C’E’ BISOGNO DI VERI EROI

image-8

“La Benemerita e Fedelissima Arma dei Carabinieri d’Italia, il cui motto è: ‘Nei secoli fedele’, è indubbiamente ispirata alla fedeltà. La loro Patrona è la Madonna ‘Virgo Fidelis’, raffigurata  con il Bambino Gesù che poggia sulle sue ginocchia e regge il mondo: segno della grande fede di Maria, in forza della quale meritò di divenire Madre di Dio e madre dell’umanità, o con  queste parole: ‘Esto fidelis usque ad mortem’, ovvero ‘Sii fedele fino alla morte’ (Ap 2, 10). La Fede è una luce che ti permette di credere a ciò che è invisibile, ti dà la sicurezza che qualcosa d’Altro esista, è una ricchezza senza fine. Molta parte della scienza nega lo spirituale, si sofferma solo sul reale, ma in fin dei conti che differenza di sostanza c’è, fra qualcosa che esiste solo nel presente, nell’attimo e poi ti lascia un ricordo labile che il più delle volte dimentichi, con qualcosa d’altro che non esiste nel presente, che non vedi, ma che non svanirà mai dalla tua mente?”. Mentre stavo scrivendo queste righe, per il mio nuovo romanzo, mi ha telefonata Medardo Resta, l’artista della scrittura gotica, invitandomi all’ intitolazione, a Ulderico Barengo, medaglia d’Argento al Valor Militare, della sede di Ravenna dell’Associazione Nazionale Carabinieri, svoltasi qualche settimana fa. La cerimonia, è iniziata con la deposizione di una corona d’alloro al monumento ai Caduti, è proseguita con lo scoprimento della targa alla presenza delle Autorità, quindi il convivio e poi la giornata si è conclusa con il concerto della Fanfara dei Carabinieri di Firenze. Il ravennate Ulderico Barengo passò dalla Fanteria all’Arma nel 1917.  Nel 1919 era tra gli ufficiali inviati in Albania, come istruttore, per strutturarne la Gendarmeria. Di questo lavoro svolto dall’Arma, dal 1915/20, rimase una traccia indelebile di professionalità, riscontrata quando, dal 1928, ripresero i rapporti tra Italia ed Albania, poi quando lo Stato balcanico divenne brevemente parte del Regno d’Italia;  ma rimase una valida conoscenza anche per gli ultimi interventi in Albania, nell’ultimo decennio del XX secolo. Barengo nel 1940 diventerà Capo di Stato Maggiore del Comando Generale, nel 1943 morirà dilaniato da una bomba d’aereo, assieme al suo Comandante Generale, Azolino Hazon, mentre accorrevano al quartiere romano di San Lorenzo per organizzare i soccorsi a favore della popolazione vittima di un bombardamento. Barengo è considerato lo “storico” per eccellenza dell’Arma, pubblicò in 20 anni, numerose opere storiche, con particolare riguardo al Risorgimento. Nel 1933, Barengo in una conferenza al Circolo Ufficiali  Allievi di Roma parlando dell’Arma ricordò che i Carabinieri erano sorti a Torino; rammentò che erano soldati scelti, dovevano avere spiccate qualità fisiche e indubbia moralità. Gli aspiranti carabinieri, la data della loro fondazione è il 1814, in un’epoca di analfabetismo, dovevano saper leggere e scrivere correttamente. Avevano privilegi di ordine morale e altri di natura economica, ad esempio un semplice Carabiniere guadagnava più di un Furiere Maggiore (grado assimilabile al Sergente); ogni Carabiniere aveva diritto ad avere un letto tutto per sé mentre nelle altre Armi un letto doveva servire per due militari. All’inaugurazione del  Monumento al Carabiniere, del 1933, che si trova nei giardini reali di Torino, opera dello scultore Edoardo Rubino,   Barengo ha così commentato: “Con una concezione profondamente umana il sommo artista non ha voluto fare di lui un eroe da leggenda, raffigurarlo in atteggiamento di combattente, di salvatore, di vittima. E’ un Carabiniere in piedi, in atteggiamento tranquillo, con lo sguardo diretto lontano. In posizione di riposo, ma vigilante riposo. E’ il Carabiniere che possiamo vedere dovunque; è il soldato cui è stato detto: quando tutti dormiranno tu veglierai, perché essi possano riposare tranquilli; quando tutti si divertiranno, tu vigilerai… e vedrai cadere il camerata senza farne vendetta. La strada che i Carabinieri percorrono è seminata di tombe; ma il sacrificio non è mai sterile e il sangue versato, come nella canzone del Poeta, fa rifiorire le rose”.

  articolo già pubblicato sul quotidiano “La Voce di Romagna” il giorno 31/10/2016

Precedente OTTO PROPOSTE PER L'ALIGHIERI Successivo MARCOLINO PER LA PACE