Boccaccio e Teoderico: legami caotici medievali

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Una leggenda sulla morte di Teoderico narra che il re avuta la notizia dell’avvistamento di una cerva dalle corna d’oro, si armò e si mosse alla sua ricerca, ma di colpo il cavallo si imbizzarrì e iniziò a correre senza fermarsi, saltando lo stretto di Messina e gettandosi dentro all’Etna con il re in groppa, la leggenda è ripresa in un’ode dal Carducci. Caccia selvaggia, caccia infernale, masnada di Hellequin, è un mito nordeuropeo chiamato in modo diverso secondo i luoghi, di cui Teoderico di Verona è un protagonista. Potremmo così paragonare Teoderico a Hellequin e questi all’Alichino di Dante. Alichino è un diavolo inventato dal Poeta, inserito in una truppa di demoni all’Inferno, che creano una parentesi “simpatica”, sono diavoli burloni. Gli studiosi pensano che Dante si sia ispirato nella scelta al satanico Hellequin, presente in molte leggende. Hellequin/Alichino con vari passaggi si trasformerà nella nota maschera di Arlecchino. Teoderico, Arlecchino, la novella di Nastagio degli Onesti e tanto altro ancora! Impossibile districarsi in questo groviglio, in cui Teoderico è di “Verona”, certo il re aveva molto cara la città veneta, ma è Ravenna la capitale del suo regno e la sede del suo mausoleo. Si può ipotizzare una damnatio memoriae da parte della Chiesa ravennate che non voleva nel suo territorio il ricordo di un re che a Ravenna imprigionò il Papa che vi morì. Boccaccio attua la caccia selvaggia nel luogo “giusto”, nella pineta di Classe. Nastagio è un giovane di Ravenna innamorato di Bianca, ma la ragazza non ne vuole sapere di lui. Il giovane soffre molto, per distrarsi va a Classe. Qui nella pineta incontra una donna nuda e bella rincorsa da due mastini e da un cavaliere che tentano di ucciderla. Nastagio cerca di difendere la donna, ma scopre che sono anime dannate. Il cavaliere in vita amava follemente la donna che ora insegue, ma lei non lo ricambiava, così si uccise con la stessa spada con cui ora cerca di strapparle il cuore. Nastagio, invita Bianca  ad un banchetto in pineta, durante il quale si ripete la caccia selvaggia e Bianca, per paura di dover scontare la stessa pena, comunica a Nastagio che il suo odio si è trasformato in amore. Nel 1483 Botticelli eseguì ben 4 pannelli con questa storia, un dono di nozze per ricordare la disponibilità che la donna deve avere verso chi la desidera… impossibile rifiutare un matrimonio/affare.

 

immagine: Caccia selvaggia di sandro Botticelli

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 23/02/2015

La caccia selvaggia

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Se ci soffermiamo sui Celti il nostro pensiero corre subito al nord Italia e al nord Europa, un pregiudizio errato, in quanto ad Oriente vi era un loro regno: la Galazia e nel sud Italia vi è una tradizione letteraria che va dagli inizi del IV sino ai primi decenni del III sec. a.C., che ha tramandato il ricordo di una massiccia e continuativa presenza celtica nell’Italia del centro/sud… probabilmente furono quei Celti Senoni, che si trovavano nella Romagna e nelle Marche. Il Lazio, la Campania e, soprattutto, la Puglia sono ricche di “pietre”. In Puglia ne sono disseminate 102 (79 menhir e 23 dolmen) secondo alcuni studiosi la derivazione potrebbe essere proprio celtica. Alcuni dolmen in provincia di Taranto, a Bisceglie e a Cisternino sono da secoli dedicati ai paladini della Tavola rotonda, nell’archivolto dei leoni, nella Basilica di San Nicola, a Bari, ci sono sculture di cavalieri che richiamano la Bretagna epica, nella cattedrale di Oria è raffigurato re Artù, inoltre il padiglione Italia per Expo 2015, si ispira in parte al mosaico della cattedrale di Otranto che raffigura oltre all’albero della vita anche il leggendario re. Detto questo non parrà più impossibile che il mito propriamente nordico, gelosamente legato ai tedeschi e agli inglesi, quello della “caccia selvaggia”, si ritrovi a Ravenna, citato da due “scribacchini” come Dante e Boccaccio. La caccia selvaggia sarebbe un corteo notturno di esseri sovrannaturali che attraverserebbero il cielo o la terra disputando una furiosa battuta di caccia, fra i protagonisti troviamo Odino( Scandinavia), re Artù (Britannia),  Carlo Magno (Francia), Wotan (Germania), Teoderico  (Italia) e poi animali, anime dannate, esseri mostruosi, capitanati dal diavolo. Essere testimoni della caccia selvaggia viene considerato un nefasto presagio e i mortali che si trovano sul cammino del corteo sono in genere destinati a essere rapiti e portati nel regno dei morti. La credenza a questo mito è legata al timore verso il buio, noi non possiamo comprendere la paura dell’uomo di un tempo in quanto abbiamo la luce elettrica. La simbologia del  buio, la mancanza di luce è equiparata al peccato e alla morte ma anche alla manifestazione del sacro, il buio è meraviglia/terrore. Nel tredicesimo canto dell’Inferno nel settimo cerchio, dove sono puniti i violenti contro se stessi e gli scialacquatori compare una caccia selvaggia. Nell’Inferno dantesco gli scialacquatori fanno la loro comparsa nell’orrida foresta dove gli alberi, secchi, contorti e neri, altro non sono che le anime dei suicidi, gli scialacquatori corrono nudi tra la selva, inseguiti da nere cagne che li fanno a brandelli. Renato Serra (1884/1915) scrittore e studioso cesenate scrive nel 1904 in “Su la pena dei dissipatori”:A Ravenna non ci poteva esser la caccia selvaggia; a Ravenna furono i Goti, e ai Goti la leggenda mancava; chè non erano odinici. Io penso: cacciatore selvaggio fu spesso, già lo vedemmo, Teodorico; Teodorico di Verona, dicevano i poeti tedeschi, ma, in realtà, di Ravenna. Nella pineta di Ravenna, nella foresta incantata dove Dante visse, sognò, creò tanta parte, tutta forse la Commedia divina, c’era la leggenda della caccia selvaggia. Ricordiamo che la Commedia fu composta forse intiera (intiera certo, deve dire chi ha letto la Mirabile Visione del Pascoli) in Romagna, e che la Romagna la empie tutta della sua gente, dei suoi paesi, delle sue memorie; ricordiamo che Dante scrisse in Ravenna, ed ebbe sempre meravigliosamente viva negli occhi la fatale pineta, che è insieme selva oscura e divina foresta”. Questa tesi di Renato Serra è supportata da Giovanni Boccaccio, noto poeta e scrittore, ma anche autore della prima biografia su Dante, che nel Decamerone, nella novella “Nastagio degli Onesti”, ambienta la caccia selvaggia nella pineta di Ravenna. Anche Torquato Tasso accenna alla demoniaca caccia nella Gerusalemme Liberata. Il mito forse originario della Germania e della Britannia  si è diffuso in molte altre regioni europee, dalla Scandinavia e dalle Alpi, ma anche a Ravenna e forse sino al sud, dove la leggenda dice finì la caccia selvaggia di Teoderico…nell’Etna.

immagine:  Caccia selvaggia

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 23/02/2015