IL MUSEO DEI BOTTONI

museo bottoniStanza dei bottoni, è un modo di dire che indica un luogo dove si prendono le decisioni importanti. Questa metafora si è diffusa con i primi voli spaziali, con le riprese televisive che ne mostravano i grandi apparati per la raccolta dati e gli operatori che premevano pulsanti in forma di grandi bottoni luminosi. Il primo a parlare di stanza dei bottoni, fu nel 1962, Pietro Nenni, il famoso leader socialista che usò questo termine, perché gli americani (era in corso la guerra fredda e la gara fra USA e URSS per la conquista dello spazio) avevano effettuato i loro voli spaziali con Alan Shepard e John Glenn e le relative riprese televisive avevano avuto un enorme impatto sulla popolazione. Ebbene, qualche anno dopo, per la prima volta un Presidente americano, Nixon, nel 1972, andò a Mosca e nel 1975 nello spazio vi fu l’unione fra i satelliti americano e russo. Era finita la guerra fredda ed era iniziata la distensione. Uno stilista volle ricordare l’evento con un bottone con la simbologia delle due potenze mondiali di allora. Il bottone fu poi comperato ad un mercatino da Giorgio Gallavotti.“Qual’è il suo bottone preferito?”. A questa domanda, che i visitatori del suo Museo, pongono a Gallavotti, egli risponde: “Questo bottone è il mio preferito su tutti, perché la pace nel mondo, fra tutti i popoli, è la cosa più importante a cui tutti doppiamo aspirare e lottare per ottenerla”, mostrandovi un bottone metallico con le scritte USA e CCCP, e le forme dei grattacieli di New York e delle cupole del Cremlino. Giorgio Gallavotti vive a Santarcangelo di Romagna, con molta pazienza ha raccolto e cucito su pannelli miriadi di bottoni, a tal punto da creare il Museo del Bottone. Questo piccolo Museo, ordinatissimo e ricchissimo di bottoni, di ogni forma, foggia e colore, stupisce e lascia a bocca spalancata perché si può leggere la storia anche attraverso i bottoni, le simbologie con cui sono decorati, molto spesso effigiano un fatto realmente accaduto. Così si può trovare un bottone con due cornette telefoniche contrapposte, segnalano l’evento, del 1919, la possibilità di chiamare senza passare dal centralino, oppure il bottone con il garofano smaltato a colori che ricorda il Congresso del PSI del 1987 a Rimini. Il museo è esposto cronologicamente, è diviso in tre settori, all’interno dei quali vengono rappresentati i bottoni, i materiali per costruirli e le motivazioni per le quali venivano scelti. Inoltre vi è una appendice in cui si possono scoprire informazioni e aneddoti sul bottone e naturalmente non manca la storia dei bottoni. Nel primo settore ci sono i bottoni in voga dalla fine dell’ 800 alla fine del ’900, si parte dai modelli estrosi della Belle Epoque, poii bottoni in legno degli anni ’30 e ’40, i grandi bottoni degli anni ’50, per arrivare ai bottoni gioiello, pietre e strass degli anni ’90. Nel secondo settore si indagano i materiali, che sono molteplici, dalla materia prima al bottone finito; madreperla, corno di vari animali, legno, avorio, corozo (chiamato avorio naturale ma, in realtà è un frutto tropicale), argento, tartaruga, galatite, noce di cocco, vetro, rafia, smalti ecc… Nel terzo settore trovano posto i bottoni più curiosi sono del ’700 e dell’ 800, tra cui spicca il bottone dedicato al figlio di Napoleone, qui si trovano anche i famosi netzuché giapponesi, questi ultimi sono in avorio e sono piccole sculture forate da due buchi per i quali passa un cordoncino, servivano per fissare alla cintura del kimono, che non ha tasche, dei piccoli contenitori. Alla fine del percorso, tanti curiosi aneddoti e modi di dire sul bottone, ad esempio si apprende che un tempo le classi sociali si distinguevano anche dal numero dei bottoni. Il Museo dei bottoni può anche spaventare all’inizio, perché gli occhi,vagano qua e là catturati da una fantasmagoria di immagini e di colori, sono talmente tanti che non si riesce a decidere quale sia il più curioso o il più bello, sono piccole straordinarie opere d’arte, anche se li chiamano semplicemente bottoni. Alla fine, sono riuscita a scegliere il mio preferito, un bottone in stagno degli anni ’60 con l’immagine del mio ballo ballo prediletto: il rock and roll.

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 27/06/2016

QUANTI COLLEGAMENTI FRA SANTARCANGELO E IL SANGIOVESE

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Da Santarcangelo di Romagna, l’origine del nome è riferita a San Michele Arcangelo, sembra derivi    il nome per il nostro vino più famoso: il Sangiovese. Santarcangelo ha più di 150 grotte scavate nel sottosuolo, un vero labirinto di fatto e di mente. Gli studiosi non sono ancora riusciti ad identificarne l‘origine e la funzione. Ipotesi parlano di culto mitraico, altre di catacombe, altre ancora parlano dei monaci basiliani. Questi monaci che erano prevalentemente di rito greco giunsero sulle nostre coste per salvarsi dalla furia iconoclasta (distruzione delle immagini sacre) che imperversava in Oriente nel secolo VIII. Si stabilirono soprattutto nel Salento, dimoravano sempre in grotte che venivano chiamate “laure”. Famosa ancora oggi è la grotta di San Michele sul Gargano. Si potrebbe quindi ipotizzare un collegamento fra le grotte di  Santarcangelo e quelle del Gargano, di una matrice unica, quella basiliana. Sul colle Giove sorge il paese  in cui si diramano ipogei artificiali ricavati nell’arenaria, distribuiti su tre livelli collegati tra loro da pozzi, aperture e scale, ai quali si accede dalle case private e non dall’esterno, così che l’accesso risulta impedito agli estranei ed ai passanti. Successivamente è possibile che le grotte siano divenute cantine per il vino. Il Sangiovese è il vino re della Romagna, ha un bel colore rosso rubino con riflessi violacei; olfatto suadente e vinoso, con sentori più o meno accentuati di viole. Tannini abbastanza morbidi, retrogusto piacevolmente amarognolo. La versione “superiore” ha una gradazione maggiore, quella  “riserva” e’ invecchiata più di due anni. Il Sangiovese si accosta bene a salumi, primi piatti con il ragù, paste ripiene e pasticciate, arrosti e bolliti di carni, ma anche con la piadina ed i ciccioli. Una leggenda narra che i padri Cappuccini di Santarcangelo, siamo alla fine del 1500, abili coltivatori di vite e produttori di un prelibato vino rosso, ospitarono un giorno un illustre personaggio. In occasione del banchetto gli offrirono una coppa del loro vino migliore, l‘ospite estasiato dalla bontà del vino, ne chiese subito il nome. I Cappuccini si guardarono con imbarazzo perché nessuno di loro aveva mai dato un nome al vino, ma uno dei frati prontamente disse: si chiama Sangue di Giove, ispirandosi al colle su cui sorgeva Santarcangelo… e così nacque il Sangiovese.

immagine: grotte di Santarcangelo

articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 10/03/2014