PESCE D’APRILE LE ORIGINI

Pesce d'aprile

Da dove derivi l’origine del pesce d’aprile nessuno lo sa con certezza, si tramanda ormai da secoli,  ma questo pesce sfugge a qualsiasi pescatore. Le leggende sono tante, una narra che la creazione del mondo terminò il 1 aprile e  Dio tornò in cielo. Gli uomini non sapendo cosa fare si misero a cercare il cibo per sfamarsi ma i più stolti intralciavano le ricerche dei più efficienti, così gli sciocchi furono inviati lontano a prendere cose inesistenti. Venendo un po’ più avanti coi tempi c’è chi ci  trova un’allusione ad un antichissimo uso degli Ebrei, quello di mandare, per disprezzo, una persona in giro di qua e di là, come fecero per Cristo. Un’altra ipotesi riferisce che un tempo il 1 d’aprile era la data che segnava l’inizio dell’anno, data che fu poi spostata dalla Chiesa al 1 gennaio, la vecchia tradizione continuò a sopravvivere tra i pagani, che per questo venivano derisi e scherniti. Altri fanno riferimento alla festività di Hilaria  (gioia) il 25 marzo i Romani festeggiavano la dea Cibele, la particolarità di questo giorno di festa era il permesso di dare vita a qualsiasi forma di scherzo o gioco. Oppure hanno ipotizzato come origine del pesce d’aprile il mito di Proserpina che dopo essere stata rapita da Plutone, viene cercata dalla madre;  ed anche alla festa pagana di Venere Verticordia (che cambia i cuori), che aveva attinenza con l’usanza di prendersi gioco degli altri. In Francia il 1 Aprile 1634, il duca Francesco di Lorena, prigioniero del re Luigi XIII, riuscì a fuggire dal Castello di Nancy nuotando sotto il pelo dell’acqua di un fiume, le guardie furono derise commentando che erano state raggirate da un enorme “pesce”, da qui la scelta del simbolo del pesce del 1 aprile. Un’altra variante francese è legata al 1564 quando Carlo IX  adottò il calendario gregoriano (Giulio Cesare nel promulgare il calendario giuliano, stabilì che   l’anno iniziasse il 1 gennaio  anziché il 1 marzo, quando l’impero romano  crollò, ogni stato iniziò ad avere una datazione diversa che poi si unificò col calendario gregoriano introdotto nel 1582 da papa Gregorio XIII). Non tutti accettarono il cambiamento, questi ultimi che preferivano festeggiarlo il 1 aprile venivano presi in giro come “Poisson d’Avril”.  In Inghilterra  1 aprile è l’“April Fools” (sciocchi d’aprile). Insomma questo giorno d’aprile a che fare con gli schiocchi, gli scherzi e i pesci. Ma il pesce cosa c’entra? In quei giorni il sole lascia il segno dei pesci e va in ariete. In Romagna c’è stato un tempo  in cui usavano fare scherzi feroci il solito Michele Placucci riporta: “Si rinviene un uomo il più goffo, ed il meno accorto della villa, gli si pone addosso una cassa piena di sassi, e gli si commette di portarla alla parrocchia dicendogli che sono le chiavi dell’alleluia; dalla chiesa si fa girare qua e là, finché si accorge della burla”. Le ipotesi non finiscono qui ce ne sono altre, in Scozia, il “pesce d’aprile”viene chiamato  “Taily Day” ( giorno delle natiche), gli scozzesi attaccano alle spalle un cartello  con la scritta “Kick me”( Prendimi a calci). Il pesce è anche un simbolo fallico e posto alle spalle, capite bene il significato, guarda caso nella storia  egiziana il pesce del Nilo inghiottì  il pene di Osiris. Così arriviamo alla decifrazione del pesce d’aprile, non è nient’altro che il capro espiatorio, ora lo si ricorda bonariamente un tempo lo si uccideva. La ricerca di un capro espiatorio è il tentativo inconscio di scaricare l’energia negativa che non siamo in grado di sopportare è la soluzione per trovare un colpevole piuttosto che risolvere il problema che, in questo modo, viene solo rimandato. La Chiesa che la sa lunga sulle tradizioni il 1 aprile festeggia Sant‘Ugo di Grenoble vescovo integerrimo che si adoperò per la riforma dei costumi del clero e del popolo e, durante il suo episcopato fu esempio di carità. La remora è un pesce di mare che ha una una sorta di ventosa, con cui si attacca a scafi o a pesci più grandi, in antichità si pensava che questi pesci potessero fermare le navi, il loro nome significa: indugio, ritardo, freno. Meglio allora agire con remora agli scherzi che divertono solo chi li fa e gli spettatori, non chi li subisce.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 31/03/2014

I FIORI IN CUCINA? PROVATELI E NON VI PENTIRETE

fiori-commestibili

In primavera è bello passeggiare in campagna e in luoghi incolti, raccogliendo le erbe ma anche i fiori con cui si possono effettuare piatti buoni e belli. I fiori sono utilizzati in cucina sin dall’antichità e la tradizione mediterranea ne usa di tante tipologie diverse. Utilizzare i fiori in cucina può rendere molto particolare un piatto tradizionale, con i fiori possiamo abbellire e colorare le nostre creazioni culinarie. I fiori da mangiare io li uso  in particolar  modo nelle insalate,usando le pratoline l’effetto visivo sulle foglie verdi è delizioso come pure il gusto. Con questi fiori elaboro un altro piatto, dei crostini su cui spalmo del mascarpone a cui ho aggiunto pratoline tritate, un po’ di sale e pepe e naturalmente sopra un fiore integro. Non tutti i fiori sono commestibili, non toccate l’azalea e l’oleandro i quali hanno foglie e fiori velenosi. Nella lista dei buoni da mangiare ce ne sono tanti, ad esempio:  aneto, arancia, basilico, sambuco, begonia, viola, garofano, girasole, primula, menta, mirto, ginestra, malva, pesco, melograno, con quest’ultimo si abbina bene la carne, alla fine della cottura aggiungere i fiori e mantecare. Un’idea che stupisce piacevolmente gli ospiti è il ghiaccio coi fiori dentro, semplicissimo da fare. In Romagna la raccolta e l’uso delle erbe e dei fiori per cibarsene e per l’utilizzo erboristico è una tradizione. Mia nonna preparava le frittelle con i fiori d’acacia, questi fiori  candidi hanno un profumo intenso paragonabile solo all’invadenza della pianta. Per le frittelle occorrono i  fiori, le uova, il latte e la farina, un po’ di zucchero e un pizzico di lievito, quindi si frigge   versando il composto a cucchiaiate in olio bollente. A Casola Valsenio in maggio e giugno si svolge la Festa delle  Erbe in  Fiore. La Festa unisce visite guidate alla scoperta di fiori, erbe selvatiche e officinali nel famoso Giardino delle Erbe, che accoglie oltre 400 specie di erbe officinali ed aromatiche, a degustazioni di ricette a base di erbe e fiori, conferenze e laboratori. E’ possibile  trovare  cibi strani ma buoni  come: cream caramel con il basilico o gelato con rose accompagnato da salsa di viole brinate con lo zucchero . Non è difficile brinare un fiore, la tecnica è semplice: basta spennellare con una chiara d’uovo sbattuta un fiore e cospargerlo di zucchero semolato e farlo poi riposare per qualche ora.

immagine: insalata con uova sode e fiori

articolo già  pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 28 aprile 2014 

Pasqua, è nato prima l’uovo o … la colomba?

sarsina

La colomba è il dolce tipico di Pasqua assieme all’uovo di cioccolato, ma un tempo antico, quello dei nonni, in Romagna la mattina di Pasqua prima di andare a Messa c’era da mangiare una fetta di focaccia e l’uovo sodo benedetto dal parroco durante la visita per la benedizione pasquale della casa, che era stata precedentemente pulita a fondo. La colomba certamente è più golosa e l’uovo di cioccolato è molto simpatico per la sorpresa. Le origini della colomba risalirebbero a San Colombano, il Santo fu invitato ad un suntuoso pranzo dai Longobardi, una tavola piena di carne e cacciagione, Colombano alzò la mano benedicendo la tavolata e le pietanze si trasformarono in candide colombe di pane. La regina Teodolinda  colpita dal prodigio gli donò il territorio di Bobbio in cui sorse poi l’Abbazia di San Colombano. L’uovo è un simbolo molto antico, addirittura lo si riferisce alla nascita del mondo. Nelle feste pagane celebranti il ritorno della  primavera, le sacerdotesse di Cerere portavano in processione l‘uovo, emblema della vita nascente. Nell’iconografia cristiana, l’uovo è il segno della Resurrezione, il guscio calcareo rappresenta la tomba dalla quale esce un pulcino, come Cristo esce vivo dal sepolcro. Le uova associate alla primavera per secoli, con l’avvento del cristianesimo divennero simbolo della rinascita non solo della natura ma dell’uomo stesso. La focaccia di un tempo, che comunque la si prepara ancora oggi decorandola con uova colorate, potrebbe risalire all’epoca di Costantino il Grande quando i catecumeni ricevevano, durante la sacra notte di Pasqua, delle focacce a base di latte e di miele, al termine della cerimonia battesimale.Oppure può avere origine dalla mola salsa una focaccia sacra utilizzata nei riti religiosi dell’antica Roma. Veniva offerta alla divinità e distribuita in piccoli pezzi ai credenti, quale atto di purificazione, certuni ritengono questo uso un’anticipazione del rito dell’eucarestia. La focaccia o pagnotta è un dolce tipico della tradizione romagnola e la più conosciuta dalle nostre parti è quella di Sarsina. Il paese sulle colline di Cesena propone ogni anno la rinomata Sagra della Pagnotta Pasquale, la focaccia è preparata durante la Quaresima e servita in occasione della Pasqua insieme all’uovo benedetto, si tratta di una tradizione molto sentita in questa località… e non solo.   

immagine: la pagnotta di Sarsina

articolo già pubblicato sul quotidiano “La  Voce di Romagna” il giorno 14 aprile 2014

Montebello, il castello col fantasma di Azzurrina

Castello di Montebello 026

Quella di Montebello è una delle rocche più belle e meglio conservate della Romagna. Il castello ha la particolarità di poggiare le sue fondamenta proprio sul picco del monte.  Il Mons Belli che tradotto dal latino vuol dire monte della guerra, fu meta di molti assalti, ad iniziare dai Malatesta nel 1186. Dopo circa 200 anni furono i Montefeltro a conquistarla e la rocca rimase sotto il loro dominio fino al 1438 quando Il signore dei Malatesta Sigismondo Pandolfo la riconquistò. Oggi i proprietari del castello di Montebello sono la famiglia Guidi di Bagno.  Montebello si trova nell’entroterra di Rimini ed è famoso per il fantasma di Azzurrina.  La storia narra della giovanissima figlia di Ugolinuccio Malatesta, Guendalina, che scomparve misteriosamente all’età di otto anni, mentre giocava rincorrendo una palla di stracci all’interno della fortezza del castello di Montebello. Questa vicenda attira ai giorni nostri centinaia di turisti che, recandosi al castello  cercano il brivido del fantasma. La piccola Guendalina aveva una particolarità: era albina e a quel tempo questa particolare anomalia era considerato un segno di stregoneria e quindi frutto del demonio. Le fu affibbiato il soprannome di Azzurrina in quanto la madre, per nascondere la sua presunta malattia le tinse i capelli di nero. Ma la tipica chioma degli albini non trattenne a lungo la tinta che colò lasciando però ai capelli un particolare riflesso  azzurro. La leggenda dice che l’ultima volta che venne vista dal suo accompagnatore la bimba stava giocando a palla all’interno del castello, in quanto era una giornata piovigginosa. Guendalina corse dietro alla palla e scomparve.  Non vennero mai ritrovati i resti della bambina e si ritiene decisamente impossibile che possa essere uscita  dai sotterranei  del castello in altro modo se non risalendo quelle stesse scale. Fuori le mura imperversava un furioso temporale che si placò con la scomparsa di Azzurrina. Risate, giochi di bimba, 12 rintocchi di campane, il battere veloce di un cuore, questi i fenomeni più volte uditi e registrati che si possono sentire solo in quegli anni che finiscono con lo “0″ o il “5″ nel giorno di solstizio d’estate.

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/08/2014

Le api, nostre benefattrici

Le api nostre amiche

Gli antichi Romani quando brindavano alzavano le coppe dicendo: “prosit”, un’esclamazione latina che significa: “sia a favore” e molto spesso lo facevano con l’idromele.  L’idromele è una bevanda alcoolica ricavata dalla fermentazione di acqua e miele. L’uomo primitivo può avere facilmente scoperto che una miscela di miele e acqua, lasciata in un ambiente tiepido, poteva fermentare e diventare una bevanda capace di indurre stati alterati di coscienza o di dare la sensazione di poteri magici… una bevanda simile al vino, Omero la chiama ambrosia. Le origini dell’idromele sono   difficilmente databili. Si hanno notizie del fatto che fosse largamente diffuso e consumato sia nell‘Antico  Egitto, sia dai Greci e dai Romani, dai Celti, dai Vichingi e dagli Slavi, doveva costituire una sorta di bevanda nazionale per un intero emisfero geografico e culturale. Era una bevanda considerata sacra, spesso chiamata il nettare degli dei, e offerta in dono alle varie divinità pagane. Durante le feste e i banchetti era sempre presente, simbolo di fertilità e felicità, e veniva regalato alle coppie di sposi in grandi quantità come dono beneaugurante. Alcuni  ritengono che proprio da questa usanza di regalare idromele e miele ai neo sposi derivi la parola  “luna di miele”. Nell’antichità l’ape era sacra, ma ancora oggi questo insetto è nel nostro immaginario come un qualcosa di particolare. “Se un giorno le api dovessero scomparire, all’uomo resterebbero soltanto quattro anni di vita”, questo è ciò che avrebbe detto Einstein, considerata oggi una bufala, ma ne siamo certi? C’è chi asserisce che le api non si avvicinano a campi con coltivazione OGM, ritenendoli “avvelenati ”. Aldilà  di questa opinione, e del fatto che le api siano le maggiori impollinatrici, ci sarebbe anche un legame comportamentale, un paragone fra il modo di fare delle api, dei ragni e di noi stessi:“la battaglia fra ragni ed api”. Questa contesa è connessa alla disputa fra gli antichi e i moderni, una polemica nata nell’Accademia francese del XVII secolo, che si risolse più o meno così: Il ragno individualista, simbolizza i moderni, crede di dovere tutto al proprio patrimonio, l’ape, rappresenta gli antichi, riconosce nella sua attività il fatto che il linguaggio sia preesistente e che la scoperta non sia una creazione, ma un trovare e un ritrovare. Appare quindi l’arroganza del ragno “moderno” contro l’umiltà  dell’ape “conservatrice”.  Ma torniamo alle api, le quali hanno rischiato seriamente di sparire a causa dell‘uomo. Ora la loro salute è migliorata, ma tanto deve essere ancora fatto per salvare, con loro, la biodiversità vegetale. Oggi, nel nostro Paese l’idromele è quasi sconosciuto, ma ogni anno si producono circa 23mila tonnellate di miele, secondo recenti dati in Italia ci sono circa 40mila apicoltori. Sono quattro le qualità di miele che rientrano nell’elenco dei prodotti tradizionali della regione Emilia Romagna: Il Miele dell’Appennino, il Miele di erba medica della pianura, il Miele vergine integrale e infine il Miele di tiglio, tipico della provincia di Ravenna. La Romagna dedica alla fine di agosto (quest’anno il 6/7 settembre) una festa al miele, a pochi chilometri dalla costa romagnola risalendo verso l’entroterra di Rimini: a Montebello; dove è possibile ammirare il Castello divenuto famoso per la leggenda di Azzurrina. Durante le due serate della sagra si  possono gustare i prodotti  dell’alveare,rallegrarsi fra mercatini ed  intrattenimenti vari lungo le vie di questo borgo affascinante sulle colline riminesi. Tipico di questa zona è il miele di castagno, dal gusto amarognolo e forte, che è l’abbinamento  ideale del formaggio di fossa e la melata, ricavata dagli alberi di querce, dal colore ambrato e ricca di minerali, come il potassio. La melata è un liquido zuccherino e vischioso che ricopre le foglie solo di certi alberi, liquido secreto da afidi che si nutrono della linfa di queste piante, e bottinato dalle api come il nettare dei fiori. Altre produzioni apistiche tipiche sono il polline, ottimo ricostituente, il propoli utile come rimedio contro le malattie stagionali e la pappa reale usata come ricostituente.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/08/2014

 

Usi, costumi e pregiudizi dei contadini napoleonici

800px-Pica_pica_perched_on_branch_2

Tradizione è ciò che ci viene trasmesso, come un’eredità, sono abitudini che a volte sono preziose e sono da mantenere, altre volte sono da abbandonare, in qualche caso è meglio lasciare il vecchio per abbracciare il nuovo, altrimenti non ci sarà posto per il futuro. La tradizione ci da sicurezza ispira fiducia, pensiamo spesso al buon tempo passato guardando con paura al progresso e alla scienza.     Michele Placucci (Forlì 1782-1840) era segretario generale di Forlì ebbe così l’occasione di conoscere i risultati dell’inchiesta svoltasi nel 1811 condotta dal Governo del Regno d’Italia, siamo in epoca napoleonica, da cui trasse l’opera: “Usi, costumi e pregiudizi dei contadini della Romagna”. Placucci scrive su ogni ambito della vita del contadino romagnolo. Il libro inizia con le credenze: se senti cantare la civetta per tre volte avrai un morto in casa, se il cane abbaia a lupo avrai una disgrazia, se la gallina fa il verso al gallo altra triste disgrazia, né di martedì  né di venerdì  mai iniziare un lavoro o partire ed altre simili. Io che sono nata in campagna vi posso dire che queste convinzioni erano in uso fino a pochi decenni fa, a tal punto che se sento cantare la civetta sto bene attenta a quante volte lo fa. Ma voglio raccontarvi una storia di povertà di quando si era veramente poveri e le famiglie bisognose mandavano i propri figli a lavorare presso la casa di un contadino più abbiente come garzone, che il più delle volte voleva dire lavorare dalla mattina presto fino a sera e poco cibo perché non ce n’era. Erano ragazzini, era lavoro minorile, per tradizione, il giorno scelto per la loro partenza era il 25 marzo, i maschi lavoravano nei campi e nelle stalle, le femmine in casa con l’azdora. Valmina siccome in famiglia erano in tanti fu mandata in una casa colonica della campagna riminese, aveva dieci anni, doveva lavorare sempre, continuamente rimproverata e se per caso le rimaneva un po’ di tempo l’azdora le faceva lavare le zampe alle galline. Valmina aveva paura delle galline perché la beccavano e un bel giorno non ce la fece più fece un fagotto con  le sue poche cose e se ne andò di notte, fece venti chilometri a piedi, non ebbe mai paura, ritrovò la sua casa. La sua famiglia non ebbe il coraggio di rimandarla indietro. Valmina oggi non c’è più la vita con lei è stata sempre molto dura, ma lei l’ha affrontata col sorriso avendo fiducia nel progresso.  

immagine: la gazza

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 30/06/2014  

L’ANNO NUOVO ANTICHISSIMO

foto2g-10487

Pare che il Capodanno abbia origine in Mesopotamia, sin dai tempi remoti del secondo millennioa. C., i mesopotamici credevano che l’universo fosse nato dopo una violenta notte fra il loro dio Marduk e la dea del  caos chiamati. La vittoria andò a Marduk. Ogni anno l’impresa era ricordata. Si ricreava il caos, bevendo, permettendo agli schiavi di insultare i padroni e commettendo atti immorali. Si trovano cenni alla celebrazione del Capodanno anche tra gli antichi egizi. Qui la protagonista diventa Hathor, la dea dell’amore e della gioia, della musica e della danza. Nell’antica Roma i rituali del Capodanno erano molto complessi. Il mese di gennaio era sacro a Giano, egli proteggeva le entrate e le uscite, e simbolicamente, anche l’anno che se ne andava e quello che arrivava. Per questo motivo era rappresentato con un volto barbuto e anziano e uno giovane. I romani avevano mutuato gianodalla dea celtica Juana. Janua è la Signora del Tempo e madre degli Dei, è la divinità dei passagi, è la porta e rappresenta il ciclo dell’eterno divenire. Genova deve il suo nome a Lei, (Genua) la porta sul mare. A questa divinità i sacerdoti offrivano farro e una speciale focaccia, chiamata ianual, fatta di formaggio, farina e uova. Quello stesso giorno i romani usavano invitare a pranzo gli amici,scambiarsi vasi di miele con datteri e fichi come augurio di fortuna e felicità. Anche in questo caso l’inizio dell’anno nuovo assumeva un significato religioso mescolato però a sregolatezza e a festeggiamenti sfrenati. La data del Capodanno è cambiata nel corso del tempo, fra gli antichi celti si celebrava tra il 31 ottobre e il 2 novembre, come fine del ciclo agricolo ed inizio del nuovo. L’uso in voga oggi di iniziare l’anno dal 1 gennaio cominciò con la riforma del calendario voluta da Giulio Cesare, successivamente quando il calendario fu adottato dai cristiani, si continuò a festeggiarlo in tale giorno perché la ritenevano la data della circoncisione di Gesù, circonciso, secondo la legge ebraica, l’ottavo giorno dalla nascita. Nel corso del Medioevo fu sostituito da altre date, per esempio il 1 marzo, che fu usato  nella repubblica veneta fino al 1797. Oppure il 25 marzo in Toscana per ricordare il concepimento di Gesù. In Francia si festeggiava con la Pasqua. Altrove il 1 settembre o per Natale. La chiesa termina l’anno con San  Silvestro e lo inizia con la Madre di Dio. San Silvestro fu incoronato papa da Costantino. Sembra poi che il Santo abbia battezzato l’imperatore Costantino, chiudendo così simbolicamente l’era pagana e aprendo la nuova era cristiana dell’Impero. Una leggenda racconta che San Silvestro liberò un paese in provincia di Rieti, da un drago che viveva in una caverna, cui si accedeva attraverso 365 gradini. Possiamo quindi constatare che anche la Chiesa metaforicamente chiude l’anno con l’uccisione del drago, quindi del vecchio,ed inizia l’anno nuovo sotto la protezione della Madonna come Madre. E adesso passiamo ai festeggiamenti. Oltre diecimila anni fa gli uomini, da poco dediti all’agricoltura, festeggiavano al culmine dell’inverno lo scampato pericolo. Infatti, da quel momento in poi, la stagione non avrebbe potuto che migliorare. Perciò approntavano i cibi e le bevande risparmiate e facevano festa tutti insieme. Il vischio usato per il bacio di Capodanno era una pianta sacra ai celti. Si credeva che le sue bacche lattiginose contenessero il seme fertile, quindi baciarsi sotto il vischio è simbolo di fertilità. Ma non è tutto qui, il vischio era sacro alla dea dell’amore Freya, la più nota e amata delle dee nordiche, famosa  per la sua bellezza, è la dea dell’amore. Quindi il bacio sotto al vischio non è solo benaugurale ma speranzoso.

immagine: San Silvestro e il drago

articolo già pubblicato sul quotidiano:”La Voce di Romagna” il giorno 02/01/2014

Le 107 pugnalate della setta degli accoltellatori

zoom_62914315_foto_saracca_3

Tredici reati di sangue, otto morti, sei feriti, centosette pugnalate inferte, una sola firma: quella della setta degli accoltellatori di Ravenna. L’attività criminosa si svolse tra il 1865 e il 1871, culminò col processo, che ebbe vasta risonanza in tutto il Paese, istruito in città nel 1874 contro i 23 presunti accoltellatori, quasi tutti condannati. Tutto comincia a Ravenna una sera del 1865, in via delle Melarance (oggi via Mentana), spesso si incontravano ubriachi che annegavano nel vino dell’ Osteria della Grotta le amarezze sulla mancanza di lavoro e sulle incertezze del domani. Tra di loro vi erano molti ex garibaldini, qualcuno aveva anche partecipato all’impresa dei Mille, delusi per il   l’ Italia unita, ma monarchica. La monarchia era una pillola amara che loro non riuscivano ad ingoiare. Nelle osterie  incitavano alla rivolta sostenendo che il Risorgimento era stato tradito e passarono dalle parole ai fatti, decisero di dare una lezione a quei “boia” che si arricchivano affamando la povera gente. Colpirne uno per educarne cento dicevano. La prima vittima fu il direttore della Banca Nazionale di Ravenna, poi dopo una serie di ferimenti con la saracca (coltello da tasca romagnolo a lama dritta micidiale), ci scappò il primo morto, fu ucciso il procuratore del re. Gli ambienti repubblicani vennero setacciati e gli arresti furono all’ordine del giorno. A mettere fine alla banda fu un delatore, un pentito diremmo oggi. La Romagna era ai tempi terra di gruppi ribelli e indomabili, di accese passioni politiche. La difesa dell’onore era un concetto tenuto in gran conto anche in ambienti popolari, laddove il sentirsi superiori dipendeva proprio dalla capacità di duellare. Molti romagnoli usavano come arma di difesa la saracca, la tenevano in tasca, assai diffusa dal XVII secolo ai primi del Novecento. Il Passatore ritratto spesso col trombone che  probabilmente non usò mai, era l’arma dei briganti calabresi, in realtà pure lui usava il coltello. Anche Mussolini da ragazzo pare fosse espulso dal collegio dei  salesiani, a Faenza, per un colpo di coltello inferto ad un compagno.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La voce di romagna” il giorno 12/05/2014

    

Enigma Trono Ludovisi

afroditatronoludovisi

Tentare di collegare le opere d’arte più belle alla Romagna è per me un dovere e un piacere. Partiamo da Roma: gli Horti di proprietà del senatore Gaio Sallustio Crispo (86-34 a.C.), erano di fatto un’opulenta villa suburbana con estesi giardini  adornati da padiglioni, porticati, statue, fontane, templi (uno dedicato a Venere Ericina), terme e ninfei. Il tutto fu realizzato su di un terreno precedentemente appartenuto a Giulio Cesare. La distruzione degli Horti  Sallustiani ebbe origine dal sacco dei Goti di Alarico nel 410, che iniziarono il saccheggio e la distruzione proprio da quegli splendidi edifici, provocando danni che nessuno avrebbe mai più riparato. Nel XVII secolo durante i lavori di ripristino a Villa Ludovisi che sorgeva sugli antichi Horti, vi fu il primo ritrovamento dei marmi antichi: il Galata morente, quindi il Galata suicida, infine nel 1887 fu ritrovato il Trono Ludovisi, tutte opere di straordinaria importanza e bellezza. Vi pare possibile che tali opere siano rimaste sepolte per centinaia di anni e scoperte per puro caso? Ciò stupisce non poco conoscendo l’impegno che i Papi rinascimentali profusero per recuperare le antichità di Roma. Alarico, durante il sacco di Roma, catturò come ostaggio Galla Placidia, sorella dell’ imperatore Onorio (colui che spostò la capitale da Milano a Ravenna) e futura imperatrice,     nonché  regina dei Goti, di cui Alarico si innamorò. Questi decise di portare Galla Placidia con sé verso l’Africa, ma il fato gli fu avverso, prima un nubifragio in cui affondarono parecchie navi, poi  si ammalò e morì a Cosenza, sepolto coi suoi tesori sotto al fiume Busento. Galla Placidia stregò il nuovo  re dei Visigoti Ataulfo che la sposò dapprima con rito barbaro a Forlì e poi a Narbona nel 414. Ataulfo le offrì in dono parte dei tesori saccheggiati a Roma. Il Trono Ludovisi è paragonato spesso ad un altro manufatto chiamato Trono di  Boston. Qualche anno fa lo storico dell’arte Federico Zeri  aveva attribuito il Trono Ludovisi  ad uno “scalpellino” del 1800, l’opera rischiò di finire in un deposito. La scultura risale al  V a. C. secolo  è oggi conservata a Roma a Palazzo Altemps che fu edificato, guarda caso, da Girolamo Riario  marito di Caterina Sforza, su progetto di Melozzo da Forlì. Il Trono Ludovisi, è un trittico marmoreo che raffigura ai latiuna flautista nuda, e una figura di donna ammantata, e al centro vi è Venere coperta da un chitone delicatamente panneggiato, dai seni tremolanti, si appoggia a due figure femminili che la stanno aiutando a fuoriuscire dall’acqua, è intrisa di acqua, di luce e di erotismo. Le sacerdotesse di Venere Ericina  praticavano la prostituzione sacra. Venere Ericina ha come simbolo una spiga ed è rappresentata accanto ad un cane e ad altri animali,  è la “Signora degli animali”; a Lei erano sacre le colombe ed un particolare rito prevedeva il loro volo da Erice verso le coste africane con il ritorno. Ipotizzare che Alarico o Ataulfo abbiano razziato e poi donato il Trono Ludovisi a Galla Placidia non è poi così impossibile, Lei aveva diciotto anni  e non doveva discostarsi di molto dalla raffigurazione di Venere, di Galla non si hanno immagini certe, se non in monete, ma si sa ad esempio che la madre che si chiamava come lei: Galla, era considerata la donna più bella dell’Impero. Galla Placidia  doveva essere pudica ed impudica, come dimostrò con la sua vita, fu regina di cuori dal polso di ferro. La raffigurazione più famosa nel suo Mausoleo in Ravenna, sono le due colombe posate sul bacile di acqua, che rappresentano le anime che si abbeverano alla fonte di Cristo. Le colombe però sono disposte in modo che una pare che parta e l’altra che si sia appena posata, quasi come le colombe della Venere Ericina. Il Trono sarebbe poi ipoteticamente ritornato a Roma con Galla dove ella morì nel 450. Forse mi sto arrampicando sugli specchi ma sappiate che  abbiamo una bellissima copia del Trono (assieme ad altri pregevoli gessi), si trova  al Museo d’Arte di Ravenna, dove  sino al 15 giugno trovate oltre alle collezioni permanenti una bellissima ed esaustiva mostra: “L’incanto degli affreschi”  la storia della pittura murale da Pompei, passando da Giotto sino a Tiepolo.              

 immagine: Trono Ludovisi (parte centrale)

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno12/05/2014

RINALDO, CHE ASSOLSE I TEMPLARI DEL CONCILIO

1509286_532271476890762_226591715_n

Non molto tempo fa a Ravenna, nella Zona del Silenzio, hanno sistemato il giardino accanto alla chiesa di San Francesco, adiacente alla tomba di Dante, l’hanno intitolato a Rinaldo da Concorezzo. Chi era costui?Rinaldo da Concorezzo è stato un arcivescovo cattolico nato a Milano e morto a Ravenna, qui sepolto in un bel sarcofago  dentro al Duomo, nella Cappella del Sudore. Fu contemporaneo di  Dante, col quale dovette avere quasi certamente dei rapporti. Morirono a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Rinaldo da Concorezzo fu l’artefice dell’assoluzione dei Templari italiani nel Concilio di Ravenna, inquisiti e minacciati dello scioglimento dell’Ordine per volere di Filippo il Bello il quale mirava ad  impossessarsi dei loro beni. Condannò insieme ai suoi vescovi suffraganei la tortura e il terrore come mezzi per ottenere confessioni, non accettandole se estorte con questi metodi e in ciò si oppose anche alla volontà del papa Clemente V che ne voleva lo scioglimento. Fu un’anticipazione delle tesi di Cesare Beccaria del 1764! Come vedete arrivano i misteri coi Templari, quando si parla di loro è sempre un mistero. Rinaldo (siamo nel 1300) è veramente all’avanguardia se non accetta la tortura per strappare la presunta verità, una persona sotto tortura alla fine ammette tutto pur di essere lasciato in pace, non si può mai parlare di verità. Il processo da lui presieduto riconobbe  l‘innocenza dei Templari, la cui pena finale fu soltanto una promessa di penitenza.  Papa Clemente V, furioso per il risultato, ordinò all’arcivescovo di riaprire il processo, e di applicare la tortura per ottenere delle confessioni ma Rinaldo rifiutò ancora. Ed eccoci all’altro mistero su Rinaldo: nel 1311 nel concilio tenuto a Ravenna legittimò il battesimo per aspersione…e allora? Con il battesimo dei bambini si sviluppa la forma del battesimo per aspersione, accettata solamente dalla Chiesa Occidentale.“L’aspersione dei bambini faceva parte della mitologia pagana, e la si constata su numerosi monumenti romani o etruschi, sebbene la sua origine si perda nella notte dei tempi. Presso i pagani, era una lustrazione (rito di espiazione e purificazione); fece la sua prima apparizione nella Chiesa sotto la forma di esorcismo; quando i monaci unirono l’esorcismo al battesimo, si confuse col battesimo e, per finire. lo soppiantò”.

 

foto: Giardino di  Concorezzo, Ravenna

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Ravenna” il giorno 07/04/2014