a festeggiarlo in tale giorno perché la ritenevano la data della circoncisione di Gesù, circonciso, secondo la legge ebraica, l’ottavo giorno dalla nascita. Nel corso del Medioevo fu sostituito da altre date, per esempio il 1 marzo, che fu usato  nella repubblica veneta fino al 1797. Oppure il 25 marzo in Toscana per ricordare il concepimento di Gesù. In Francia si festeggiava con la Pasqua. Altrove il 1 settembre o per Natale. La chiesa termina l’anno con San  Silvestro e lo inizia con la Madre di Dio. San Silvestro fu incoronato papa da Costantino. Sembra poi che il Santo abbia battezzato l’imperatore Costantino, chiudendo così simbolicamente l’era pagana e aprendo la nuova era cristiana dell’Impero. Una leggenda racconta che San Silvestro liberò un paese in provincia di Rieti, da un drago che viveva in una caverna, cui si accedeva attraverso 365 gradini. Possiamo quindi constatare che anche la Chiesa metaforicamente chiude l’anno con l’uccisione del drago, quindi del vecchio,ed inizia l’anno nuovo sotto la protezione della Madonna come Madre. E adesso passiamo ai festeggiamenti. Oltre diecimila anni fa gli uomini, da poco dediti all’agricoltura, festeggiavano al culmine dell’inverno lo scampato pericolo. Infatti, da quel momento in poi, la stagione non avrebbe potuto che migliorare. Perciò approntavano i cibi e le bevande risparmiate e facevano festa tutti insieme. Il vischio usato per il bacio di Capodanno era una pianta sacra ai celti. Si credeva che le sue bacche lattiginose contenessero il seme fertile, quindi baciarsi sotto il vischio è simbolo di fertilità. Ma non è tutto qui, il vischio era sacro alla dea dell’amore Freya, la più nota e amata delle dee nordiche, famosa  per la sua bellezza, è la dea dell’amore. Quindi il bacio sotto al vischio non è solo benaugurale ma speranzoso.

immagine: San Silvestro e il drago

articolo già pubblicato sul quotidiano:”La Voce di Romagna” il giorno 02/01/2014

Le 107 pugnalate della setta degli accoltellatori

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Tredici reati di sangue, otto morti, sei feriti, centosette pugnalate inferte, una sola firma: quella della setta degli accoltellatori di Ravenna. L’attività criminosa si svolse tra il 1865 e il 1871, culminò col processo, che ebbe vasta risonanza in tutto il Paese, istruito in città nel 1874 contro i 23 presunti accoltellatori, quasi tutti condannati. Tutto comincia a Ravenna una sera del 1865, in via delle Melarance (oggi via Mentana), spesso si incontravano ubriachi che annegavano nel vino dell’ Osteria della Grotta le amarezze sulla mancanza di lavoro e sulle incertezze del domani. Tra di loro vi erano molti ex garibaldini, qualcuno aveva anche partecipato all’impresa dei Mille, delusi per il   l’ Italia unita, ma monarchica. La monarchia era una pillola amara che loro non riuscivano ad ingoiare. Nelle osterie  incitavano alla rivolta sostenendo che il Risorgimento era stato tradito e passarono dalle parole ai fatti, decisero di dare una lezione a quei “boia” che si arricchivano affamando la povera gente. Colpirne uno per educarne cento dicevano. La prima vittima fu il direttore della Banca Nazionale di Ravenna, poi dopo una serie di ferimenti con la saracca (coltello da tasca romagnolo a lama dritta micidiale), ci scappò il primo morto, fu ucciso il procuratore del re. Gli ambienti repubblicani vennero setacciati e gli arresti furono all’ordine del giorno. A mettere fine alla banda fu un delatore, un pentito diremmo oggi. La Romagna era ai tempi terra di gruppi ribelli e indomabili, di accese passioni politiche. La difesa dell’onore era un concetto tenuto in gran conto anche in ambienti popolari, laddove il sentirsi superiori dipendeva proprio dalla capacità di duellare. Molti romagnoli usavano come arma di difesa la saracca, la tenevano in tasca, assai diffusa dal XVII secolo ai primi del Novecento. Il Passatore ritratto spesso col trombone che  probabilmente non usò mai, era l’arma dei briganti calabresi, in realtà pure lui usava il coltello. Anche Mussolini da ragazzo pare fosse espulso dal collegio dei  salesiani, a Faenza, per un colpo di coltello inferto ad un compagno.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La voce di romagna” il giorno 12/05/2014

    

Enigma Trono Ludovisi

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Tentare di collegare le opere d’arte più belle alla Romagna è per me un dovere e un piacere. Partiamo da Roma: gli Horti di proprietà del senatore Gaio Sallustio Crispo (86-34 a.C.), erano di fatto un’opulenta villa suburbana con estesi giardini  adornati da padiglioni, porticati, statue, fontane, templi (uno dedicato a Venere Ericina), terme e ninfei. Il tutto fu realizzato su di un terreno precedentemente appartenuto a Giulio Cesare. La distruzione degli Horti  Sallustiani ebbe origine dal sacco dei Goti di Alarico nel 410, che iniziarono il saccheggio e la distruzione proprio da quegli splendidi edifici, provocando danni che nessuno avrebbe mai più riparato. Nel XVII secolo durante i lavori di ripristino a Villa Ludovisi che sorgeva sugli antichi Horti, vi fu il primo ritrovamento dei marmi antichi: il Galata morente, quindi il Galata suicida, infine nel 1887 fu ritrovato il Trono Ludovisi, tutte opere di straordinaria importanza e bellezza. Vi pare possibile che tali opere siano rimaste sepolte per centinaia di anni e scoperte per puro caso? Ciò stupisce non poco conoscendo l’impegno che i Papi rinascimentali profusero per recuperare le antichità di Roma. Alarico, durante il sacco di Roma, catturò come ostaggio Galla Placidia, sorella dell’ imperatore Onorio (colui che spostò la capitale da Milano a Ravenna) e futura imperatrice,     nonché  regina dei Goti, di cui Alarico si innamorò. Questi decise di portare Galla Placidia con sé verso l’Africa, ma il fato gli fu avverso, prima un nubifragio in cui affondarono parecchie navi, poi  si ammalò e morì a Cosenza, sepolto coi suoi tesori sotto al fiume Busento. Galla Placidia stregò il nuovo  re dei Visigoti Ataulfo che la sposò dapprima con rito barbaro a Forlì e poi a Narbona nel 414. Ataulfo le offrì in dono parte dei tesori saccheggiati a Roma. Il Trono Ludovisi è paragonato spesso ad un altro manufatto chiamato Trono di  Boston. Qualche anno fa lo storico dell’arte Federico Zeri  aveva attribuito il Trono Ludovisi  ad uno “scalpellino” del 1800, l’opera rischiò di finire in un deposito. La scultura risale al  V a. C. secolo  è oggi conservata a Roma a Palazzo Altemps che fu edificato, guarda caso, da Girolamo Riario  marito di Caterina Sforza, su progetto di Melozzo da Forlì. Il Trono Ludovisi, è un trittico marmoreo che raffigura ai latiuna flautista nuda, e una figura di donna ammantata, e al centro vi è Venere coperta da un chitone delicatamente panneggiato, dai seni tremolanti, si appoggia a due figure femminili che la stanno aiutando a fuoriuscire dall’acqua, è intrisa di acqua, di luce e di erotismo. Le sacerdotesse di Venere Ericina  praticavano la prostituzione sacra. Venere Ericina ha come simbolo una spiga ed è rappresentata accanto ad un cane e ad altri animali,  è la “Signora degli animali”; a Lei erano sacre le colombe ed un particolare rito prevedeva il loro volo da Erice verso le coste africane con il ritorno. Ipotizzare che Alarico o Ataulfo abbiano razziato e poi donato il Trono Ludovisi a Galla Placidia non è poi così impossibile, Lei aveva diciotto anni  e non doveva discostarsi di molto dalla raffigurazione di Venere, di Galla non si hanno immagini certe, se non in monete, ma si sa ad esempio che la madre che si chiamava come lei: Galla, era considerata la donna più bella dell’Impero. Galla Placidia  doveva essere pudica ed impudica, come dimostrò con la sua vita, fu regina di cuori dal polso di ferro. La raffigurazione più famosa nel suo Mausoleo in Ravenna, sono le due colombe posate sul bacile di acqua, che rappresentano le anime che si abbeverano alla fonte di Cristo. Le colombe però sono disposte in modo che una pare che parta e l’altra che si sia appena posata, quasi come le colombe della Venere Ericina. Il Trono sarebbe poi ipoteticamente ritornato a Roma con Galla dove ella morì nel 450. Forse mi sto arrampicando sugli specchi ma sappiate che  abbiamo una bellissima copia del Trono (assieme ad altri pregevoli gessi), si trova  al Museo d’Arte di Ravenna, dove  sino al 15 giugno trovate oltre alle collezioni permanenti una bellissima ed esaustiva mostra: “L’incanto degli affreschi”  la storia della pittura murale da Pompei, passando da Giotto sino a Tiepolo.              

 immagine: Trono Ludovisi (parte centrale)

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno12/05/2014

RINALDO, CHE ASSOLSE I TEMPLARI DEL CONCILIO

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Non molto tempo fa a Ravenna, nella Zona del Silenzio, hanno sistemato il giardino accanto alla chiesa di San Francesco, adiacente alla tomba di Dante, l’hanno intitolato a Rinaldo da Concorezzo. Chi era costui?Rinaldo da Concorezzo è stato un arcivescovo cattolico nato a Milano e morto a Ravenna, qui sepolto in un bel sarcofago  dentro al Duomo, nella Cappella del Sudore. Fu contemporaneo di  Dante, col quale dovette avere quasi certamente dei rapporti. Morirono a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Rinaldo da Concorezzo fu l’artefice dell’assoluzione dei Templari italiani nel Concilio di Ravenna, inquisiti e minacciati dello scioglimento dell’Ordine per volere di Filippo il Bello il quale mirava ad  impossessarsi dei loro beni. Condannò insieme ai suoi vescovi suffraganei la tortura e il terrore come mezzi per ottenere confessioni, non accettandole se estorte con questi metodi e in ciò si oppose anche alla volontà del papa Clemente V che ne voleva lo scioglimento. Fu un’anticipazione delle tesi di Cesare Beccaria del 1764! Come vedete arrivano i misteri coi Templari, quando si parla di loro è sempre un mistero. Rinaldo (siamo nel 1300) è veramente all’avanguardia se non accetta la tortura per strappare la presunta verità, una persona sotto tortura alla fine ammette tutto pur di essere lasciato in pace, non si può mai parlare di verità. Il processo da lui presieduto riconobbe  l‘innocenza dei Templari, la cui pena finale fu soltanto una promessa di penitenza.  Papa Clemente V, furioso per il risultato, ordinò all’arcivescovo di riaprire il processo, e di applicare la tortura per ottenere delle confessioni ma Rinaldo rifiutò ancora. Ed eccoci all’altro mistero su Rinaldo: nel 1311 nel concilio tenuto a Ravenna legittimò il battesimo per aspersione…e allora? Con il battesimo dei bambini si sviluppa la forma del battesimo per aspersione, accettata solamente dalla Chiesa Occidentale.“L’aspersione dei bambini faceva parte della mitologia pagana, e la si constata su numerosi monumenti romani o etruschi, sebbene la sua origine si perda nella notte dei tempi. Presso i pagani, era una lustrazione (rito di espiazione e purificazione); fece la sua prima apparizione nella Chiesa sotto la forma di esorcismo; quando i monaci unirono l’esorcismo al battesimo, si confuse col battesimo e, per finire. lo soppiantò”.

 

foto: Giardino di  Concorezzo, Ravenna

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Ravenna” il giorno 07/04/2014

LA ROMAGNA E’ UN PO’ CELTICA

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 I Celti erano una popolazione indoeuropea formata da varie tribù, chiamati in modo diverso secondo il luogo in cui si stanziarono, i Romani li chiamavano Galli. Nel IV secolo a. C. i Galli Senoni occuparono Rimini costruendoci l‘unica loro zecca; da Rimini marciarono su Roma, la misero a sacco e la umiliarono pretendendo molto oro e rispondendo alle proteste dei Romani con le fatidiche parole “Vae Victis” (Guai ai Vinti). Il loro capo era Brenno, che significa corvo, in quanto era in uso presso i Celti, darsi il nome di un animale che li rappresentasse. Nell‘antichità si era formata una leggenda secondo la quale la sepoltura di Romolo fosse divenuta un “luogo funesto“, a causa della profanazione della  tomba da parte dei Galli durante il saccheggio del 390 a.C., l‘area venne sepolta e recintata nella tarda età repubblicana, coperta da un pavimento di marmo nero (da cui il nome Lapis Niger) il cui mistero non è stato ancora risolto. Nel 295 a. C. arrivarono a Rimini i Romani scacciando i Senoni. Del periodo romano Rimini  avanza una ricca eredità, tra i quali il Ponte di Tiberio, l’Arco di Augusto e la centuriazione del territorio. Sembrerebbe che nulla sia avanzato della cultura celtica, ma non è così, attorno a Rimini vi sono toponimi che ricordano molto bene i Galli. Inoltre Rimini, di fatto era ed è l’unica città italiana ad avere una cattedrale che porta la suggestiva dedica a Santa Colomba di Sens, martire del popolo dei Senoni. Non solo, ad Onferno , vicino alle famose grotte, in un’area di religiosità ancestrale vi è anche una pieve intitolata a Santa Colomba. Colomba di Sens (Sens era l’antica capitale dei Galli Senoni) vergine e  martire era di una nobile e pagana famiglia di Saragozza, fuggì a Vienne e si fece battezzare col nome di Colomba: proseguì per Sens dove subì il martirio. L’imperatore romano Aureliano, nel 273, voleva farle sposare suo figlio ma Colomba rifiutò. Fu rinchiusa in un bordello: ma quando un uomo le si avvicinò, un’orsa apparve e la difese. Aureliano voleva allora far bruciare sia l’orsa che la giovane: ma l’orsa riuscì a fuggire e una pioggia provvidenziale spense il fuoco. Infine, Colomba fu condannata alla decapitazione. Attributi  principali della Santa sono l’orsa e la piuma del pavone che sostituisce a volte la palma del martirio. Numerose sono le chiese dedicate alla Santa, ma il culto si diffuse soprattutto a Rimini. Si racconta che intorno al 313 alcuni mercanti di Sens, trovatisi a navigare nell’Adriatico, portando con sé una reliquia di Santa Colomba, furono costretti ad approdare a Rimini, la reliquia fu accolta dal vescovo Stemnio e posta nella cattedrale. Nel 1581 il vescovo di Rimini, essendo nunzio apostolico in Francia, ottenne dai monaci dell’abbazia di Sens,  una costola e due denti della martire, che dal secolo XVIII sono conservate in un busto reliquiario ora posto nel Tempio Malatestiano, la nuova cattedrale, che sostituì l‘altra demolita nel 1815 dedicata alla SS. Trinità e a Santa Colomba. La Santa è invocata per i buoni raccolti, implorata  per ottenere la pioggia contro la siccità, è  accompagnata da un’orsa ed è festeggiata il 31 dicembre. Artio è la dea celtica della caccia e dell’abbondanza spesso raffigurata con le sembianze di un’orsa, è festeggiata  per il  Capodanno celtico. Artio significa in celtico orso, Artù mutua il nome da tale animale, simbolo di forza. Santa Colomba è un esempio di ciò che la Chiesa ha assimilato da altre  religioni, apportando le cose buone togliendo la degenerazione, non con sincretismo, come in tanti credono ma accogliendo il Vecchio per trasportarlo nel Nuovo. Come nella storia in cui il passato non si ripresenta mai se non in altre forme.

immagine: Artio 

articolo già pubblicato sul quotidiano  “La Voce di Romagna” il giorno 10/02/2014

API, SIMBOLO DI ROMAGNA

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Sant‘Apollinare,si festeggia il 23 luglio, originario di Antiochia in Siria, patrono e proto-vescovo di Ravenna, forse incaricato dallo stesso San Pietro, di cui si dice fosse stato discepolo. Si dedicò all‘opera di evangelizzazione dell‘Emilia-Romagna, per morire infine martire. A Ravenna (nel Duomo) si conserva “e saint sasol“ ovvero un sasso come reliquia della sua presunta lapidazione.   Sant’Apollinare in Classe è la più grande basilica paleocristiana di Ravenna, fatta edificare dal Vescovo Ursicino, terminata e consacrata il 9 Maggio 549. Nell‘abside gli stupendi mosaici  sono testimonianza dell‘ultimo ciclo dell‘arte musiva ravennate. Al centro sotto la croce, è rappresentato Sant’Apollinare in posa di orante, con la pianeta arricchita di 207 api d‘oro, su di un luminoso prato verde, ricco di fiori e di alberi. Le api  passano quasi inosservate davanti alla bellezza di tutto l‘insieme, ma cosa significano, era forse Apollinare un apicoltore? Sto scherzando, Apollinare era un evangelizzatore quindi aveva il dono della parola e dell’eloquenza di cui le api sono simbolo. Probabilmente non è un caso che le api siano 207, in quanto 2+ 0+7 = 9, questo numero era sacro in quanto rappresentava un multiplo del 3 (la triade il numero perfetto).Inoltre le Muse, divinità minori appartenenti ad Apollo, erano 9 e cosa ancora più importante il concepimento dura 9 mesi. La prima iconografia dell’ape risale al neolitico (circa 9.000 anni fa). E‘stata scoperta nel 1921, in Spagna, una grotta sulle cui pareti è raffigurato un nido di api e un cercatore di miele. Lo sciame delle api viene assimilato alla struttura delle antiche società  matriarcali, composto da una madre (l‘ape regina) e una moltitudine di figlie sterili (le api operaie). La regina  è l‘unica a cui è delegata la procreazione, vive circa 4 anni e si differenzia dalle altre api perché nutrita esclusivamente con pappa reale. Sono le api operaie, che eseguiscono tutte le mansioni, fuori e dentro l’alveare, assolvendo cronologicamente ciascuna tutti i ruoli, nell’arco della loro breve vita, che va dai 40 giorni ai 3 mesi. I fuchi cioè i maschi, mangiano a sbafo, loro unico compito è fecondare la regina. La fecondazione avviene in volo, ed interessa un numero di fuchi notevole, anche 15 maschi! Per la simbologia dell’ape, si parte da lontano: dalla Grande Madre, poi la troviamo in Grecia dove lo stesso Zeus sarebbe stato nutrito di miele da Melissa. Il nome di Melissa deriva dal greco e significa “miele”. L’ape/dea  la troviamo tanto a  Creta che in Palestina. A Delfi sembra che il culto della dea/ape fosse successivamente sostituito da quello di Apollo…  Apollinare significa sacro ad Apollo. La chiesa cristiana, nei primi secoli, utilizzava le api come simbolo di resurrezione e come esempio di comunità da seguire; dalle arnie si traeva anche la cera per le candele delle celebrazioni sacre. Api d‘oro furono scoperte nel 1653 nella tomba di Childerico, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia, l’ape fu così scelta come simbolo da Napoleone in modo da collegare la nuova dinastia alle origini stesse della Francia. Un altro personaggio famoso, Giuseppe Garibaldi si dilettava con l‘apicoltura anzi era la sua “occupazione prediletta”. Per tornare alla Romagna e a quanto l’apicoltura sia qui amata occorre citare due nomi: Carlo Carlini e Silvio Gardini. Carlo Carlini  nacque a Santarcangelo  nel 1875, svolse la professione di maestro di scuola, fra i suoi allievi fu anche il poeta Tonino Guerra. Carlini era chiamato ”il maestro delle api”  basti pensare che l‘Arnia Italica Carlini  è tuttora lo standard sul quale è basata tutta l’apicoltura italiana. Silvio Gardini nacque a San Pierino di Ravenna nel 1872, figlio del fattore dell‘azienda Ghezzo, una delle più avanzate e moderne di quel tempo. Gardini tracciò le linee dell’apicoltura moderna con l’inserimento di tecniche che forse sono da primato mondiale, ed insieme ad altri allevatori di api fondò a Ravenna il primo consorzio apicoltori in Italia, suo nipote fu il famoso uomo d’affari ravennate Raul Gardini.    

immagine: Sant’Apollinare in Classe (Ravenna)

articolo già pubblicato sul quotidiano  “La Voce di Romagna” il giorno 03/02/2014

La gazza, le liti e la Romagna

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Argaza” è il nome del sito on line dell’Istituto Friedrich Schürr, associazione per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio dialettale romagnolo, ha l’intento di tener vivo, far conoscere e divulgare un       bene culturale importante testimone del nostro comune passato. Si legge sul sito il perché di tale nome il cui parallelo in italiano è gazza. La gazza è l’uccello che col suo continuo ciacolare mette rapidamente sull’avviso la popolazione silvestre di quanto accade nel bosco… Ci piace anche pensare, seppur para-etimologicamente, che suo tramite, il termine “gazzetta” sia entrato nel lessico del giornalismo e dell’informazione generale”. Ciò mi ha fatto ricordare che un tempo argaza significava anche istigare, coi suoi sinonimi: trascinare, stuzzicare, punzecchiare, accendere, aizzare, animare, sobillare. Con significato analogo mio padre usava anche l’attributo  “gazàra” cioè  gazzarra, strepito baraonda ecc. Mi sembra che gazza/gazzetta/istigare/gazzarra siano affini. La gazza, cugina del corvo, è un uccello con una livrea bianca e nera dalle forme eleganti. Le gazze sono curiose e sfrontate, hanno la reputazione di rubare le cose luccicanti. Sono strani uccelli se vi prendono di mira sembrano quasi “umani”, ne aveva una il mio vicino  di casa che mi attaccava in picchiata ogni volta che uscivo in giardino o mi entrava in casa dalle finestre quando erano aperte, la sua astuzia nel sorprendermi era incredibile. Non si capisce se nell’immaginario popolare sia ben vista o malvista, un’antica leggenda racconta che la gazza fu l’unico uccello che rifiutò di salire sull’arca di Noè, preferendo restare appollaiata sul tetto (forse già allora stava di vedetta per acchiappare le notizie). In Oriente è sinonimo di fortuna, in Cina una strana leggenda la ritiene in grado di riferire al marito se la moglie lo tradisce (spero che valga anche al contrario). Ora però vi racconto l’episodio in cui si verificò “l’argaza”. Da bambina ero solitaria e curiosissima di ciò che facevano i grandi, li spiavo pure. Non mi capacitavo di come si imbestialissero perché uno era repubblicano e l’altro comunista, le idee che a me parevano uguali, per loro erano inconciliabili, vi dirò di più, entravo nei discorsi, ma loro manco mi guardavano, le donne non c’entravano con la politica, altro che quote rosa, erano cose da uomini, figuriamoci una bambina di dieci anni. Fra di loro c’era un contadino repubblicano, dagli accesi ideali politici che seppur non particolarmente istruito, sapeva scrivere le zirudelle. Le zirudelle  sono poesie o più propriamente stornelli con rime baciate, spesso con accompagnamento musicale. Un tempo chi sapeva costruirle era molto apprezzato, ce n’erano di boccaccesche, di intimiste, altre narravano di fatti accaduti e naturalmente molte erano infiammate di politica. Ecco queste ultime scatenavano, non dico le risse, ma accesi dibattiti che diventavano offensivi, si accendevano i volti, gli occhi divenivano sporgenti, le mani gesticolavano velocemente, poi qualche spintone e il gesto di tirarsi addosso una sedia, poi come tutto era nato l’argaza o gazàra  si calmava, mesti con le spalle ricurve tornavano ognuno alle proprie case senza salutarsi. Il giorno dopo come se non fosse successo nulla si incontravano a giocare a briscola. Sembra che il termine gazzetta, inteso come giornale,provenga da una piccola anatra simile alla gazza chiamata gazzetta la quale veniva stampata sui fogli. Quindi alla nostra gazza diamo tanti attributi: intelligente, chiassosa, una voce fuori dal coro, non entra neanche nell’arca di Noè però è causa di argaza o gazàra cioè di baraonda. Che facciamo lo vediamo beneaugurante o malevolo questo volatile? Prima di decidere sappiate che da gazza deriva un altro nome: “gaȥulêr” che è il modulare continuo e gioioso del neonato, un tempo si diceva che parlavano con gli angeli, ma gaȥulêr  può essere anche il sommesso cinguettare  dei passeri al mattino. Forse la voce quando è sincera crea argaza o gazàra solo con chi è in difetto.       

 immagine:  Briscola di Ferdinando Botero

articolo già pubblicato dal quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 30/06/2014

LA PIETRA DELL’AMORE

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Scopriamo secondo le teorie della “selezione sessuale” che i brutti si sarebbero dovuti estinguere ben presto; invece ancora oggi rappresentano la parte maggiormente rappresentata. L’antropologia ha fatto capire chiaramente come il concetto per cui “le persone dovrebbero essere belle per essere scelte per l’accoppiamento” sia infondato. Successivamente si è affermato che la    donna vuole avere al suo fianco  un uomo forte, in grado di difenderla. La motivazione sarebbe che la caccia è sempre stata un’attività maschile in quanto la donna era troppo importante per l’allevamento della prole e non poteva permettersi di rischiare la vita, per questo motivo, protezione per sé stessa e i suoi bimbi la donna cercherebbe il Tarzan. Ma non illudetevi uomini dai muscoli palestrati, oggi da “potenza fisica” si è passati ad un concetto di “ricchezza”  ed improvvisamente gli uomini potenti e ricchi, sono divenuti attraenti. Ai giovani senza una lira si richiede un’ulteriore dose di coraggio, ecco  spiegato il fascino dei calciatori, degli automobilisti, dei motociclisti, degli sportivi in genere. Questo dicono gli  antropologi, ma ne siamo sicuri, o lo crediamo perché ce lo dicono gli scienziati dall’alto dei loro studi? In fin dei conti cambiamo ogni giorno opinioni, gusti ed abitudini, oggi in modo assai più veloce che nel passato. Io mi ritengo una donna come tante, una donna di tutti i giorni, quindi credo di condividere con le altre il sentimento della compassione, oggi può sembrare desueto, invece vive nella vita vera, non quella finta, da recita. Compassione letteralmente significa, soffro insieme a te, è di un tipo di  amore che non chiede nulla in cambio e dalla sofferenza può portare all’unione. Dante salva dall’ Inferno Provenzano Salvani per un suo gesto di compassione. Provenzano Salvani, è un ricco e potente signore senese. Dante lo pone nel girone dei superbi, nel Purgatorio, in lui il poeta vede la superbia e l’orgoglio di Siena ghibellina. La carriera di Provenzano si fermerà con la disfatta di Manfredi ed il tracollo di Corradino. I ghibellini perderanno tutte le loro mire e l’amico fraterno di Provenzano, Nino Pagliaresi sarà imprigionato. In quei tempi i signori non si uccidevano mai, perché si potevano richiedere lauti riscatti. Il riscatto fu pagato con l’umiliazione volontaria dell’altero  Provenzano e Nino Pagliaresi poté tornare a Siena. Provenzano morì nella battaglia a metà strada fra Colle Val d’ Elsa e Monteriggioni. Di lui non si conserva una tomba, fu decapitato, la sua testa esposta su una lancia e gettata oltre le mura di Siena, il corpo smembrato e senza sepoltura perché di lui non rimanesse memoria. Ma la storia racconta che sul luogo dove per amicizia aveva chiesto l’elemosina, tremando di vergogna, lui così superbo, raccogliendo il denaro per salvare l’amico, mani pietose scolpirono una pietra, chiamata poi Pietra dell’ Amore. La leggenda narra  che chiunque si fermi sopra la pietra a baciarsi, l’amore non lo lascerà mai più. Su questa pietra vi fu poi innalzato l’albero della Libertà, ma oggi biancheggia di nuovo, non lontano dalla Torre del Mangia in Piazza del Campo a Siena. Sono sicura che molte donne potrebbero innamorarsi  e scegliere come padre dei propri figli, un uomo così, un po’ superbo ma capace di umiliarsi per amore, e pensare che oggi si svaluta un tale uomo, che piega il capo per la famiglia, sto parlando del tanto vituperato uomo medio che ai soprusi del capo non si ribella perché…tengo famiglia, sono questi gli eroi di oggi altro che bellezza o muscoli.

 

immagine: La pietra dell’amore in Piazza del Campo a Siena

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”