L’origine del nome, del dolce zuppa inglese, è l’allegoria della zuppa dinastica britannica del Settecento?

L’origine del nome, del dolce zuppa inglese, è l’allegoria della zuppa dinastica britannica del Settecento?

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 31 Lug 2018, 20:03

La zuppa inglese è un dolce al cucchiaio di crema e cioccolato, con uno strato di pan di spagna o savoiardi o ciambella imbevuta nell’Alchermes. Ogni azdora ha la sua variante ben custodita; le sue origini sono misteriose e varie regioni, non solo italiane ne rivendicano l’invenzione. Ma perché si chiama zuppa inglese?

L’Inghilterra non c’entra nulla? E’ davvero così? La prima ricetta scritta si trova in “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, di Pellegrino Artusi, pubblicato nel 1891. Sul finire dell’800, la zuppa inglese era diffusa in almeno tre regioni italiane: Emilia Romagna, Toscana e Marche e ognuna di esse ne dichiarava la paternità, ma solo in Emilia e in Romagna la zuppa inglese era già nota nel Settecento.

Nel Seicento, in Inghilterra, era diffuso il trifle, che pare esserne l’antesignano, un dolce con base di pasta, intriso di vino dolce con pezzi di frutta e coperto da crema. Trifle in inglese ha significato di sciocchezza e in francese di inganno mentre in italiano zuppa, in senso figurato, si dice di guazzabuglio. Il trifle era diffuso in Inghilterra nel ‘600 perché arriva in Romagna nel ‘700? Alla fine del XVII secolo, Giacomo II d’Inghilterra si sposò con una principessa cattolica di quindici anni, Maria Beatrice d’Este dei duchi di Modena e Reggio (in Inghilterra nota come Mary of Modena), i due si sposarono prima con rito cattolico poi con una breve cerimonia con rito anglicano per rendere ufficiali le nozze.

La storia di questo re, si intreccia con la Francia, l’Olanda, la Spagna e con Roma in una zuppa dinastica con guerre, assassini, figli legittimi inventati, fughe, colpi di mano, supremazia fra protestanti e cattolici, complotti papali in una confusione generale dovuta all’alternarsi della supremazia della Chiesa anglicana su quella cattolica e viceversa. Così lo stesso Giacomo, fervente cattolico, avallò una legge con cui tutte le persone che ricoprivano un incarico pubblico, civile o militare, avevano l’obbligo di fare il giuramento di supremazia e fedeltà alla Chiesa anglicana, compreso il re, allo stesso tempo ne firmò un’altra simile, ma contraria, in cui chi rifiutava di prestare giuramento e rimaneva fermo nella fede protestante veniva perseguitato con crudeltà.

Giacomo II Stuart è stato re d’Inghilterra, Scozia, Irlanda e re titolare di Francia dal 1685 al 1688, fu l’ultimo sovrano della dinastia Stuart. Durante la guerra civile che portò alla proclamazione della repubblica di Cromwell, Giacomo riuscì a fuggire prima in Olanda, poi in Francia e in seguito in Spagna. Nel 1672 si convertì ufficialmente al cattolicesimo, attirandosi l’ostilità della Chiesa anglicana, barcamenandosi fra la sua fede cattolica e quella protestante dell’Inghilterra, in una serie infinita di cavilli e di complotti.

Nel 1673, quando si sposò con Maria Beatrice, lo scontento nel Parlamento fu tale, che si diffuse la notizia che Maria fosse una spia del papa. Giacomo salì al trono, varando una serie di riforme a favore del cattolicesimo, sostenuto dal papa e dalla Francia, soffocando nel sangue una rivolta capeggiata dal nipote. Nel 1688, la nascita di un erede maschio, (precludeva l’ascesa al trono della figlia di primo letto di Giacomo, Maria Stuarda di fede protestante), aumentò lo scontento generale, si insinuò che il bambino fosse nato morto e che fosse stato sostituito da un altro.

I capi dell’opposizione parlamentare cominciarono a trattare segretamente con il genero del re, marito di Maria Stuart, Guglielmo d’Orange, per favorirne l’ascesa al trono inglese. La cosiddetta Gloriosa Rivoluzione scoppiò nel 1688 e terminò con l’instaurazione di una monarchia costituzionale di nomina parlamentare e con il riconoscimento dei due nuovi regnanti, Guglielmo e Maria Stuart.

Giacomo riparò in Francia, da dove fece un vano tentativo di riconquista al trono. E allora? E’ probabile che il dolce arrivasse tramite Maria Beatrice d’Este sulla tavola dei duchi di Modena e Reggiodiffondendosi poi nella Romandiola, la Romagna estense (Lugo, Bagnacavallo, Cotignola, Conselice, Massa Lombarda, Sant’Agata sul Santerno e Fusignano), mantenendo il nome zuppa inglese perché metaforicamente ricordava i tragici eventi inglesi.

Paola Tassinari

Alberico sconfisse i bretoni che avevano messo a ferro e fuoco Cesena e l’Italia per il primato della Francia

Alberico sconfisse i bretoni che avevano messo a ferro e fuoco Cesena e l’Italia per il primato della Francia

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 19 Lug 2018, 16:35

Alberico nasce a Barbiano nel 1344, fa parte di una famiglia romagnola discendente dai Carolingi e imparentata con i signori di Carrara, Ravenna e Faenza. Apprende l’arte militare nella compagnia di ventura dell’inglese “Giovanni Acuto”. Poi forma una sua compagnia chiamata Compagnia di San Giorgio. L’esercito di Alberico conobbe subito una grande fama. Così quando le milizie mercenarie bretoni dell’antipapa Clemente VII si misero in marcia verso Roma per metterlo a capo della chiesa, papa Urbano VI lo chiamò a schierarsi in difesa di Roma.

Il cardinale Roberto di Ginevra, antipapa Clemente VII, aveva contribuito alla ricostruzione dello stato pontificio quale legato in Romagna (1376-1378). Quando fu eletto nel 1378 dalla fazione dei cardinali francesi, ribelli ai loro colleghi che avevano eletto poco prima Urbano VI. L’elezione di Urbano, significava la volontà della Santa Sede di rimanere in Roma, dove si era stabilita pochi mesi prima, abbandonando Avignone, i cardinali francesi però volevano ritrasferire la sede pontificia ad Avignone per fare i loro interessi.

Clemente VII iniziò subito la lotta contro Urbano VI, per prendere possesso di Roma, incamminandosi col suo esercito mercenario verso Roma. La battaglia tra Alberico e le milizie bretoni avvenne a 12 miglia a nord di Roma il 30 aprile 1379. Al termine della battaglia, Alberico, vittorioso, entrò trionfante in Roma. Urbano VI, rese grazie a Dio della vittoria recandosi incontro dal vincitore a piedi nudi, lo fece Cavaliere di Cristo e gli conferì solennemente un grande stendardo bianco attraversato da una croce rossa con il motto “LI-IT-AB-EXT” ( l’Italia liberata dai Barbari).

Non bisogna però mai festeggiare troppo le vittorie, perché quella di Urbano VI fu di breve durata. Persa la battaglia, Clemente VII si ritirò con le sue truppe ad Avignone, qui instaurò una nuova Curia e diede di nuovo battaglia. Da questo momento incominciò il grande Scisma d’Occidente, con cui si intende la crisi che per quasi quarant’anni, dal 1378 al 1417, lacerò la Chiesa occidentale, con il papato diviso in due obbedienze, quella romana e quella avignonese. La situazione si complicò quando la stessa Cristianità si divise in due: infatti con Clemente VII si schierarono la Francia, il Regno di Napoli, la Savoia, i Regni della Penisola Iberica, la Sicilia e la Scozia.

Ad Urbano VI, invece, rimasero fedeli l’Imperatore Carlo VI, l’Italia centrale e settentrionale, l’Inghilterra, l’Ungheria, la Germania settentrionale ed i Regni Scandinavi. Urbano scagliò la scomunica contro Clemente, che rispose con la medesima arma e si continuò nello sconquasso generale, ogni parte convinta dell’autorità e della legittimità del proprio Papa, si arrivò ad avere ben 3 Papi a governare la Chiesa, anche se in realtà non è così, infatti il Papa è sempre uno e gli altri due erano quindi antipapa.

Alberico morì presso Perugia nel 1409, la Romagna lo ricorda con il Palio di Alberico a Barbiano. Inoltre Alberico da Barbiano fu anche un incrociatore della Regia Marina, battezzato così proprio in onore del condottiero. Clemente VII fu tristemente noto come il boia di Cesena, perché i suoi “brettoni” avevano messo a ferro e fuoco la città romagnola. Fu per ordine del cardinale, futuro antipapa, che le milizie bretoni che lo sostenevano, furono accolte nella città. In cambio dell’accoglienza ricevuta, le truppe depredarono la popolazione, seminando violenza in città e nelle campagne.

Esasperati i cesenati si ribellarono, uccidendo qualche centinaio di soldati bretoni. La risposta del cardinale non si fece attendere, dapprima finse di comprendere il punto di vista dei cesenati, ma nel frattempo mandò a chiamare il condottiero Giovanni Acuto, che era di stanza a Faenza, con i suoi mercenari inglesi. L’esercito ingaggiò un conflitto con i cesenati che erano disarmati perché rassicurati dalle parole del cardinale, che invece volle fermamente che gli abitanti sconfitti venissero trucidati.

I soldati non uccisero solo uomini, ma anche donne e bambini, pare fossero macellate circa cinquemila persone. Le truppe bretoni rimasero fino ad agosto continuando nei loro saccheggi. Cesena ricorda il misfatto nella toponomastica con la Piazzetta Cesenati del 1377.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Montefiore Conca, panorama impagabile, castello, fantasma, tesoro, città sprofondata, antichi riti… che altro c’è?

Montefiore Conca, panorama impagabile, castello, fantasma, tesoro, città sprofondata, antichi riti… che altro c’è?

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 10 Lug 2018, 19:12

 

Il Castrum Montis Floris è citato per la prima volta in un documento del XII secolo. Una concessione fatta da papa Alessandro III alla Chiesa di Rimini. Monte del Fiore o Montefiore Conca, già il nome evoca un luogo ameno, è un borgo posto tra le colline di Romagna e Marche. A venti chilometri da Rimini, su un tragitto un tempo assai frequentato.

Tanto da essere citato da Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso, per indicare la via da percorrere da Rimini ad Urbino: “Quindi mutando bestie e cavallari, /Arimino passò la sera ancora;/ né in Montefiore aspetta il matutino/ e quasi a par col sol giunge in Urbino,”(Orlando Furioso c. XLIII, s. 147). Montefiore Conca è inserito fra i 100 borghi più belli d’Italia, si abbarbica con le sue case attorno al castello, capolavoro dell’architettura malatestiana, venne costruito nel Trecento, pare sia stato iniziato da Malatesta “Guastafamiglia”, il figlio di Pandolfo I Malatesta, chiamato così perché “guastava” le famiglie, condannando a morte molte persone.

Dopo una salita in auto un poco tortuosa si arriva al paese, si sale poi a piedi per ripide scarpate per accedere al castello, oggi restaurato e visitabile nei suoi grandi saloni, come quello dell’Imperatore con gli affreschi di Jacopo Avanzi, quello del Trono, e i terrazzi panoramici. Un po’di “fiatone” per essere ripagati da viste mozzafiato, un panorama che abbraccia a tuttotondo la Romagna intera, partendo da Ravenna l’occhio arriva sino al profilo del monte Conero.

Nel 1322 i Malatesti acquistarono dal comune di Rimini e dal papa tutti i diritti su Montefiore. Iniziarono così ad abbellire il castello, fornendolo di tutte le comodità. Un maniero non solo difensivo ma arricchito di affreschi e ornamenti. Così divenne una delle dimore estive predilette dai Malatesti e luogo di rappresentanza per ricevere ospiti del calibro del re d’Ungheria Luigi D’Angiò, papa Gregorio XII e papa Giulio II e altri. Dopo la sconfitta di Sigismondo Malatesti (1462) Montefiore tornò sotto il dominio della Chiesa, governato prima da Cesare Borgia (1500-1503), poi dai Veneziani (1504-1505).

Nel 1514 fu concesso dal papa in feudo al principe macedone Costantino Comneno, condottiero e capitano di ventura, nel 1517 a Lorenzo di Piero de’ Medici, nel 1524 ancora al Comneno (che qui morì nel 1530). Dalla metà del XV secolo fino all’Unità d’Italia, il castello fu proprietà dello Stato Pontificio, subendo un processo di progressivo abbandono. I primi restauri si ebbero tra gli anni ’50 e ’70, l’attuale aspetto è invece il frutto dei lavori del 2006 /2008. Come ogni castello che si rispetti ha il suo fantasma, quello di Costanza Malatesta.

La tradizione vuole fosse la madre di Azzurrina, la bimba morta misteriosamente nella Rocca di Montebello. Costanza andò sposa giovanissima, rimase ben presto vedova. Ritornò a Montefiore con una ricca dote, dandosi alla pazza gioia assieme a numerosi amanti. Questo fatto provocò le ire dello zio Galeotto, che ordinò ad un sicario, di ucciderla. Ma sei anni dopo Costanza risultava ancora viva, forse fu per questo che si iniziò a parlare del suo fantasma, avvistandolo nella Rocca.

Oltre al fantasma, Montefiore ha altri misteri, sembra che nelle mura del maniero sia nascosto il tesoro di Sismondo Malatesta e che le fondamenta del castello celino la città scomparsa di Conca. La leggenda di un’Atlantide sommersa è nata a seguito di un’annotazione di un anonimo commentatore della Divina Commedia. In cui si parla della “città profondata”, si favoleggia quindi di una città sommersa dall’acqua al largo della foce del fiume Conca. Nei pressi di Cattolica, ma “città profondata”, può riferirsi sia a profondità di mare che di terra.

Panorama impagabile, fantasma, tesoro, città perduta… che altro c’è? Un senso religioso profondo, a Montefiore Conca si trovano numerosi Santuari. Da sempre meta di fedeli, tra cui il Santuario della Madonna di Bonora e quello della Madonna di Carbognano. Inoltre si svolge una cerimonia antica, la cui origine si perde nel tempo: la Processione del Venerdì Santo, con riti precisi e ripetuti nei secoli, tramandati da padre in figlio, ogni mantello con cappuccio, ogni ruolo della processione appartiene ad una famiglia di Montefiore da lontanissime generazioni.

Altro evento, che quest’anno giunge alla 25° edizione, è Rocca di luna, si terrà sabato 14 luglio e le vie e le piazze del borgo si riempiranno di musica, spettacoli e divertimenti per grandi e bambini. La festa si chiuderà con un grande spettacolo piromusicale realizzato dalla Rocca malatestiana. Durante la manifestazione saranno presenti bancarelle di prodotti tipici, artigiani e hobbisti. Ingresso 7 euro. Gratuito per bambini fino 10 anni e per i residenti del comune di Montefiore Conca.

Paola Tassinari

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro, in luglio si arricchisce di una delle mostra antiquarie più belle d’Italia

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro, in luglio si arricchisce di una delle mostra antiquarie più belle d’Italia

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 4 Lug 2018, 19:55

Pennabilli, capitale religiosa del Montefeltro e sede del Vescovo della Diocesi di San Marino-Montefeltro, è posta sulle pendici occidentali del Monte Carpegna. A circa 40 chilometri da Rimini, sul confine romagnoloPrima feudo dei Carpegna, poi dei Malatesta, prima che questa famiglia scendesse a Verucchio e poi a Rimini.Insignita dal Touring Club della Bandiera arancione, ha numerosi monumenti da ammirare e visitare: la Cattedrale, il Santuario di Sant’Agostino con il monumento della Madonna delle Grazie, il Convento delle Agostiniane, la Chiesa e l’Ospedale della Misericordia.

A Pennabilli ha vissuto a lungo Tonino Guerra che qui ha lasciato allestimenti e opere, che hanno arricchito il paese attraverso il Museo diffuso dei luoghi dell’Anima, composto da sette installazioni: L’Orto dei Frutti Dimenticati (dove si intrecciano installazioni artistiche e varietà antiche di alberi da frutto), La Strada delle Meridiane, Il Rifugio delle Madonne Abbandonate, Il Santuario dei Pensieri, L’Angelo coi Baffi, Il Giardino Pietrificato, opere visitabili tutti i giorni gratuitamente. Un tempo chiamato Penna e Billi, oggi diventato un unico abitato detto Pennabilli, probabilmente era un importante centro mistico del popolo celtico.

Billi è una parola che significa albero sacro, mentre Penna deriva dal Dio Penn o Pennin, antica divinità celtica. Letteralmente penn, significa, cima o sommità, da cui proviene anche il toponimo per la Catena degli Appennini. Non lontano da Penna, c’è il Balzo. Quest’ultimo, è un salto nel vuoto e per i Celti era sacro, se non c’è il Balzo, non è un luogo celta. Il Balzo era una prova iniziatica o forse un luogo di Giustizia Divina, dove si facevano anche dei sacrifici.

Oggi in questo posto così ricco di misticità, si trova una campana tibetana, a memoria di una visita del Dalai Lama 14°. Pennabili è stretta da un forte legame con il Tibet, legato a padre Francesco Orazio della Penna, partito da Rimini per fondare una Missione cattolica, nella capitale tibetana, dove creò un ottimo rapporto con i monaci e la popolazione. Nel 1994, il Dalai Lama, fu onorato, con la cittadinanza riminese. Visitò Pennabilli per celebrare il 250° anniversario della morte del missionario Orazio della Penna. In quell’occasione scoprì una lapide sulla facciata della casa natale del frate e piantò un gelso.

Nel 2005 si ebbe una seconda visita del Dalai Lama. Durante la quale fu inaugurata una struttura metallica, posta sul colle che domina il paese. E’ composta da una campana a tre mulini di preghiera tibetani o manikorlo (liberamente azionabili dai visitatori). Ciascun mulino di preghiera presenta in rilievo un mantra. Secondo la religione buddista ruotare un mulino di preghiera assume il significato di un’invocazione rivolta verso il cielo. Proprio come il suono di una campana. Quest’anno, come di consuetudine, si svolgerà a Pennabilli, nella seconda metà di luglio una delle più antiche e prestigiose mostre mercato d’antiquariato d’Italia. Da 48 anni, l’evento si afferma come un’esposizione di alto livello con garanzia di qualità. Fu definita da Tonino Guerra “una delle mostre più belle d’Italia”.

L’esposizione occuperà i tre piani di Palazzo Olivieri, che accoglieranno trentacinque gallerie antiquarie italiane ed estere con: mobili di alta epoca, sculture, dipinti, gioielli, ceramiche, libri, stampe e oggetti d’arredamento, capolavori d’arte e d’artigianato provenienti da tutte le regioni italiane e da molte parti d’Europa realizzati tra il Medioevo e il Novecento. Durata: 14 – 29 luglio 2018. Orario: da lunedì a venerdì dalle 15 alle 20; sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 20:30. Ingresso: 10 euro. 

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

‘In a Blink of a Night’: 100 chitarre elettriche al Palazzo di San Giacomo a Russi, faranno rivivere venerdì la Versailles di Romagna

‘In a Blink of a Night’: 100 chitarre elettriche al Palazzo di San Giacomo a Russi, faranno rivivere venerdì la Versailles di Romagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 19 Giu 2018, 12:25

La Famiglia Rasponi non aveva mai abitato in campagna. Chissà come mai al conte Guido Carlo Rasponi, venne in mente di costruirsi un palazzo enorme, in mezzo alla campagna. Talmente grande da essere chiamato la “Versailles di Romagna”. Forse fu per celebrare, il fratello maggiore, il cardinale Cesare Rasponi, illustre alto prelato; che quando Papa Urbano VIII morì e i Barberini, filofrancesi, caddero in disgrazia, si recò in Francia per ricucire gli strappi politici.

A Parigi, fece amicizia con la regina e il cardinale Giulio Mazzarino. A tal punto che a Cesare Rasponi fu chiesto di rimanere in Francia e gli fu offerta una pensione generosa. Scrisse al ritorno a Roma nel 1650, un Diario ricco di annotazioni di quel viaggio. Il cardinale Cesare fu autore di varie opere letterarie e fu un religioso misericordioso. Al punto di lasciare gran parte dei suoi beni a un’opera di bene fondata dal sacerdote concittadino Francesco Negri. (Quest’ultimo è stato un esploratore e naturalista italiano, che viaggiò sino a Capo Nord). All’epoca si narrava che, se non fosse incorso in una morte prematura, probabilmente sarebbe divenuto papa.

Alla Biblioteca Classense di Ravenna, un dipinto ad olio di Andrea Barbiani, raffigura il cardinale Cesare Rasponi seduto su un seggiolone con alto schienale, con indosso la mozzetta rossa su un candido camice merlettato. Col volto girato di lato, lo sguardo intenso, un poco strabico, con baffi e pizzo alla d’Artagnan e lunghi capelli scuri. Appare come una persona dal carattere pacato ma deciso. Nel 1664 il conte Guido Carlo Rasponi, fratello minore del cardinale Cesare Rasponi, acquistò la tenuta di Raffanara, sita nella campagna ravennate, a circa 2 km dall’abitato di Russi.

Nella tenuta vi erano due edifici, una chiesa dedicata a San Giacomo, e le rovine di un castrum. I Rasponi edificarono la loro residenza estiva sulle rovine dell’antico castello. Il Palazzo è ubicato sotto il fiume Lamone, in un grande spiazzo, in mezzo alla campagna e conserva un bel viale di accesso alberato. Conosciuto anche come “Palazzaccio” o “Palazzo delle 365 finestre”, è veramente imponente, presenta una facciata lunga quasi ottantacinque metri, alta quindici e conclusa da torri di venticinque metri.

Conserva all’interno una serie di affreschi a tema mitologico e allegorico che costituiscono il più vasto ciclo pittorico del Sei-Settecento presente in Romagna. Nella sala dedicata al cardinale Cesare Rasponi, affreschi di Cesare Pronti e di Filippo Pasquali, col ciclo delle divinità rappresentanti i giorni della settimana (Saturno, Mercurio, Giove, Venere, Marte, Luna). Le sale sono affrescate con allegorie dei segni zodiacali. La saletta centrale con l’allegoria delle quattro parti del mondo all’epoca conosciute: al centro del soffitto è dipinto il sole, ai quattro angoli Europa, Asia, Africa e America, con i loro simboli identificativi. Nella saletta della Torre Nord è raffigurata la simbologia dell’Amore; la sala dell’alcova presenta gli affreschi di Zeus e Venere.

Nel 1757 venne aggiunta la cappella esterna, dedicata a San Giacomo, poi ristrutturata da Cosimo Morelli. Durante il Risorgimento il palazzo diventò nascondiglio dei rivoluzionari e sede di riunioni clandestine. La famiglia Rasponi cessò di utilizzare la residenza dopo il 1880, mantenere un’architettura così mastodontica doveva avere costi molto alti. All’inizio del XX secolo furono distrutti il giardino all’italiana e molti elementi architettonici del palazzo. La proprietà passò alla Diocesi di Faenza e fu smantellata, da ignoti, di tutti gli arredi e le suppellettili.

Dal 1975 è proprietario il Comune di Russi; dopo un periodo di degrado, ha ricevuto importanti interventi di restauro grazie a finanziamenti europei, statali, regionali, comunali e di privati. Si narra che il pittore Mattia Moreni, negli anni ‘70, durante i suoi soggiorni estivi a Russi, dipingesse dentro a queste grandi camere. Muovendosi lungo i corridoi e le innumerevoli stanze con una bicicletta. Con gli importanti lavori di messa in sicurezza e restauro, dal 2006, è diventato un luogo perfetto per appuntamenti speciali di Ravenna Festival.

Venerdì 22 giugno, ore 21:30, si terrà lo spettacolo “In a Blink of a Night”cento chitarre elettriche in concerto, lampeggeranno e strideranno, un’occasione da non perdere. Show organizzato da Rockin’1000, l’evento nato a Cesena che ogni anno vede radunarsi mille musicisti e cantanti che lo hanno reso famoso in tutto il mondo, in collaborazione con Ravenna Festival. Euro 15, posto in piedi.

Paola Tassinari

Russi, espressione romagnola di una storia millenaria. E quell’origine del nome….

Russi, espressione romagnola di una storia millenaria. E quell’origine del nome….

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 30 Mag 2018, 14:19

Russi è una piccola e placida città della Romagna, situata fra Lugo e Ravenna, con la piazza centrale, le chiese, i resti della rocca e due gioielli architettonici, la Villa Romana e il Palazzo di San Giacomo. Nota a molti per la tradizionale “Fira di Sett Dulur”, una delle più antiche feste di tutta la Romagna, che si tiene la terza domenica di Settembre. La Villa Romana, scoperta grazie a un caso fortuito, è uno dei ritrovamenti romani più importanti e meglio conservati del nord Italia; nel 1969, si ritrovarono, sotto la pavimentazione, due tombe con corredo funebre, databili tra fine VII e inizio VI secolo a.C. Appartengono a due salme, un guerriero e un altro personaggio e testimoniano una presenza antichissima.

Nel Trecento i “Da Polenta”, importante famiglia ravennate, vi edificò un fortilizio. Rivestì, nel Basso Medioevo, un ruolo molto importante, nelle lotte per la supremazia nel territorio romagnolo. Lotte che impegnarono, tra gli altri, i Manfredi, la Repubblica di Venezia e lo Stato della Chiesa. Nel XVI secolo, la città ebbe grandi sofferenze, prima passò il Borgia con le sue milizie. Poi nel 1512, il passaggio delle truppe franco-ferraresi guidate dalla “Folgore d’Italia”. Così era chiamato il famoso Gastone de Foix, un personaggio che fu molto osannato, forse perché, aitante e spavaldo, fisicamente assomigliava ad Alessandro Magno. Morì giovanissimo nella Battaglia di Ravenna, ultimo scontro cavalleresco. Ciò ha lasciato ai posteri un alone mitologico, in realtà, Gastone, fu crudele e saccheggiò molte città.

A Russi, il Foix, devastò il paese, trucidando la popolazione. Pochi anni dopo, nel 1527, la città fu sottoposta a nuovi saccheggi da parte dei Lanzichenecchi, in marcia verso Roma. Nel Settecento, si ebbe la trasformazione che conduce alla Russi dei giorni nostri. Nel XIX secolo Russi, fu un importante centro di azione risorgimentale, annoverando fra i suoi cittadini, grandi personaggi come Luigi Carlo Farini e Alfredo Baccarini. Curioso e significativo è il fatto che il toponimo sia rimasto praticamente invariato nei secoli.

Russi evoca la Russia e i suoi abitanti ma che c’azzecca il freddo Nord con la nostra città romagnola? “ET-RUSSKI, cosa lega russi ed etruschi?” è un libro, in cui Alberto Baschiera e Irina Hurkova, hanno tentato di rispondere a questa domanda, aprendo la ricerca a nuovi insospettati percorsi che potrebbero riscrivere totalmente la storia di questo popolo. Le origini del popolo etrusco sono ancora oggi controverse, misteriose, non chiare anche perché vengono chiamati con nomi diversi. Gli storici russi, gli esperti anglosassoni, la scuola romano-germanica sono solo alcune delle innumerevoli strade intraprese nei decenni per risolvere questo enigma. L’autore dopo essersi avvicinato alla cultura etrusca, ricerca alcuni aspetti riguardanti la lingua per coglierne elementi specifici e nuovi che pongono nuova luce su questo affascinante popolo.

È possibile che gli Etruschi fossero originari della Russia? Nella loro lingua, gli Etruschi, si chiamavano “Rasenna o Rasna. Rasenna, con significato di “diversi”, particolarità già riconosciuta dagli antichi. Il termine Rasnia o Rasenna, di cui non si conosce la pronuncia può avvicinarsi al termine “Rassiani” col quale si indicano oggi gli abitanti della Russia. In lingua russa esiste un termine “rasnia” con significato di “diversi”. Non risulta che ci fosse, prima di Cristo, una terra chiamata Russia. I Vichinghi, IX secolo, che con le loro lunghe navi, colonizzarono le coste e i fiumi in tutto il mondo allora conosciuto, come la Grecia, la Persia, Costantinopoli, Gerusalemme, l’Italia, Londra, l’Inghilterra e la Russia a cui hanno dato il nome.

Nel Baltico i Vichinghi erano chiamati rops, termine norreno che significa rematori, che passò alle lingue slave come Rus. Il termine Rhos è usato anche nelle fonti greche e bizantine, deriva dal norreno antico var, che ha significato di fratellanza. E’ possibile che ci sia un collegamento fra Russi e la Russia tramite gli Etruschi e successivamente coi Vichinghi? “L’archeologia non pone problemi da risolvere, ma misteri da vivere” (Kierkegaard).

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Viaggio nella tradizione culinaria della Romagna

Viaggio nella tradizione culinaria della Romagna

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cronaca RomagnaCultura Romagna, del 4 Giu 2018, 17:31

 

In Italia la tradizione culinaria è diversa, da regione a regione, è sicuramente una ricchezza in più. Diversi anche i gusti e i consumi di carne. Maiali, pecore e bovini non sono apprezzati ovunque allo stesso modo. In Romagna si apprezza la carne del maiale, però questo vale solamente appunto in Romagna. Diversamente dall’Emilia, dove si ha il trionfo della pecora e del castrato. La Romagna, la “terra dei romani”, come allora erano chiamati i bizantini, che si ritenevano i veri romani in quanto l’Impero Romano d’Occidente, era caduto.

La pecora era l’animale simbolo della tradizione romana. Il maiale, che i romani pure apprezzavano, era un simbolo alimentare delle genti germaniche. L’Emilia, occupata precocemente dai germani, in questo caso i longobardi, mentre la Romagna mantiene la tradizione bizantina/romana.

L’opposizione tra queste due culture si vede anche nel modo in cui vengono riempiti i cappelletti e i tortellini. Quest’ultimi con ripieno di formaggio e carne, si ispirano alla cultura del maiale. Mentre i cappelletti con ripieno di solo formaggio, fanno riferimento alla pecora come fornitrice di latte e formaggio. Nell’Alto Medioevo, lo scontro fra romani e barbari, si ha anche col tipo di alimentazione: la cultura del pane, del vino e dell’olio, simboli della civiltà agricola romana, si oppone alla cultura della carne, della birra e del burro, emblemi della civiltà barbarica e in particolare delle popolazioni germaniche, più legate all’uso della foresta che alla pratica dell’agricoltura.

Alla tradizione antica romana della misura, si sovrappone la cultura celtica e germanica del grande mangiatore come personaggio positivo. La misura nel cibo e nella vita degli antichi romani della repubblica, certo non coincide allo stile di quella imperiale romana, dove gli invitati approfittavano del cibo e del vino fino all’inverosimile, quello che non riuscivano a bere, mangiare e vomitare lo facevano gettare via dagli schiavi, ordinavano altro cibo con il solo scopo di vederselo servire, ma senza averlo neppure assaggiato lo facevano gettare a terra e calpestare dal viavai degli schiavi.

La presenza di tanti cibi che esaltavano i piaceri della vita, ma anche del vino dai cui eccessi spesso derivava una tristezza etilica, portava con sé anche una riflessione sulla morte, che costituiva spesso un tema rappresentato nei mosaici dei triclini (il triclinio era il locale in cui si pranzava, prese il nome dai tre cuscini, ovvero tre letti imbottiti su cui i padroni di casa e i loro ospiti si sdraiavano per tutta la durata del pranzo) nella forma di scheletri che portano anfore contornate da scritte che proclamano sentenze come “Godi, finché sei in vita, il domani è incerto”, “La vita è un teatro”, “Il piacere è il bene supremo”. Ma torniamo al convivio dei barbari del Medioevo , che era caratterizzato da una grande abbondanza di carni, poteva durare ore e addirittura giorni, allietato da danzatrici, musici, giocolieri.

Anche la posizione a tavola cambiò: dallo stare coricati sui letti, allo stare seduti sulle sedie. I due poli piano piano si avvicinarono, dando luogo a due prodotti principali giunti sino a noi, il pane e la carne. Se per la cultura romana il pane era il cibo ideale dell’uomo, per la cultura barbarica questo ruolo spettava alla carne. La tradizione del pane è giunta sino a noi, pensiamo ad esempio al coperto del ristorante che non è altro che il cestino del pane. Mentre per il consumo di carne, stanno aumentando i vegetariani, con ragioni morali più che nutrizionali. E se pensiamo a cosa accade al povero castrato prima di giungere sul nostro piatto, magari alla brace con contorno di pomodorini, i vegetariani non hanno tutti i torti.

Gli agnelli del gregge venivano prima castrati, poi fatti ingrassare dai pastori o anche dai contadini, ai quali venivano ceduti quale compenso per l’uso dei pascoli, per essere utilizzati come riserva di carne dalla famiglia. La castrazione si eseguiva per evitare che, avvicinandosi all’anno di età, la carne assumesse odori troppo forti. Inoltre, consentiva anche il pascolo di questi capi insieme al resto del gregge, senza il rischio di ingravidare le pecore presenti.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

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Baccarini e la sua Bitta: “La Bohéme” romagnola

Baccarini e la sua Bitta: “La Bohéme” romagnola

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 12 Giu 2018, 16:56

Il dramma lirico de “La Bohéme”, di Giacomo Puccini, racconta la vita e le storie d’amore di giovani e poveri artisti. Siamo a Parigi, nel 1830, in una misera soffitta, quattro giovani conducono una vita dove spesso si digiuna, ma ricca d’amore e d’arte. Nell’opera si dipanano delle storie d’amore fra cui quella di Rodolfo e Mimi, che si conclude con la morte di quest’ultima.

Henri Murger scrisse, tra il 1847 e il 1849, “Scène del la vie de bohème”. Un’opera che si snoda attorno alla vita di un gruppo di giovani artisti lontani dalle convenzioni e disinteressati dall’opinione che altri potevano avere di loro, l’ideale bohèmien, un modo di vivere alla giornata. Il mondo degli artisti che vivono in modo anticonformista e libero, che ha Parigi come fulcro, da metà Ottocento a inizio Novecento e che ha dato quel particolare sapore romantico alla città francese. In quegli anni pare che tutto accada a Parigi, eppure in Italia settentrionale c’erano gli “scapigliati” ribelli e anticonvenzionali e in Romagna si dipana una storia d’amore che ha lo stesso allure parigino.

Una trama di quelle lacrimevoli e struggente, a cui si vorrebbe tanto cambiare il finale. Lui Domenico Baccarini (1882/ 1907), detto Rico, nasce a Faenza, il padre ciabattino, la madre che per sbarcare il lunario, vende pizza fritta. Rico è bello, lo sguardo fiammeggiante e ombroso, non doveva avere un carattere facile. Rico è dotato, molto dotato, il disegno, la pittura, la scultura e anche la ceramica, sono magistralmente creati, con linee intense, avvoltolate come serpi, con luci e ombre, linee che si muovono tra il Liberty e il Simbolismo. Se nei disegni in bianco e nero traspare la disperazione e il dolore, le ceramiche policrome sono inneggianti alla bellezza della natura e di bambini colti in atteggiamenti giocosi.

E poi ritratti, tanti ritratti, del suo amore, la Bitta. C’era un ballo, una notte del 1903, a Faenza. In mezzo alla folla, una ragazza bionda e alta, con gli occhi azzurri incrociò lo sguardo di Rico. Era lei Elisabetta Santolini (1884/ 1909), detta Bitta, l’amore scoppiò incendiandoli. La Bitta faceva la filandaia, povera in canna come Rico. Rimase incinta andò a vivere con il suo compagno, a casa dei suoi genitori a Faenza, dando scandalo. Nel frattempo Domenico si aggiudicò la medaglia d’oro per la scultura, a Ravenna “all’Esposizione Emiliano Romagnola di Belle Arti”. Fu in quell’occasione che il busto della Bitta venne acquistato dal Comitato dell’Esposizione, oggi si trova al Museo d’Arte di Ravenna.

La passione tra Domenico e la Bitta finì male, lui gravemente ammalato di tubercolosi, da lì a poco morirà, lei lo abbandona. Una sera del 1906, la Bitta partecipò ad un veglione di Carnevale, ad Imola, qui incontrò Amleto Montevecchi e fu colpo di fulmine. Ancora un pittore, povero e bello, ma non certo bravo come Baccarini. Mentre Domenico, a soli ventiquattro anni stava morendo per tubercolosi, la Bitta partoriva figli a Montevecchi, uno dei quali morì per malnutrizione. La Bitta fu trovata agonizzante su di una panchina a Cervia, un giorno del 1909, era andata al mare per riprendersi in salute. Non ebbe neanche una degna sepoltura, i suoi resti finirono nell’ossario comune.

Un amico di Baccarini disse di lei: “Una femmina con molto sesso ma poco giudizio”. Aveva ragione, la Bitta bellissima poteva sposarsi o essere l’amante di un riccone e vivere negli agi, preferì invece amare molto. Nessuno dei due suoi grandi amori la rese una donna onesta. Né Domenico, né Amleto la sposarono, anche se quest’ultimo a parole la rimpianse per tutta la vita. Qualcuno ha detto… “sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato” e qualcun altro ha scritto… “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende /Amor, ch’a nullo amato amar perdona”.

La breve vita di Baccarini non è stata effimera, fu il riferimento per i coetanei compagni di studio faentini poi accomunati sotto il titolo di “Cenacolo baccariniano”: Ercole Drei, Domenico Rambelli, Francesco Nonni, Giovanni Guerrini e Giuseppe Ugonia, tra gli altri. Le sue opere parlano per lui e la Bitta è diventata immortale. Diverse immagini della Bitta, sono conservate nei musei di Ravenna e Faenza.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura

Centenario di Francesco Baracca, l’Asso degli Assi

Centenario di Francesco Baracca, l’Asso degli Assi

Redazione Romagna Futura di Redazione Romagna Futura, in Cultura Romagna, del 15 Giu 2018, 14:46

 

Lugo, per qualcuno è il centro della Romagna. Il toponimo probabilmente deriva da Lugh, il dio celtico del sole, della luce e del cielo. Vista dall’alto la pianta di Lugo ha il profilo di un aeroplano; la città sorse sull’incrocio di due assi viari, ha perciò la forma di una croce. Forse era dunque destino che a Lugo nascesse Francesco Baracca, il pioniere dell’aria, che per le sue azioni di guerra, fu insignito da una medaglia di bronzo, tre d’argento e infine una d’oro.

Quest’anno, cade il centenario della sua morte. Numerosi sono stati gli eventi organizzati a Lugo, che culmineranno con quello previsto per il 19 giugno, giorno dell’anniversario della morte dell’Asso degli Assi (fu a capo della squadriglia degli assi costituita da grandi aviatori, scelti da Baracca in persona), con l’esibizione nel cielo di Lugo delle Frecce Tricolori. Sempre a Lugo, il 2 giugno, in concomitanza col giorno delle celebrazioni della Repubblica italiana, vi è stato il trasferimento del sarcofago dell’eroe, sino a Piazza Baracca, per l’alzabandiera e i festeggiamenti; in seguito esposto, rimarrà fino al 25 giugno, all’interno dell’Oratorio di Sant’Onofrio.

Baracca, morì nel trevigiano, a Nervesa. Il suo aereo, su cui era dipinto un “cavallino rampante”, fu ritrovato sulle pendici del Montello. In quei giorni era in corso una delle più violente battaglie della Prima guerra mondiale: quella decisiva. Si decise di martellare le trincee nemiche con l’aviazione. Baracca non fece ritorno: morì a trent`anni, il 19 giugno 1918, combattendo per l’unità d’Italia. Il suo corpo fu trovato solo cinque giorni dopo, accanto al velivolo arso dal fuoco. La salma illesa dall’incendio presentava un’unica ferita sulla tempia destra, un foro prodotto da un colpo di pistola; si è ipotizzato che Baracca abbia mantenuto fede a ciò che aveva ripetuto spesso… piuttosto che cadere vivo nelle mani del nemico, mi ucciderò.

Sulla vita di Baracca si conosce ben poco, la madre la contessa Paolina Biancoli, faceva parte dell’altaborghesia, il padre Enrico era un conservatore. Baracca fu uno studente diligente ma non fra i primi, non aveva interesse né per la cultura né per la politica. Eccelse nell’aviazione, ma era schivo e non gli piaceva apparire, nonostante questo divenne molto popolare, addirittura lo fu anche fra gli aviatori nemici.

Il Ventennio osannò Francesco Baracca, paragonandolo all’Ettore omerico, entrambi domatori di cavalli (Baracca fece parte della Cavalleria) entrambi morti per la Patria. Le esequie di Baracca si svolsero il 26 giugno a Quinto di Treviso: l’elogio funebre fu pronunciato da Gabriele D’Annunzio… L’ala s’è rotta e arsa, il corpo s’è rotto e arso. Ma chi oggi è più alato di lui?

Il 28 il feretro giunse a Lugo, fu il re in persona che volle che la salma fosse trasportata direttamente dalla zona di guerra alla sua città natale. Il 30, ebbero luogo i funerali, davanti ad una folla imponente. Subito dopo la morte di Francesco Baracca, si decise per l’erezione di un monumento, la cui progettazione fu affidata allo scultore faentino Domenico Rambelli. Il monumento, fu inaugurato il 21 giugno del 1936 alla presenza del Duca d’Aosta e dei massimi gerarchi del regime. Presenta una maestosa ala che si innalza come gli antichi obelischi egizi, sui fianchi dell’ala sono scolpiti i simboli dei reparti cui Baracca appartenne, la Cavalleria e l’Aeronautica: il cavallino rampante col motto “Ad Maiora” e l’Ippogrifo.

Accanto all’ala, una statua in bronzo rappresenta Francesco Baracca in tuta da aviatore, non in posa eroica, anzi sembra che stia lì con nonchalance, tratto tipico dei lavori di Rambelli, è alta m. 5,70 e issata su un basamento che reca le date e le località delle vittorie dell’aviatore. Sicuramente una pregevole ed originale opera d’arte. Due piccole curiosità. Nel 1923, la madre di Baracca diede ad Enzo Ferrari l’autorizzazione ad utilizzare l’emblema del cavallino rampante, che ancora oggi corre sulle Ferrari. Se avete visto altre sculture di Rambelli, come ad esempio il “Fante che dorme”, a Brisighella, e vi siete chiesti che cosa vi ricordava… Rambelli può considerarsi l’antesignano delle donne ciccione di Ferdinando Botero.

Paola Tassinari

Redazione Romagna Futura

Redazione Romagna Futura


IL SIMBOLO DELLE API

api napoleone e childericoL’ultimo articolo sulle affinità di Rennes le Chateau e la Romagna è sul simbolo dell’ape. Questo insetto ha una simbologia molto antica e molto ampia, prevalentemente è legata alla divinazione e alla veggenza. Gli egizi, e altri popoli trassero spunti dall’organizzazione sociale delle api e dalla loro gestione dell’alveare/città, simile a un vero regno matriarcale. Nell’antica Grecia, le sacerdotesse della grande dea madre Demetra, a Eleusi, erano chiamate “api”, i greci ritenevano che le api nascessero spontaneamente dai cadaveri degli animali, e le associavano alla rinascita, mentre il miele era ritenuto il cibo degli dei, “prodotto degli arcobaleni e delle stelle”. Nel mondo cristiano le api erano spesso un simbolo di Cristo, dotate di forza ed integrità, le api sciamarono dal Giardino dell’Eden, in aiuto all’uomo, quando Adamo fu cacciato. L’alveare divenne metafora delle celle monastiche, della vita casta, caritatevole e laboriosa dei monaci. L’errata credenza secondo cui le api, in realtà si accoppiano sciamando, riproducendosi autonomamente, le rese emblemi della Vergine. Nella Chiesa di Pieve Cesato, vicino a Faenza, è conservata la Madonna del Miele, opera in ceramica, venerata con questo titolo e con una preghiera tratta da un’antica fonte rumena. Delle api d’oro, (in realtà delle cicale, souvenir molto diffuso, nella zona di Rennes, è proprio la cicala che frinisce) furono scoperte nel 1653, a Tournai nella tomba di Childerico I, fondatore nel 457 della dinastia Merovingia e padre di Clodoveo I. Quando Napoleone si incoronò, nel 1804, Imperatore dei francesi, non di Francia, volle che il sontuoso manto regale fosse trapuntato da api d’oro, rivendicandone il diritto in virtù della sua discendenza da un figlio naturale del re inglese Carlo II Stuart e della duchessa Margherita de Rohan. Il Casato degli Stuart, la casa reale della Scozia e successivamente della Gran Bretagna, aveva a sua volta diritto a tale emblema, perché, al pari dei conti di Bretagna, loro parenti, discendevano, come i re merovingi, dai “re pescatori”. L’ape merovingia fu adottata dagli Stuart esiliati in Europa: api intagliate, sono state riprodotte e si vedono ancora in alcuni vetri giacobiti. Quella dei giacobiti fu una lotta simile a quella degli orleanisti/legittimisti, la linea di successione giacobita al trono inglese nacque a seguito della deposizione del cattolico Giacomo II d’Inghilterra, avvenuta nel 1688.Giacomo II si era pubblicamente dichiarato cattolico, e fu sospettato di coltivare pretese di governo simili a quelle di suo cugino Luigi XIV di Francia. Sotto la paura di un ritorno al cattolicesimo, il parlamento di Londra sostituì Giacomo II, con sua figlia, la protestante Maria, unitamente al marito Guglielmo d’Orange. Guglielmo accettò e sbarcò in Inghilterra nel novembre 1688. Giacomo II riparò in Francia presso il cugino Luigi XIV. Da quel momento gli Stuart si stabilirono nell’Europa continentale e, periodicamente, cercarono di riguadagnare il trono con l’aiuto di nazioni cattoliche quali Francia o Spagna. Giacomo II e i suoi successori vennero chiamati “The Kings over the Water”, I re oltre il mare. Le api sono il simbolo della famiglia Barberini, una influente famiglia principesca e papale italiana, originaria della Toscana, nota sin dalla prima metà dell’XI secolo, lo ricordano i toponimi di Barberino del Mugello e di Barberino Val d’Elsa. Nicolas Poussin, autore  del dipinto, “I Pastori dell’Arcadia”, in cui appare l’arcana scritta  “Et in Arcadia ego”, arrivò in Italia nel 1624, sotto la protezione, putacaso, del cardinale Barberini. Le api le ritroviamo nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe, dove il Santo eponimo, appare al centro nella decorazione musiva dell’abside della basilica, con una veste adorna di 207 api, la leggenda narra che Apollinare girasse con un mantello d’api. Il nome del Santo che significa “sacro ad Apollo” e le sue api, sacre alle muse, perciò dotate di eloquenza cosa mai possono suggerirci? Forse che Sant’Apollinare conosceva il segreto sulla discendenza reale? Oppure era un pure lui un discendente dei re pescatori?