OTTO PROPOSTE PER L’ALIGHIERI

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Di solito si inizia a scrivere un articolo dall’inizio, in questo caso inizierò dalla fine, dall’intervento finale di Saturno Carnoli, il quale lamentava la mancanza nella politica ravennate odierna di figure super partes.      Cito qualcuna di queste menti illuminate: Corrado Ricci primo soprintendente di Ravenna e d’Italia, autore di una legge con la quale per la prima volta si tutela il patrimonio artistico, archeologico e storico del nostro Paese, Luigi Rava padre delle prime leggi, di tutela dell’ambiente naturale, emanate in Italia e Luciano Cavalcoli, padre del Porto di Ravenna. Altro che “invenzioni” come Happy hour o notti colorate, piccole iniezioni economiche che lasciano scie di degrado! Non è una sterile critica, ma l’introduzione delle  proposte di Ivan Simonini, già rese note e apprezzate dai candidati della campagna elettorale ravennate, ma subito dimenticate. Simonini ha ripresentato le sue dettagliate proposte, anzi un vero progetto eutopico, al Circolo dei Forestieri, a Ravenna, pochi giorni fa. Prima di dare spazio a questo progetto di Ravenna Città di Dante, Ravenna madre della Divina Commedia, Ravenna che realizza il sogno di Dante, scrivo due mie parole. Se vogliamo guardare solo all’economia, voce assai importante, quanto richiamo e ritorno in ricchezza materiale avrebbe per la nostra città, non solo dall’Italia, ma dal mondo, dichiarare Ravenna città di Dante? La risposta la conoscete già. Con Dante c’è un discorso più ampio, c’è il rinnovamento dei costumi. Nonostante i recenti trionfi della scienza, gli uomini nell’animo non sono cambiati molto negli ultimi duemila anni, l’etica, la morale, i valori sono sempre quelli, la modernità ci ha resi più longevi, più ricchi materialmente, anche più belli, ma i valori di Verità, Giustizia, Onore, Ordine, sono diventati obsoleti, non si conosce neppure il vero significato di queste parole, oggi regna il materialismo, la menzogna, la confusione, e la sovversione è diventata l’ordine; ci può salvare solo la Tradizione, cioè la trasmissione di fatti storici, di dottrine religiose, di leggende passate di età in età. E quale è la nostra tradizione  italiana se non Dante? 1) Liberare Dante dai dantisti di professione (non sopprimerli), le idee nuove  possono arrivare anche da altri ambiti. 2) Dante visto dai grandi poeti, un nuovo terreno fecondo, per capire Dante attraverso le visioni di grandi poeti o letterati come: Boccaccio, Foscolo, Leopardi, Pascoli, Pound, Borges, Mazzini e altri. 3) Pier Damiani,  Guido  Novello e l’Arcivescovo Rainaldo. Dante è il primo studioso di Pier Damiani e al Santo ravennate dedica un intero canto. Guido Novello fu il primo a ricevere una copia completa della Divina Commedia, ma soprattutto lo ospitò, dando al Poeta ciò di cui necessitava. Rainaldo da Concoreggio, Arcivescovo, capace di assolvere i Templari e di rendersi di fatto autonomo dal Papato Avignonese. 4) Per un corso di laurea in Digitalianistica, come Dante resse a Ravenna (a sentir lui nell’Egloga I, dal 1315) la prima “cattedra di italiano” della storia, per quei tempi un’avanguardia assoluta, così l’università di Bologna potrebbe valutare l’avvio nella sede di Ravenna di un’avanguardistica “cattedra di digitaliano”, dedicata alla rivoluzione linguistica indotta dalla rete e dalle tecnologie digitali. 5) Per una  versione della Divina Commedia in italiano corrente, in tanti passi la scrittura dantesca rimane difficile per il lettore di oggi. Se non si vuol perdere il contatto con i giovani, è urgente la “traduzione” in italiano corrente del volgare di Dante. 6) Un Concorso Internazionale per il monumento a Dante, a Ravenna non c’è una statua al Poeta! La memoria collocata magari sullo sbocco a mare del Candiano, ancor meglio se l’opera sarà triplice, con Pier Damiani e Guido Novello 7) Ricognizione delle ossa di Dante, DNA, causa morte, ecc. 8) Realizzare il sogno di Dante, le sue ossa a Firenze per essere incoronate da quell’alloro poetico che il Poeta aveva in vita tanto sperato. Il viaggio delle ossa proseguirà poi per le altre città importanti per il Poeta: Roma, Palermo, Bologna, Verona per tornare infine nella sua Ravenna.

immagine: Ivan Simonini

articolo già pubblicato sul quotidiano “La voce di Romagna” il giorno 17/10/2016

IL REGISTA E IL POETA

Mastorna detto Fernet

A Ravenna, ai Chiostri Francescani, si è svolto, l’evento “Fellini e Dante, l’aldilà della visione”, dagli Atti del Convegno tenutosi alla Biblioteca Classense, con Paolo Fabbri, Università di Urbino, Edoardo Ripari, Università di Bologna e con la presenza di Mario Guaraldi, editore del “Libro dei Sogni di Federico Fellini”, in versione  ebook. Si è affrontato per la prima volta, l’influenza poetica dantesca sulla filmografia felliniana. Fellini ebbe molte proposte dagli americani per un “filmone” sulla Divina Commedia, non le accettò mai, però, creò il personaggio di Giuseppe Mastorna, detto Fernet, un clown che suona il violoncello, il cui viaggio ultraterreno è di chiara ispirazione dantesca. Il Maestro, dopo aver raccontato la provincia romagnola, Roma e il mondo del cinema decide di… partire per l’Aldilà, ma il film non si realizzò mai.   Definito da Vincenzo Mollica come “il film non realizzato più famoso della storia del cinema”, non si sarebbe concretizzato, perché il Maestro era molto scaramantico, consultò l’I Ching, ( un testo cinese molto antico, a cui si pongono domande per un orientamento) ed ebbe un risultato negativo. La scaramanzia di Fellini è probabile fosse rivolta all’ipotesi che nulla accade per caso, perciò fosse bene muoversi col vento e a non andare incontro a situazioni, che nate sotto una cattiva stella, potevano finire male. Nel Mastorna, il Maestro parte dal presupposto che l’Aldilà  sia un “casino” come l’Aldiqua, provando a immaginare cosa sarebbe accaduto a un individuo che, dopo un disastro aereo, si trovasse nell’altro mondo. Privo di punti di riferimento, senza un’identità, sempre più disperato, Giuseppe Mastorna ha un solo chiodo fisso in testa, quello di partire. Le pagine del Mastorna, intessute tra la Commedia di Dante, Il Fu Mattia Pascal (Pirandello), Il processo (Kafka) e l’Ulisse (Joice), ci lasciano dentro un profondo senso di liberazione dalla morte e una gran voglia di vivere. Per Mastorna, Fellini si è valso anche della collaborazione di Dino Buzzati, il loro incontro avvenne a Milano nel ‘65, in un ristorante famoso per il pesce, ma la serata terminò con un’intossicazione alimentare per Fellini, non per Buzzati; altro “segno” per il Maestro, che il “caso” non era in armonia col “tutto”.  Il Mastorna, proviene oltre che dai sogni di Fellini, da un racconto breve di Buzzati, “Lo strano caso di Domenico Molo” che narra di un fanciullo, che compie un sacrilegio mancando a un giuramento, per il senso di colpa, si ammala e sogna di andare nell’Aldilà, per esservi giudicato. Buzzati, intrappolato nel personaggio di Giovanni Drogo, il protagonista del “Deserto dei Tartari”, ma con altre ambizioni artistiche, anche se in molti non lo sanno, Dino Buzzati fu un disegnatore eccezionale, capisce che questo Mastorna non si realizzerà mai e decide di scrivere e disegnare il “Poema a Fumetti”, che suscitò lo sconcerto per il mutamento della  scrittura, dell’immagine e per la presenza massiccia del nudo, una decisione che dispiacerà molto al regista. Il Poema a Fumetti, si ispira al mito di Orfeo e Euridice, dove Orfeo col canto e la musica vince la morte. È la vita anche la morte, è ciò a cui si ispira pure Fellini, tramite un altro suo importante collaboratore, Pier Paolo Pasolini. Una leggenda racconta che un mago avesse consigliato al regista di non girare il Mastorna perché sarebbe morto subito dopo l’uscita del film. Nel 1992 dalla collaborazione con Milo Manara esce il fumetto di Mastorna, nel 1993 il Maestro muore. Grazie a questa interessante conferenza, e ai relatori della stessa, mi sono riconciliata con Fellini, che disdegnavo per le sue donnone dai seni enormi che il Maestro contrapponeva all’innocenza di donne salvifiche come Gelsomina, mi è parso di capire che forse Fellini ricercava in un’unica donna, sia la carne che lo spirito, alla mia domanda, Paolo Fabbri uno dei relatori, semiologo, anche lui un Maestro, per “ricca semplicità”, mi ha risposto con una storiella. Un uomo che voleva sposarsi chiese al sensale di trovargli una donna, ricchissima, intelligentissima e bellissima, il sensale gli rispose… con quello che tu vuoi, io faccio tre matrimoni!

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 10 /10/2016

 

DUE IPOTESI SULL’INFERNO

 

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“Oltre Dante”, è uno dei più originali eventi del settembre dantesco di Ravenna, sicuramente il più coinvolgente in quanto i cittadini stessi saranno i cantori di tutto il Poema. Tre serate, 1/2/3 settembre, rispettivamente l’Inferno ai Giardini Speyer, il Purgatorio ai Giardini San Vitale, il Paradiso ai Chiostri Francescani, la scelta dei luoghi mi pare assai pertinente, orario dalle 18:00/23:00, ingresso gratuito. Ciò è stato possibile grazie al Centro Dantesco dei Frati Minori e a Dante in Rete, il tutto con la regia di Franco Palmieri. Palmieri, che già da alcuni anni sta dirigendo un’analoga esperienza a Firenze, ha sottolineato come la “Commedia” sia nata per essere portata dalla gente alla gente; per questo a Firenze, per quasi due secoli, vi furono letture pubbliche per il popolo. Tutti possono partecipare, occorreva però prenotarsi già all’inizio di giugno. Ora partendo dal presupposto che la Divina Commedia sia patrimonio di tutti, non solo degli eruditi esperti, mi permetto di scrivere due ipotesi con un mio personale punto di vista. Nel V Canto dell’Inferno, la pena per la legge del contrappasso è di essere trasportati dal vento (come in vita dal vento della passione), qui Dante incontra le anime di Paolo e Francesca, che volano unite e paiono leggere al vento. Paolo piange, mentre Francesca racconta la storia del loro amore, nato mentre leggevano la storia di Lancillotto. Dante, alla vista delle loro anime, è turbato, talmente turbato che sviene e cade come se fosse morto. Come mai Dante mette i due amanti all’Inferno? Mentre leggevano le storie dei cavalieri arturiani? Dante era un Fedele d’Amore e il ciclo bretone era un riferimento per questo gruppo di poeti, che ritenevano l’esperienza d’amore come elevazione morale. Dante è obbligato a metterli all’Inferno perché timoroso di incorrere nell’eresia però, “cadendo come corpo morto cade”, quando non c’è più nessuna speranza ci si può salvare fingendosi morti… ecco che metaforicamente l’Alighieri salva Paolo e Francesca. Nel XXVIII Canto dell’Inferno compare Maometto, si trova tra i seminatori di discordie, la cui pena consiste nell’essere fatti a pezzi da un diavolo armato di spada. Maometto appare tagliato dal mento all’ano, con le interiora e gli organi interni che gli pendono tra le gambe. Maometto indica tra gli altri dannati Alì, che fu suo cugino e suo quarto successore come califfo, tagliato dal mento alla fronte, quindi chiede a Dante chi sia e perché indugi a unirsi a loro nella pena. Virgilio spiega che Dante è ancora vivo ed è lì per vedere la loro punizione. Maometto si arresta e annuncia una profezia riguardante l’eretico fra Dolcino (se non vuole seguirlo presto lì, dice, dovrà rifornirsi di viveri per non essere preso per fame nell’assedio del 1306 nel Biellese, qui Dante sembra provi simpatia per l’eretico fraticello). Durante queste ultime parole Maometto tiene il piede sospeso in aria, in una posizione grottesca che accentua il carattere comico/ realistico, questo è ciò che indicano gli esperti, ma… Dante era una mente illuminata, un’anima tesa a cercare la Pace. Maometto è obbligato a metterlo nelle bolge infernali per non incorrere nell’eresia, ma non è poi maniera di Dante lo sfottere gratuitamente. Esisteva anticamente un modo di dire, “essere su un piede di parità” con significato di un trattato posto sul piano della parità. Forse, Dante aggira l’eresia, mette Maometto all’Inferno come di dovere, in quei tempi la logica delle due religioni era solo quella delle armi e purtroppo oggi è ridiventata attuale, ma lo indica “su un piede di parità” cioè come un Profeta al pari di Cristo. Se questa ipotesi fosse veritiera ecco che l’affresco di San Petronio, a Bologna, di Giovanni da Modena, non avrebbe ben interpretato Dante. Io sono molto religiosa, amo la mia confessione e appunto per questo rispetto enormemente quella degli altri, se gli islamici mettessero Cristo all’Inferno mi arrabbierei moltissimo, quindi, come propose Francesco Cossiga qualche anno fa, sarebbe bene togliere Maometto dall’Inferno. Si potrebbe staccare la sua raffigurazione e apporla accanto all’intero affresco spiegandone la motivazione.

 

immagine: Inferno di Giovanni da Modena, San Petronio, Bologna

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 01/08/2016

ENRICO PAZZI E LA STATUA DI DANTE ALIGHIERI

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Enrico Pazzi, scultore un po’ retorico, ma assai impetuoso, nacque a Ravenna nel 1818, frequentò la locale Accademia di Belle Arti. Appartenne alla più importante loggia massonica fiorentina, la Concordia. Fra le sue opere più significative troviamo, la statua equestre in bronzo di Michele Obrenovitsch, le statue di Girolamo Savonarola e quella di Dante, rispettivamente collocate a Firenze in piazza San Marco e in piazza Santa Croce e il monumento a Luigi Carlo Farini eretto nel 1878 nel piazzale della stazione di Ravenna, distrutto durante i bombardamenti del 1944, tutt’oggi è ricollocata una copia. L’illustre uomo politico e scienziato non pare a suo agio in mezzo al traffico, Farini era un uomo metodico, riflessivo non da invettive. Pazzi tornò a Ravenna e lasciò alla sua città natale una raccolta di oggetti d’arte. Morì a Firenze nel 1899. Dante Alighieri, durante il Risorgimento,fu considerato il padre ideale dell’unità nazionale. Pensate che le terre irredente, quelle rimaste fuori dal processo di unificazione, partecipavano, anche loro, al “culto” di Dante, riferisce Santino Muratori, “Trieste diede l’ampolla votiva, fusa con oggetti d’argento di domestico uso offerti dalle donne e dai fanciulli di quella città e di tutto il così detto ‘Litorale’; Fiume diede l’anello d’argento su sui posa l’anfora; la colonna alabastrina che serve da piedistallo fu tratta da un masso delle grotte del Carso”… Pazzi nel 1851 aveva eseguito un bozzetto di Dante con il proposito di farne una copia in marmo da offrire al Municipio di Ravenna che però rifiutò l’offerta, causa l’enorme spesa, probabile che il diniego provenisse dal governo pontificio, un esecutore massone e Dante ripreso mentre pronunciava la famosa invettiva “Ahi, serva Italia di dolore ostello”, non poteva piacere alla Chiesa. L’opera finì in piazza Santa Croce a Firenze. Nella statua Dante è effigiato in piedi, incoronato d’alloro, corrucciato, con gli occhi bui, sorregge con la mano destra la Divina Commedia e ha vicino un’aquila. Il basamento è a pianta quadrata, agli angoli poggiano quattro leoni. Sarebbe bello,traslocare la statua del Farini in un luogo più idoneo, al suo posto mettere una copia della statua di Dante del Pazzi: la stazione, i viaggiatori, i perditempo, accolti o ammoniti dal suo sguardo severo. Ravenna non ha una statua imponente del suo più noto cittadino.

 

immagine: particolare statua Dante di Enrico Pazzi

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 29/02/2016

Il grande Amos Nattini, genio italico “nascosto”

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Davvero, non sapevo niente di Amos Nattini. Sono rimasta fulminata, ma come, chi lo ha nascosto, coloro che parlano d’arte in TV, sui giornali, sul Web, mai un accenno su di lui, forse perché il Duce considerava Dante e Nattini i massimi esempi del genio italico? Scusate signori, abbiamo il più grande artista rappresentante del Surrealismo del Novecento e non lo si trova in nessuna enciclopedia artistica? Allora vuol dire che noi italiani siamo autolesionisti. Amos Nattini nacque a Genova il 16 marzo 1892, appena diciannovenne realizzò le illustrazioni per le “Laudi” dannunziane, mettendosi in luce nel panorama artistico. Nel VI centenario della morte di Dante (1921), Nattini intraprese l’ultraventennale fatica di realizzare le cento immagini,una per ogni canto della Commedia, partendo dall’Inferno e procedendo in ordine di canto. Non esagero citando questa immensa opera, come, “la Cappella Sistina di carta”. Il Duce, diede al Fuhrer, come omaggio ufficiale, il Poema illustrato da Nattini, considerandola testimonianza dell’eccellenza italica. Dopo gli anni del Ventennio e della celebrità, Nattini aderì al movimento partigiano. Fu catturato dalla Gestapo, perché ospitò e protesse dei soldati inglesi. Abbandonò Milano, il giro di artisti per dedicarsi a una pittura del tutto intima, dove raccontava la quotidianità del vivere di “ogni giorno” e delle tradizioni. Inizialmente, Nattini, con le illustrazioni delle “Canzoni d’Oltremare” del Vate, ha uno stile classico con tratti che ricordano il Simbolismo, i preraffaelliti e il Realismo Magico, mentre per le raffigurazioni della Commedia è un condensato pirotecnico con prevalenza surrealista. Con le ultime opere, c’è un abbandono della “furia” per un ritorno al classico, in cui riecheggia una tenerezza che ricorda le Madonne del Botticelli e con lo stesso “senso mitologico”. “Sono diventato il pittore dell’Appennino, della gente che tira la vita coi denti, dei muli che zoccolano sui sentieri della montagna”, annota in quegli anni Amos. Quel che lo rende unico, scrive Ojetti, è l’apparente contraddizione tra la sua spietata incisiva insistente conoscenza del corpo umano e il suo impeto lirico verso l’irreale. A trent’anni dalla morte di Nattini, è uscito a cura di Vittorio Sgarbi, nel novembre del 2015, un volume che racconta, finalmente questo artista di “altri mondi”.

immagine: Amos Nattini (Inferno)

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 25/01/2016

 

Gatto mammone è lui il veltro

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“L’esoterismo di Dante” è un libro pubblicato nel 1925 da Renè Guenon, scrittore esoterista convertitosi all’ Islam, nel quale sostiene che Dante Alighieri sarebbe stato membro di un ordine segreto e che nella Divina Commedia ci sarebbero messaggi nascosti. Egli ritiene che le tre cantiche del Poema rappresenterebbero un percorso iniziatico: l’Inferno sarebbe il mondo profano, ovvero abitato da persone che non avrebbero ricevuto l’iniziazione; il Purgatorio si riferirebbe alle prove iniziatiche ed il Paradiso sarebbe la residenza degli “illuminati”. Gli illuminati sarebbero dei massoni, li identificherebbe dal numero tre ricorrente nella divina commedia, tre sono i principi massonici (libertà, uguaglianza e fratellanza), tre le virtù teologiche (fede, speranza e carità) e tre gli elementi alchemici (zolfo, mercurio e sale), necessari per creare la “grande opera”. Aldilà di ciò, Dante è indecifrabile e imperscrutabile anche agli studiosi, le sue invettive sfuggono come anguille dalle mani. “E più saranno ancora, infin che’l veltro/ verrà, che la farà morir con doglia./Questi non ciberà terra né peltro,/ ma sapïenza, amore e virtute,/ e sua nazion sarà tra feltro e feltro” (Inferno Canto I). Il significato letterale è più o meno questo:“La lupa si accoppia a numerosi animali (intesi come vizi), sempre di più finché il veltro arriverà, e la ucciderà con dolore. Egli non avrà bisogno né di terra né di denaro (peltro), ma di sapienza, amore e virtù, e la sua origine sarà umile (feltro inteso come panno di poco pregio, ma c’è anche chi vi ha letto un’indicazione geografica, tra Feltre e Montefeltro). Il veltro anticamente era ritenuto un cane da caccia, molto veloce, forse il levriero, nel mito partecipava alla Caccia Selvaggia, quest’ultima ha come antica origine, l’incarnazione dei ricordi di guerra, i miti agricoli, il culto degli antenati. Gli studiosi ritengono che Dante per questo Canto si sia servito del serventese romagnolo, tipo di componimento sorto intorno al XIII sec., che tratta di un incitamento da parte di un giullare ghibellino a Guido da Montefeltro. Vi sono diversi tipi di serventese, uno di questi è di un anonimo del Duecento, narra di un gatto mammone che si accompagna ai cavalieri di Artù, è anche il protagonista del Detto del Gatto Lupesco. “Come altri uomini vanno girando il mondo, chi per guadagnare e chi per rimetterci, così l’altro giorno io me n’andavo per una strada, immerso in lieti pensieri, e andavo pensando a un mio amore e camminando a capo chino. A questo punto uscii dalla strada e imboccai un sentiero e incontrai due cavalieri della corte di Artù, che mi dissero: ‘Tu chi sei?’ . E io, salutandoli, risposi: ‘Chi io sia è ben chiaro. Io sono un gatto lupesco, che a ciascuno tendo un’esca, (per vedere) chi non mi dice la verità. Perciò voglio sapere dove andate, e voglio sapere di dove siete e da dove venite’. E loro mi dissero:‘Ascoltate, e vi diremo ciò che volete, dove andiamo e da dove veniamo. Siamo cavalieri della Bretagna, e veniamo dal monte che si chiama Mongibello (l’Etna). Vi abbiamo a lungo dimorato per apprendere e per scoprire la verità sul nostro sire, re Artù, che abbiamo perduto e di cui non conosciamo la sorte. Ora torniamo alla nostra città, nel regno d’Inghilterra. Addio, signor gatto, a voi e ai vostri affari”. Il gatto lupesco è chiamato anche mammone e insieme a quello degli stivali hanno in comune la furbizia, la ferocia e premiano i buoni punendo i cattivi che siano loro il veltro di Dante? La tradizione del gatto mammone affonderebbe le radici nell’antico Egitto, in cui i gatti erano animali sacri e simboli di fertilità poi demonizzati nel Medioevo. Secondo altre interpretazioni, la parola “maimone” deriverebbe dall’arabo e avrebbe sia il significato di “benedetto, di buon auspicio” che quello “di mandrillo e di scimmia”. Il gatto mammone appare di frequente nelle fiabe e nella letteratura di tradizione italiana, pure nel Milione di Marco Polo. Nella letteratura tedesca, nel Faust di Goethe, vi è una gatta mammona che vive in mezzo ai filtri magici, viene incaricata da Mefistofele di preparare una pozione in grado di ridare la gioventù al protagonista.

immagine: William Blake raffigura il Purgatorio di Dante

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 07/12/2015

Fedeli d’amore Virtù eretiche

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La leggenda di Dante eretico e precursore della massoneria ha avuto grande diffusione nell’Ottocento,  anche se è stata fatta a pezzi dagli studiosi. Il Poeta avrebbe fatto parte dei Fedeli d’Amore,movimento legato ai Templari e in forte sospetto di eresia. I Fedeli d’Amore erano un gruppo di poeti che praticavano una spiritualità erotica, che può essere vista come un’applicazione nella realtà di idee cavalleresche proprie dell’amore cortese, atte alla rigenerazione della società. L’amore cortese si basa sul concetto che solo chi ama possiede un cuore nobile. L’amore cortese è un’esperienza non solo di corteggiamento platonico ma è fondato sulla compresenza di desiderio erotico e tensione spirituale. Per questa ragione,non può realizzarsi dentro al matrimonio,l’amore cortese è quindi adultero per definizione. L’amore cortese è desiderio fisico. Si instaura fra la dama e l’amante un rapporto d’amore esclusivo, così come il poeta deve rivolgersi a una sola dama, la donna deve accettare non più di un amante. Per l’amante il marito non è un problema, un grattacapo saranno gli altri della corte che tenteranno di portargli via la dama. Questo comportamento non è proprio solo delle corti del Milleduecento. Nell’Ottocento il cosiddetto cicisbeo, l’accompagnatore delle dame non era solamente un cavalier servente, ma era anche un focoso amante, si pensi a Byron e alla contessina Guiccioli. L’ideale cavalleresco e l’amore cortese nati nel Medioevo, rivissero grazie ai letterati romantici per tutto l’Ottocento. Il Romanticismo infiammò di fantasia ogni classe sociale, in quanto da tale letteratura apparve poi nei comportamenti umani fino forse all’esagerazione, tanto che nel XX secolo ci sarà un rifiuto totale di quanto piacque nel secolo precedente.“Il godimento nel sacrificio, l’affinamento morale nell’adulterio, l’esaltazione nel segreto”, questi sono i temi. I Fedeli d’Amore, quasi scomparsi dalla storia, erano “sopraffini spiriti” che lottavano per elaborare un codice di vita cavalleresco in cui la virtù fosse personale e non dovuta al censo. Essi “formavano un gruppo chiuso dedicato al raggiungimento dell’armonia tramite la parte erotica ed emotiva e le loro aspirazioni intellettuali e mistiche”. La loro formazione era basata su dottrine psicologiche e spirituali.  Donna me prega poesia di Guido Cavalcanti (1250-1300), è considerata come il manifesto dei Fedeli ed è dedicato a Sapientia (Sapienza), anche Beatrice nella Divina Commedia sarebbe vista da Dante in questi termini. La poesia dei Fedeli conterrebbe eresie, ci sarebbero termini camuffati per proteggere gli scrittori dal braccio terribile dell’Inquisizione. Molti termini possono essere interpretati in due o più modi, ma non è così chiaro se questo fosse intenzionale e se questo modo di scrivere risultasse comprensibile solo agli iniziati. Dante sebbene abbastanza ermetico,nella Divina Commedia si trovano un mucchio di doppi sensi, ha cercato nella sua opera di bilanciare la chiarezza e l’oscurità. Ci sono molte somiglianze di stile e contenuto tra la poesia sufi e la poesia dei Fedeli, soprattutto nella loro idealizzazione dell’Amata come Santa o Sapienza. La parola“Sufi”ha una triplice etimologia: 1) i Compagni del Profeta che avevano lasciato tutto pur di vivere quanto più vicino al Profeta, 2)i Sufi asceti che vivevano nei deserti vestiti di una lunga tunica di lana, loro unica proprietà, insieme al secchiello per l’acqua. Una tunica di toppe, cento toppe come i nomi di Allah menzionati nel Corano,che più tardi divennero colorate, fino a diventare l’abito tipico dei Dervisci, 3) i Sufi sono i Puri. Per questo se chiedete a uno se é un Sufi, non sentirete mai dire di sì, perché chi lo é, per modestia non lo dice. Ci sono altre fonti di influenza islamica, tra cui la tradizione trobadorica e i pellegrini di ritorno dalla Terra Santa. I Templari possono aver portato ai Fedeli alcune di queste idee, così come la tradizione del Tempio di Salomone come la dimora della Sapienza. In effetti, ci può essere stata un’alleanza tra i Fedeli e Templari. E un continuum poi coi Rosacroce per arrivare alla massoneria.

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Ravenna” il giorno 09/11/2015

I legami tra Dante, la massoneria e l’Argentina

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La tomba di Dante, dai ravennati era chiamata un tempo “la Pivarola”. Fu il poeta Olindo Guerrini, che la definì in questo modo. Termine azzeccato perché sembra proprio un macinapepe e nessuno al mondo ha avuto mai lo stesso “pepe” di Dante nelle invettive. Strano che il tempietto in stile neoclassico, fin troppo armonico, presenti un festone con teste di capro che paiono simili al simbolo del bafometto, quest’ultimo secondo la leggenda, era un idolo pagano, il dio dei Cavalieri Templari. Certo che ciò non fa di Dante un massone, ma testimonia, la tomba fu restaurata alla fine del Settecento dal cardinal Luigi Valenti Gonzaga mentre era legato pontificio in Romagna, che al tempo qualcuno ci credeva. Ritroviamo qualcun altro che aveva le stesse idee su Dante. Se pensiamo alla lista dei massoni della P2, in mano a Licio Gelli, vi troviamo oltre ai famosi della politica e dello spettacolo, anche molti adepti provenienti da Buenos Aires, inoltre Licio Gelli aveva buoni rapporti con l’Argentina, i legami fra la massoneria italiana e quella argentina erano di lungo corso, sarà un caso che a Buenos Aires venne costruito Palazzo Barolo? Fine della Prima Guerra  Mondiale, l’Europa era distrutta mentre l’Argentina, allora settima potenza del mondo, era un paese fiorente. Gli argentini in parte italiani volevano salvaguardare Dante il padre della lingua italiana e portarselo a Buenos Aires. L’architetto Palanti inizia a costruire nel 1919 per Luis Barolo l’Edificio Barolo destinato a conservare le ceneri di Dante: grazie a un accordo tra le due massonerie quella appunto italiana e quella argentina. L’edificio riprende simbolicamente tutta la Divina Commedia, l’Inferno è al primo piano del palazzo con statue di animali spaventosi, il Purgatorio dal quarto e quindi il Paradiso dal ventiquattresimo piano con una cupola terminale e un grande faro. L’Edificio venne terminato nel 1923 ma, mentre Buenos Aires aspettava le ceneri di Dante, l’Italia cavalcava l’onda degli anni ruggenti americani, si avviava verso il regime fascista, che introduceva il nazionalismo e l’esaltazione delle proprie radici e le ceneri di Dante rimasero a Ravenna. Figuriamoci Ravenna non le volle dare a Firenze, questa massoneria doveva ben essere fuori dai coppi per anche solo pensare di portare via le ceneri del Poeta dalla terra di Romagna. Dio ce le ha date e qui rimangono!

immagine: Palazzo Barolo, Buenos Aires

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 02/11/2015

 

Le intricate vicende delle ossa dantesche

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Se ci mettiamo a discettare sul caso, ci ritroviamo in un gomitolo aggrovigliato. C’è chi nega l’esistenza del caso asserendo che tutto avviene tramite regole che ancora non riusciamo a capire perché le ignoriamo, diversamente c’è chi crede all’esistenza del caso accanto alla necessità, dove il caso innova e la necessità conserva. Io a volte propendo per la prima ipotesi, altre per la seconda. Fu comunque un caso che Dante morisse a Ravenna nel 1321, ma fu una necessità, una determinazione, se le sue ossa rimasero in terra  ravennate. Nel 1519 i fiorentini ottennero il permesso di prelevare le ossa di Dante per portarle a Firenze, ma giunti a Ravenna trovarono l’urna vuota. I francescani, praticando un buco nel muro avevano trafugato le ossa per nasconderle nel convento. La cassetta con le ossa, fu ritrovata nel 1865. A Dante non è stato eretto un grandioso monumento, le sue ossa riposano in un tempietto dell’architetto ravennate Camillo Morigia. E’una costruzione neoclassica, quadrangolare con cupola, dai colori chiari, molto semplice ma allo stesso tempo “tosta” in quanto si impone in una lunga visuale, per chi arriva da Piazza Garibaldi. L’area è molto suggestiva, chiamata zona del silenzio, con la Chiesa di San Francesco,il Quadrarco di Braccioforte, la biblioteca, il Museo dantesco, nonostante gli sforzi è anche zona di degrado, uno schiaffo in faccia al Poeta, anche se oggi è molto migliorata. Il tempietto racchiude al suo interno una bellissima opera d’arte. Nel 1483 Bernardo Bembo, capitano e podestà di Ravenna, durante il dominio veneto, incaricò Pietro Lombardo di abbellire il sepolcro col ritratto che ancora si conserva dentro. Pietro Lombardo (1435/1515)  lavorò a Padova e Venezia dove creò una fiorente bottega, lavorò in tutto il Veneto. Specializzato nella scultura funeraria, realizzò grandi monumenti, quello per il doge Mocenigo fu la sintesi della sua scultura,  egli fu l’espressione in scultura, di ciò che era la supremazia veneziana del tempo. Nella lastra Dante, è in un ambiente che simula uno studio col soffitto a cassettoni, con tanti libri, c’è un leggio e un volume aperto e un altro cui Dante poggia la mano. Ha la tunica ben panneggiata, il copricapo con cuffietta, è cinto dal lauro e ha una mano appoggiata al mento, un po’ malinconico e pensieroso. Il tutto evoca un grande intelletto, e una persona dabbene, serena e pacata.

immagine: Dante bassorilievo di Pietro Lombardo

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno26/10/2015

ROMAGNOLI ALL’INFERNO (terza parte)

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Proseguiamo la discesa agli inferi alla ricerca dei romagnoli. Dante e Virgilio sono deposti dal gigante Anteo nel nono cerchio, sulla distesa ghiacciata del fiume Cocito, nella quale sono conficcati i traditori lividi e tremanti per il freddo. Qui Dante incontra un altro romagnolo: Tebaldello Zambrasi, il quale tradì Faenza, la sua città per consegnarla in mano ai bolognesi, Dante lo cita come colui che “aprì Faenza mentre si dormia”. Sembra che Tebaldello portasse rancore ai suoi concittadini per il furto di un maiale, all’epoca possedere un porco era contare su un piccolo capitale, ma speriamo che oggi i romagnoli siano un po’ meno vendicativi. Il Zambrasi morì di lì a poco sotto le mura di Forlì, sempre in uno scontro fra guelfi e ghibellini. Nulla si impara dai libri, neanche da Dante, infatti si continua a guerreggiare, anche se pare che venti favorevoli alla pace soffino, deboli ma tenaci, anche grazie al nuovo Papa Francesco. Altro interessante traditore dell’ospite, misfatto ancora più grave, è Alberigo Manfredi, dell’ordine laico dei frati godenti, era un personaggio assai in vista a Faenza nell’ultimo scorcio del XIII secolo. Ed un suo gesto scellerato l’aveva reso famoso ben oltre le mura cittadine, tanto che Dante non sente nemmeno il bisogno di raccontare l’episodio. La tendenza dell’Ordine a scendere a compromessi con la vita agiata e mondana dei suoi membri determinarono forse l’uso del soprannome di  “frati godenti “, che non aveva un connotato dispregiativo. Sembra che frate Alberico, in una grave disputa sorta per ragione d’interessi, ebbe uno schiaffo da Alberghetto, figlio di Manfredo Manfredi suoi congiunti. Per l’onta ricevuta, Alberico concepì un odio mortale contro i suoi  parenti, e covando in cuore la vendetta sotto mentite apparenze di perdono e di pace, invitò il 2 maggio del 1285 Manfredo ed Alberghetto ad un sontuoso pranzo. Sul finire del convito, quando frate Alberico pronunziò ad alta voce l’ordine “vengan le frutta”, come a segno convenuto, alcuni suoi parenti  ed altri sei sicari, si lanciarono coi pugnali levati sui due miseri ospiti, e barbaramente li trucidarono. Alberigo,  è uno dei personaggi che Dante incontra nell’Inferno, nonostante non sia ancora morto. Il poeta spiega, infatti, che l’anima di un traditore, appena commesso il delitto, viene subito sprofondata nella Tolomea, mentre nel suo corpo sulla terra prende dimora un diavolo. Riflessione molto acuta, in quanto è assai difficile  redimersi, molto spesso a un qualsiasi misfatto commesso ci sentiamo ignobili e così ne perpetriamo altri, come se un diavolo si  fosse impossessato di noi. La lista dei romagnoli all’inferno continua, non è molto  lusinghiero che siano tanti nell’ inferno e in paradiso non ce ne sia neanche uno. Dante colloca, l’Ulisse romagnolo: Guido da Montefeltro tra i consiglieri fraudolenti dell‘VIII Bolgia dell‘VIII Cerchio dell’Inferno, dove si arde come fiamme incandescenti. È Guido a rivolgersi a Virgilio dopo che questi ha congedato Ulisse, per cui il dannato lo prega di dirgli qual è la condizione politica della sua terra, la Romagna. Virgilio invita Dante a rispondere e il poeta spiega che le varie città romagnole sono dominate da altrettanti tiranni e nessuna di queste è attualmente in guerra. Poi Dante prega il dannato di presentarsi e Guido, credendo di parlare a un altro dannato, svela la sua identità raccontando la sua storia: in vita fu abilissimo condottiero e astuto politico, poi si pentì della sua condotta e si fece frate francescano. Papa Bonifacio VIII, in lotta coi Colonna, gli chiese un consiglio su come espugnare la rocca di Palestrina, promettendogli l’assoluzione in anticipo. Pur titubante, Guido usò il malo ingegno, tradì il cordone francescano,  e consigliò a Bonifacio di promettere il perdono ai nemici e di non mantenerlo, cosa che aveva permesso al papa di radere al suolo Palestrina. Dopo la sua morte la sua anima era stata contesa da san Francesco e da un diavolo, e quest’ultimo aveva avuto la meglio sostenendo la sua colpevolezza con sottili argomenti teologici. Per un pelo, o per un coperchio, in questo caso il diavolo fece sia la pentola che il coperchio, un romagnolo non riuscì ad entrare nel paradiso, forse non siamo stati abbastanza ospitali col Sommo Poeta.

 

 

immagine: Dante e  Virgilio nel girone dei traditori

 

 articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna”